Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 22067 del 06/04/2018


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 22067 Anno 2018
Presidente: PICCIALLI PATRIZIA
Relatore: COSTANTINI FRANCESCA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
MARRELLA ANGELO nato il 09/01/1970 a LECCE

avverso la sentenza del 17/07/2017 della CORTE DI CASSAZIONE di ROMA
sentita la relazione svolta dal Consigliere FRANCESCA COSTANTINI;
lette/sentite le conclusioni del PG FRANCA ZACCO che conclude per il rigetto del
ricorso.
E’ presente l’avvocato GIANZI GIUSEPPE ANTONIO del foro di ROMA in
sostituzione dell’avv. MANFREDA MASSIMO del foro di BRINDISI in difesa di
MARRELLA ANGELO, come da istanza già depositata precedentemente in
cancelleria.
E’ presente l’avvocato MARTELLINO GIORGIO del foro di ROMA in difesa di
MARRELLA ANGELO.
Entrambi gli avvocati insistono per l’accoglimento del ricorso.

Data Udienza: 06/04/2018

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 21/6/2013, la Corte di appello di Lecce confermava la
decisione con la quale, in data 27/9/2012, il Tribunale di Lecce — Sezione di
Gallipoli, aveva affermato la responsabilità penale di Angelo Marrella per i reati di
cui agli artt. 81 cod. pen., 44, lett. c) d.P.R. n. 380 del 2001 e 181 d.lgs. n. 42 del
2004, in relazione alla lottizzazione abusiva di un’area in zona SIC – ZPS

struttura turistico – ricettiva abusiva, precedentemente realizzata (164 bungalow
stabilmente impiantati al suolo, un fabbricato destinato a bar ristorante, un
supermercato, una reception, uffici, servizi e strutture accessorie) mediante
realizzazione di piazzole di sosta attrezzate per tende e camper, effettuazione di
scavi per vere e proprie opere dì urbanizzazione (fognature ed impianti di
distribuzione elettrica ed idrica), e realizzazione di uno stradone di collegamento
e predisposizione di 54 miniappartamenti mobili, composti ognuno da camera da
letto, cucina e soggiorno, poggianti su ruote gommate ed installati su binari
longitudinali in ferro.
2. Avverso tale pronuncia il Marrella proponeva ricorso davanti alla Corte di
cassazione che, con sentenza n. 36807 del 17 luglio 2017, ha confermato la
decisione della Corte territoriale, dichiarando inammissibile il ricorso.
3. Contro questa sentenza Angelo Marrella, tramite il proprio difensore, propone
ricorso ai sensi dell’art. 625-bis cod. proc. perì., eccependo, in primo luogo, che la
Corte sarebbe incorsa in una svista di tipo percettivo avente ad oggetto la verifica
della compatibilità delle opere edilizie con la effettiva destinazione urbanistica
vigente all’epoca dei fatti, tale da determinare uno sviamento nella formazione
della decisione, diversa da quella che altrimenti sarebbe stata adottata. In
particolare, la Corte avrebbe erroneamente valutato la programmazione
urbanistica del Comune ove insiste la struttura turistico-ricettiva oggetto del
procedimento, classificando il territorio interessato come destinato a “zona
agricola” quando, invero, tale area è sempre stata destinata esclusivamente a
“campeggi”, così come emergerebbe dalla lettura degli atti processuali e dalla
destinazione programmata del territorio comunale.
3.1 La terza sezione penale avrebbe inoltre omesso di dichiarare l’estinzione del
reato per intervenuta prescrizione. Si rileva che la prescrizione era maturata già
prima della sentenza di appello e tuttavia la Corte territoriale aveva omesso di
rilevare la causa estintiva. Il ricorrente, all’udienza del 17.07.2017, innanzi alla
terza sezione aveva espressamente chiesto non solo l’accoglimento dei motivi di
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assoggettata a vincolo paesaggistico, effettuata mediante ampliamento di una

ricorso ma altresì la declaratoria di estinzione, conformemente alla richiesta del
P.G. e tanto coerentemente con la preliminare richiesta di rinvio in attesa della
decisione della Grande Camera della Corte EDU sulla nota e vexata quaestio
relativa alla compatibilità della confisca in mancanza di sentenza di condanna.
Richiesta che altrimenti non troverebbe spiegazione se non proprio per la eccepita
prescrizione. Tanto sarebbe anche confermato, come risulta nella intestazione
della sentenza, dalla richiesta della difesa di “annullamento senza rinvio”,
riguardante proprio la declaratoria di estinzione per prescrizione; richiesta che non

