Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 22049 del 13/02/2018


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 22049 Anno 2018
Presidente: PICCIALLI PATRIZIA
Relatore: DI SALVO EMANUELE

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
TAFANI SOKOL nato il 11/04/1974

avverso l’ordinanza dei 26/11/2016 della CORTE APPELLO di FIRENZE
sentita la 9zione svolta dal Consigliere EMANUELE DI SALVO;
lette/srf1te le conclusioni del PG G. Corasaniti
Rigetto del ricorso

Data Udienza: 13/02/2018

RITENUTO IN FATTO
1. Tafani Sokol ricorre per cassazione avverso l’ordinanza in epigrafe indicata,
con la quale è stata rigettata l’istanza di riparazione per ingiusta detenzione, da
lui formulata a seguito di assoluzione dal reato di associazione a delinquere.
2. Il ricorrente deduce violazione di legge e vizio di motivazione, poiché le
conversazioni intercettate ineriscono a un numero che non è di Tafani Sokol, così
come il soggetto denominato “Koli” non è Tafani Sokol ma un altro Sokol e cioè

10 anni e otto mesi, soggetto che appare in decine e centinaia di telefonate e
che si occupava degli aspetti economici dell’attività illecita. Trattasi dunque di
errore di persona, in considerazione anche dell’assenza dei riscontri sulle
attribuzioni dei numeri di telefono, sulle somme di danaro e sull’attività di
sfruttamento della prostituzione. Il ricorrente ha subito fornito delle risposte,
negando gli addebiti in sede di interrogatorio di garanzia e poi chiedendo al
pubblico ministero un interrogatorio, che gli è stato sempre, di fatto, negato.
Non è nemmeno vero che il ricorrente abbia pronunciato la frase secondo cui la
mancata attribuzione di responsabilità sarebbe stata frutto di un colpo di fortuna.
La misura custodiale è stata adottata a carico di una persona stabilmente
residente in Albania, sposata, con tre figli minori ed un’attività lavorativa, che è
stata sostanzialmente persa a causa della privazione della libertà personale.
Quest’ultima è stata disposta soltanto sulla base di cinque telefonate, nell’arco
dei nove anni in cui si sarebbe esplicata l’asserita attività illecita, di tenore
insignificante sotto il profilo accusatorio. E comunque era illogico ritenere che da
così pochi contatti telefonici potesse inferirsi la partecipazione ad un’associazione
di grandi dimensioni, dedita, dall’anno 2004 fino all’aprile 2013, a un traffico di
droga in mezza Europa, oltre che ad un’attività di sfruttamento della
prostituzione in più città, con 20 imputati, con cui il ricorrente non ha mai avuto
alcun contatto.
2. Con requisitoria in data 6 ottobre 2016, il Procuratore generale presso questa
Corte ha chiesto rigetto del ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Le doglianze formulate dal ricorrente sono infondate. Costituisce infatti ius
receptum, nella giurisprudenza della suprema Corte, il principio secondo cui,
anche alla luce della novella del 2006, il controllo del giudice di legittimità sui
vizi della motivazione attenga pur sempre alla coerenza strutturale della

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Sokol Hoxha, fratello di Festin Hoxha, condannato, in primo grado, a una pena di

decisione, di cui saggia l’oggettiva “tenuta”, sotto il profilo logico-argomentativo,
e quindi l’accettabilità razionale, restando preclusa la rilettura degli elementi di
fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di nuovi e
diversi parametri di valutazione dei fatti (Cass., Sez. 3, n. 37006 del 27 -92006, Piras, Rv. 235508; Sez. 6, n. 23528 del 6-6-2006, Bonifazi, Rv. 234155).
Ne deriva che il giudice di legittimità, nel momento del controllo della
motivazione, non deve sovrapporre la propria valutazione a quella compiuta dai
giudici di merito ma deve limitarsi a verificare se quest’ultima sia compatibile con

