Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 22036 del 12/04/2018


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Penale Ord. Sez. 4 Num. 22036 Anno 2018
Presidente: PICCIALLI PATRIZIA
Relatore: CAPPELLO GABRIELLA

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:

TURTORO Antonio 06/05/1965
avverso la sentenza del TRIBUNALE di AVELLINO del 12 gennaio 2017
visti gli atti;
fatta la relazione dal Cons. dott. Gabriella CAPPELLO;
sentite le conclusioni del Procuratore Generale, in persona del dott. Simone
PERELLI, il quale ha chiesto l’inammissibilità del ricorso.

Data Udienza: 12/04/2018

..«

OSSERVA
1. Il Tribunale di Avellino ha condannato TURTORO Antonio per il reato di cui

all’art. 590 co. 2 e 3 cod. pen., perché, nella qualità di A.U. della ditta “Edil
Castello s.r.l.” e datore di lavoro di RENNA Vincenzo, cagionava a costui lesioni
personali gravi per colpa consistita nell’inosservanza delle norme cautelari di cui
agli artt. 18 e 139 d.lgs. 81 del 2008. In particolare, il RENNA, impegnato a svolgere le
proprie mansioni su un ponte di cavalletti con altezza superiore a due metri, a causa del
ribaltamento del tavolone base d’appoggio, era finito al suolo procurandosi le lesioni, senza
che il datore di lavoro avesse adottato le necessarie misure di sicurezza previste per i

individuale (fatto accaduto il 07/09/2010).
2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per saltum ex art. 569 cod. proc. pen., a
mezzo di proprio difensore, l’imputato, formulando due motivi.
Con il primo ha dedotto violazione di legge con riferimento al principio di
correlazione tra accusa e sentenza, avendo il giudice ritenuto che il fatto sarebbe stato
ricostruibile egualmente in base a due differenti ipotesi, nessuna delle quali, peraltro,
pienamente dimostrata, ma che risultano, in ogni caso, tra di loro alternative [caduta da
impalcatura fissa per mancanza di parapetto o caduta da impalcatura mobile per mancanza
di ancoraggio delle tavole di calpestio (come contestato nel capo d’imputazione)], lasciando
così permanere la rilevata incertezza in ordine alla ricostruzione del fatto.
Con il secondo ha dedotto vizio di carenza e manifesta illogicità della motivazione,
sempre con riguardo al tema sopra richiamato, poiché il giudice, nel richiamare due distinte
e tra loro alternative versioni dei fatti, avrebbe finito per non individuarne alcuna in termini
di condotta addebitabile all’imputato, così precludendo ogni controllo sul ragionamento
svolto in ordine alla sussistenza del nesso di causalità.
3. Il ricorso deve essere convertito in appello, contenendo tra i motivi anche la
censura di cui all’art. 606 co. 1 lett. e) cod. proc. pen.
In tal caso, infatti, secondo costante giurisprudenza, il ricorso non può essere
presentato per saltum, ma deve essere convertito in appello, ai sensi dell’art. 569 co. 3
codice di rito (cfr. sez. 6 n. 26419 del 03/07/2012, Rv. 253122; sez. 3 n. 48978
dell’08/10/2014, Rv. 261208; sez. 6 n. 26350 del 31/05/2007, Rv. 236860; n. 40373 del
18/10/2007, Rv. 238230), ostandovi il generale principio della osservanza dei gradi della
giurisdizione (cfr. sez. 1 n. 48139 del 10/12/2008, Rv. 242789).
P.Q.M.
Convertito il ricorso in appello, dispone trasmettersi gli atti alla Corte d’appello di Napoli
per il relativo giudizio.
Deciso in Roma il 12 aprile 2018.
Il Consigliere estensore
briella Cappello

Il Presidente
PicciaIi

ponteggi superiori a due metri e senza aver fornito i necessari presidi di protezione

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