rinvio. Da ultimo, osserva il ricorrente che deve ritenersi illegittimo e non
compatibile con il dettato costituzionale, rispetto agli artt. 3 e 24, nonchè in
relazione al principio di ragionevolezza il principio evincibile dalla pronuncia delle
Sezioni unite “Ricci” secondo cui, ove la causa estintiva intervenga durante il
tempo intercorrente tra la decisione d’appello e quella di legittimità, e non sia
stata dichiarata, è ammesso il ricorso ex art. 625 bis, anche in mancanza di
eccezione difensiva stante la doverosità della rilevazione (art. 129 e 609 cod. proc.
pen.), mentre non sia previsto un rimedio nel caso in cui la estinzione maturi prima
della decisione d’appello.
3.2 Con ulteriore memoria depositata in data 22 marzo 2018, la difesa del Marrella
insiste nell’accoglimento del rìcorso ribadendo quanto dedotto nel primo motivo a
sostegno dello stesso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile in quanto i motivi a cui è affidato sono manifestamente
infondati non rientrando gli errori denunciati nella categoria degli errori di fatto cui
si riferisce l’art. 625-bis cod. proc. pen.
3. Invero, già all’indomani dell’introduzione nel codice di procedura penale del
nuovo articolo 625-bis, ad opera della legge 26 marzo 2001, n. 128, le Sezioni
unite della Corte di cassazione hanno chiarito che l’errore “di fatto” è “l’errore
percettivo causato da una svista o da un equivoco in cui la Corte di cassazione sia
incorsa nella lettura degli atti interni al giudizio stesso e connotato dall’influenza
esercitata sul processo formativo della volontà, che abbia condotto a una decisione
diversa da quella che sarebbe stata adottata senza di esso” ( Sez. U, n. 16103 del
27/03/2002, Basile, Rv. 221281; Sez. U, n. 18651 del 26/03/2015, Moroni, Rv.
263686). Le Sezioni unite hanno altresì precisato che lo sviamento della volontà
del giudice deve essere decisivo, in quanto determinante per il convincimento del
giudice stesso espresso nella soluzione adottata, e deve essere di oggettiva ed
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sarebbe stata coerente con i motivi di ricorso tendenti tutti ad annullamento con

immediata rilevabilità, nel senso che dal controllo degli atti processuali deve
trasparire ictu °cui/ che la decisione è stata condizionata da un errore di
percezione. Qualora, pertanto, la causa dell’errore non sia identificabile
esclusivamente in una fuorviata rappresentazione percettiva e la decisione abbia
comunque contenuto valutativo, non è configurabile un errore di fatto, bensì di
giudizio e come tale non rientrante nella disciplina dettata dalla norma in esame.
4.

Ebbene, facendo applicazione dei criteri interpretativi elaborati dalla

giurisprudenza di legittimità in materia, risulta evidente che i presunti errori

valutativo.
5. Invero, con il primo motivo non si evidenzia un errore di fatto in cui sarebbe
incorsa la sentenza di legittimità ma si tenta di contestare le conclusioni a cui sono
addivenute le pronunce di merito circa l’interpretazione degli strumenti urbanistici
e il carattere abusivo delle opere edilizie, all’esito peraltro dell’espletamento di
specifici accertamenti di natura tecnica la cui correttezza viene oggi messa in
dubbio dal ricorrente. Nel nostro caso, la Corte di Cassazione con la sentenza oggi
impugnata ha valutato e deciso tale questione spendendosi diffusamente sulla
correttezza delle motivazioni delle pronunce di merito con giudizio valutativo come
tale escluso dall’orizzonte dell’invocato rimedio straordinario. Tale giudizio della
Cassazione viene censurato dalla difesa del Marrella, ma, sia nella sostanza che
nella lettera del ricorso, laddove si legge che “Codesta Ecc.ma Suprema Corte ha
erroneamente valutato la programmazione urbanistica del Comune…”, è evidente
che la contestazione attiene al profilo valutativo e non percettivo della sentenza.
Giova per completezza anche rammentare che è inammissibile il ricorso
straordinario per errore di fatto con il quale si deducano pretesi errori di lettura,
comprensione o valutazione di atti processuali del giudizio di merito, invece di una
inesatta percezione di risultanze direttamente ricavabili da atti relativi al giudizio
di cassazione» (Sez. 1, n. 17362 del 15/04/2009, Di Matteo, Rv. 244067; Sez. 6,
n. 25121 del 02/04/2012, Romano, Rv. 253105).
6. Quanto al secondo motivo di ricorso si deve osservare che rispetto ai reati
contestati risulta certamente decorso il termine di prescrizione già in epoca
antecedente alla pronuncia di secondo grado. Tuttavia, non avendo il ricorrente
provveduto con uno specifico motivo di ricorso a censurare la pronuncia della corte
di appello che aveva omesso di dichiararla, la Terza sezione della corte di
cassazione, essendo pervenuta ad una pronuncia di inammissibilità del ricorso, del
tutto correttamente non ha rilevato la richiamata causa di estinzione del reato.