atteso che l’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen. non consente alla Corte
di cassazione una diversa interpretazione delle risultanze processuali ma soltanto
l’apprezzamento della logicità della motivazione (cfr., ex plurimis, Cass., Sez. 3,
n. 8570 del 14-1-2003, Rv. 223469; Sez. fer., n. 36227 del 3-9-2004, Rinaldi;
Sez. 5, n. 32688 del 5-7-2004, Scarcella; Sez. 5, n.22771 del 15-4-2004,
Antonelli).
2. Nel caso in disamina, l’impianto argomentativo a sostegno del decisum è
puntuale, coerente, privo di discrasie logiche, del tutto idoneo a rendere
intelligibile l’iter logico-giuridico esperito dal giudice e perciò a superare lo
scrutinio di legittimità, avendo la Corte territoriale preso in esame tutte le
deduzioni di parte ed essendo pervenuta alle proprie conclusioni attraverso un
itinerario logico-giuridico in nessun modo censurabile, sotto il profilo della
razionalità, e sulla base di apprezzamenti di fatto non qualificabili in termini di
contraddittorietà o di manifesta illogicità e perciò insindacabili in questa sede.
Ciò si desume dalle considerazioni formulate, in particolare, a p.
dell’ordinanza

2

impugnata, segnatamente laddove la Corte d’appello ha

evidenziato che da due conversazioni intercettate risulta che il ricorrente venne
incaricato dai fratello di riscuotere i crediti vantati da Kola Anton, soggetto
stabilmente dedito allo spaccio di sostanze stupefacenti. In un altro colloquio
intercettato, il fratello del ricorrente chiede, con tono ambiguo, a quest’ultimo
informazioni su alcuni soggetti che volevano essere aiutati, evidentemente per il
compimento di affari illeciti o comunque “poco chiari”. Il giudice a quo ha poi
posto in rilievo la vicenda relativa alla vendita, da parte del Tafani, dell’auto in
uso a Kola, veicolo segnalato nell’ambito di servizi di accertamento dell’attività di
sfruttamento della prostituzione. La Corte d’appello ha poi sottolineato come il
Tafani non abbia fornito, nel corso del suo interrogatorio, alcuna indicazione utile
a chiarire il senso delle conversazioni intercettate nei suoi confronti, in tal modo
rafforzando, in senso a lui sfavorevole, il convincimento del giudice, anche circa
i timori nutriti dal Tafani per le indagini in corso, al punto da confessare che

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il senso comune e con i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento,

l’eventuale mancata attribuzione di responsabilità sarebbe stata frutto di un
“colpo di fortuna”. Di qui la conclusione, senz’altro esente da vizi logico- giuridici,
secondo la quale sono ravvisabili, nel caso di specie, profili di colpa grave,
rilevante ex art. 314 cod. proc. pen.

3. Tale conclusione è perfettamente in linea con il consolidato orientamento della
giurisprudenza di legittimità, secondo la quale è gravemente colposa quella
condotta che, pur tesa ad altri risultati, ponga in essere, per evidente,

non voluta, ma prevedibile, ragione d’intervento dell’autorità giudiziaria, che si
sostanzi nell’adozione di un provvedimento restrittivo della libertà personale
(Sez. U., n. 34559 del 26-6-2002, De Benedictis, Rv. 222263; Sez. 4, n. 43302
del 23-10-2008, Rv. 242034). Correttamente, pertanto, il giudice di merito, nel
caso in esame, ha apprezzato, in modo autonomo e completo, tutti gli elementi
probatori a sua disposizione, appurando la riscontrabilità di comportamenti,
anteriori e successivi alla perdita della libertà personale, connotati da
macroscopica negligenza e imprudenza e fondando la deliberazione conclusiva
non su mere supposizioni ma su fatti concreti e precisi, dai quali ha desunto, con
valutazione ex ante, che la condotta tenuta dal richiedente aveva contribuito a
ingenerare, nell’Autorità procedente, la falsa apparenza del ricorrere, nel suo
agire, di estremi di illiceità penale, dando così luogo alla detenzione, con
rapporto di causa- effetto ( Sez. U., n. 32383 del 27-5-2010, D’Ambrosio; Sez.
U., n. 43 del 13-12-1995, dep. 1996, Sarnataro).

5. Il ricorso va dunque rigettato, con conseguente condanna del ricorrente al
pagamento delle spese processuali.

PQM
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 13-12-2018.

macroscopica, negligenza o imprudenza, una situazione tale da determinare una

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