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percettivi denunciati sono in realtà errori che hanno un prevalente contenuto

7. Sotto tale profilo, la pronuncia della Cassazione è ineccepibile ponendosi in
perfetta sintonia con i principi più volte affermati dalla giurisprudenza di legittimità
anche nella sua massima espressione. Invero, con la nota sentenza n. 12602 del
27 dicembre 2015, dep. 2016, Ricci, Rv. 266818, le Sezioni unite, a fronte di un
contrasto sviluppatosi tra le sezioni semplici, hanno avuto modo di fissare chiari
principi in relazione alla tematica, che qui interessa, relativa all’individuazione
dell’ambito di cognizione rimesso al giudice dell’impugnazione inammissibile ed
alla possibilità per lo stesso di rilevare eventuali cause di non punibilità ai sensi

Nel dirimere il contrasto, le Sezioni unite hanno aderito all’impostazione
tradizionale, già accolta da Sez. U., n. 23428 del 22 marzo 2005, Bracale, Rv.
231164, escludendo che in caso di ricorso manifestamente infondato il giudice
dell’inammissibilità possa rilevare d’ufficio la prescrizione anche se maturata prima
della conclusione della fase di merito. Il Supremo consesso ha preso le mosse
dall’impianto interpretativo elaborato sul tema dalla giurisprudenza di legittimità
a seguito del superamento della dicotomia cause di inammissibilità
originarie/sopravvenute, ponendosi in linea di continuità con la ricostruzione
ermeneutica elaborata dalle sentenze “De Luca” e “Bracale” escludendo il
superamento della preclusione processuale derivante dall’inammissibilità del
gravame che, impedendo il passaggio del procedimento all’ulteriore grado di
giudizio, inibisce la cognizione della questione e la rivisitazione del decisum per la
formazione del cosiddetto “giudicato sostanziale”. In particolare, la Corte ha
rimarcato che soltanto l’accertata ammissibilità dell’impugnazione, per l’effetto
propulsivo che la connota, investe il giudice del potere decisorio sul merito del
processo. Al contrario, la declaratoria di inammissibilità dell’impugnazione
preclude una qualsiasi pronuncia sul merito. Ciò in quanto “tutte le ipotesi di
inammissibilità previste, in via generale, dall’art. 591, comma 1, lett. a), b), c),
cod. proc. pen., e, con riguardo specifico al ricorso per cassazione, dall’art. 606,
comma 3, cod. proc. pen. viziano geneticamente l’atto, che, ponendosi al di fuori
della cornice normativa di riferimento, provoca la reazione dell’ordinamento con la
corrispondente sanzione, quale risposta ad un potere di parte non correttamente
esercitato. Dette ipotesi, a prescindere dalle modalità più o meno agevoli di
rilevazione, sono tutte ugualmente intrinseche alla struttura dell’atto, sì da
renderlo inidoneo ad investire il giudice del grado successivo della piena cognizione
del processo”. La sentenza invalidamente impugnata, dunque, diventa intangibile
sin dal momento in cui si concretizza la causa di inammissibilità, che va apprezzata
in un’ottica “sostanzialistica” della dinamica impugnatoria e delle relative
conseguenze sul piano delle preclusioni processuali (giudicato sostanziale). La
successiva declaratoria d’inammissibilità della impugnazione da parte del giudice
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dell’art. 129 cod. proc. pen., con specifico riferimento alla prescrizione del reato.

ad quem ha carattere meramente ricognitivo di una situazione già esistente e
determina la formazione del giudicato formale. L’inammissibilità
dell’impugnazione, quindi, paralizza, sin dal suo insorgere, i poteri decisori del
giudice, il quale, al di là dell’accertamento di tale profilo processuale, non è
abilitato a occuparsi del merito e a rilevare, a norma dell’art. 129 cod. proc. pen.,
cause di non punibilità, quale l’estinzione del reato per prescrizione, sia se
maturata successivamente alla sentenza impugnata sia se verificatasi in
precedenza, nel corso cioè del giudizio definito con tale sentenza. Ad avviso della

proc. pen. per trarre argomenti decisivi a favore della prevalenza della declaratoria
di non punibilità. Tale norma non riveste una valenza prioritaria rispetto alla
disciplina della inammissibilità, considerato che non attribuisce, di per sé, al
giudice dell’impugnazione un autonomo spazio decisorio, svincolato dalle forme e
dalle regole che presidiano i diversi segmenti processuali, ma si limita a dettare
una regola di giudizio, che deve essere adattata alla struttura del processo così
come normativamente disciplinata e che deve guidare il giudice nell’esercizio dei
poteri decisori che già gli competono in forza di una corretta investitura. E’ in
questa cornice positiva che va letta e apprezzata la ratio dell’art. 129 cod. proc.
pen., che persegue certamente gli obiettivi del favor innocentiae e dell’economia
processuale (immediata declaratoria di cause di non punibilità), ma nell’ambito di
ben individuate scansioni processuali. Né vi sarebbe contrasto con i principi di
equità, razionalità e ragionevole durata del processo (art. 6, § 1, CEDU), di
presunzione d’innocenza della persona fino a pronuncia definitiva di colpevolezza
(art. 6, § 2, CEDU) e di prevedibilità di tutte le conseguenze negative – anche sotto
il profilo della tutela processuale – della condotta realizzata (art. 7, §1, CEDU),
essendo comunque onere della parte interessata attivare correttamente il rapporto
processuale d’impugnazione con l’esclusione, in caso contrario, di ogni potere
cognitivo del giudice. Hanno inoltre precisato le Sezioni Unite che non avrebbe,
altresì, fondamento normativo la distinzione tra prescrizione maturata prima o
dopo la sentenza di merito, posto che “l’omessa rilevazione della prescrizione è un
dato destinato, come un qualsiasi altro errore, a rimanere privo di rilievo, se non
viene attivato il controllo sulla sentenza del giudice precedente, attraverso la
proposizione di un valido ricorso”. Conclusivamente, solo nel caso in cui
l’intervenuta prescrizione del reato, maturata prima della sentenza di appello, sia
stata dedotta – anche se quale unico motivo – nell’ impugnazione, è possibile una
declaratoria di estinzione del reato, essendo tale atto idoneo ad attivare il rapporto
processuale del grado superiore e ad escludere la formazione del c.d. “giudicato
sostanziale”. Ne consegue pertanto che, anche ai fini della ammissibilità del ricorso
straordinario per errore di fatto sulla prescrizione del reato, non può mai
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Corte, inoltre, non avrebbe rilievo fare leva sulla ratio ispiratrice dell’art. 129 cod.

prescindersi dalla ammissibilità dell’originario ricorso, sia nel caso in cui la
prescrizione sia maturata prima della sentenza di appello che nel caso in cui sia
maturata successivamente.
8. In definitiva, deve escludersi il carattere percettivo degli errori denunciati in
quanto la motivazione della pronuncia della Suprema Corte si è formata attraverso
la specifica valutazione del provvedimento impugnato e la prospettazione degli
errori contenuta nel ricorso in realtà denuncia un vizio di motivazione per cui la
doglianza si traduce in una non consentita richiesta di rivalutazione dei contenuti

9. Alla considerazioni esposte segue la inammissibilità del ricorso e la condanna
del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro duemila
in favore della Cassa delle Ammende.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali e della somma di euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.
Così decisa il 6 aprile 2018.
Il Cons
France

estensore
Cos ntini

Il Presidente
Pqtri9a Picci

ekkA,Q,

della decisione.

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