Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 21920 del 15/03/2018

Penale Sent. Sez. 5 Num. 21920 Anno 2018
Presidente: FUMO MAURIZIO
Relatore: SCARLINI ENRICO VITTORIO STANISLAO

SENTENZA
sui ricorsi proposti da:
AA
BB

avverso la sentenza del 22/09/2015 della CORTE APPELLO di TRIESTE
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere ENRICO VITTORIO SCARLINI
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore LUIGI ORSI
che ha concluso per

Il Proc. Gen. conclude per l’inammissibilita’
Udito il difensore
LA DIFESA CHIEDE L’ANNULLAMENTO SENZA RINVIO, IN SUBORDINE
L’ANNULLAMENTO CON RINVIO PER LA RIQUALIFICAZIONE DELLA PENA

Data Udienza: 15/03/2018

RITENUTO IN FATTO

1 – Con sentenza del 22 settembre 2015, la Corte di appello di Trieste, in
parziale riforma della sentenza del Tribunale di Udine, riduceva la pena inflitta a
BB, confermando la responsabilità del medesimo e di Adelino
AA in ordine ai delitti di bancarotta patrimoniale e documentale loro
ascritti, AA quale amministratore di diritto prima ed amministratore di
fatto poi della s.r.l. Adria, dichiarata fallita il 23 giugno 2006, BB quale

l’amministratore di fatto) della medesima società (di cui entrambi erano stati
anche soci).
La Corte, in risposta alle censure mosse dagli imputati negli atti di appello,
ribadiva l’orientamento giurisprudenziale, fissato dalle Sezioni unite con la
sentenza n. 1901/2008 Niccoli, che ritiene insindacabile da parte del giudice
penale la sentenza dichiarativa del fallimento, anche in relazione ai presupposti
di fallibilità ed anche se questi, nel frattempo, erano, per legge, mutati.
La Corte affermava poi come fosse irrilevante l’omologa del concordato
fallimentare, adottato ai sensi dell’art. 118 I. fallim., in riferimento alla
sussistenza dei reati fallimentari, rigettando l’eccezione di estinzione dei
medesimi formulata dalle difese degli imputati.
Nel merito, la Corte riteneva la responsabilità dei prevenuti in base alle
seguenti considerazioni:
– AA, dopo la cessazione della carica, aveva mantenuto il potere
di firma presso gli istituti bancari, aveva condotto e concluso un importante
affare immobiliare (come avevano riferito il curatore e l’acquirente dell’immobile)
ed aveva incassato dei proventi spettanti alla società, così dimostrando di
esserne stato, per l’epoca successiva alle dimissioni, l’amministratore di fatto;
– BB, amministratore di diritto nell’ultimo periodo di vita della
società, non era stato una mera “testa di legno” visto che aveva personalmente
posto in essere vari atti di amministrazione, dall’emissione all’incasso di alcuni
assegni, alla diretta partecipazione all’affare immobiliare di cui si è detto; dai
contatti con il curatore poi non era affatto emerso che egli non fosse a
conoscenza dei fatti più salienti della vita della società fallita.
La Corte rigettava la richiesta riqualificazione della bancarotta documentale
fraudolenta in semplice, in base alla considerazione che l’assenza di valida
documentazione contabile era stata lo strumento deputato all’occultamento delle
condotte distrattive.
2 – Propongono ricorso entrambi gli imputati, a mezzo dei rispettivi
difensori.
1

amministratore di diritto (nel periodo in cui AA ne era stato

2 – 1 – Per AA, l’Avv. Flavio Lazzaro articola quattro
motivi di ricorso.
2 – 1 – 1 – Con il primo deduce la violazione di legge perché la Corte
territoriale non aveva preso atto che la sentenza dichiarativa del fallimento era
nulla perché pronunciata in assenza dei presupposti di legge, sentenza che
l’imputato non aveva potuto impugnare nella sede propria perché egli non ne era
l’amministratore di diritto al momento della declaratoria del fallimento e non era
stato dichiarato fallito in proprio.

ritenuta vincolante la statuizione del giudice civile nonostante la stessa non
fosse, ai sensi degli artt. 2 e 3 del codice di rito, tale (non essendovi, infatti,
controversia sullo stato di famiglia o di cittadinanza).
Il giudice civile poi aveva erroneamente applicato la vecchia normativa sui
presupposti di fallibilità mentre era già in vigore la nuova.
Né si era provato, al fine di ritenere la sussistenza del delitto di bancarotta
documentale, che l’imputato fosse onerato della tenuta delle scritture contabili.
2 – 1 – 3 – Con il terzo motivo deduce la violazione di legge perché la Corte
non aveva dichiarato l’estinzione dei delitti fallimentari ad esito dell’omologa del
concordato che è causa di cessazione del fallimento.
Considerando la sentenza dichiarativa del fallimento una condizione
obbiettiva di punibilità, la sua eliminazione, conseguente all’omologa del
concordato, fa venir meno i delitti fallimentari.
2 – 1 – 4 – Con il quarto motivo lamenta il difetto di motivazione in ordine
alla ritenuta qualità di amministratore di fatto del prevenuto, posto che i testi
assunti l’avevano, invece, esclusa.
2 – 2 – Per BB, l’Avv. R articola quattro
motivi.
2 – 2 – 1 – Con il primo deduce la violazione di legge ed il difetto di
motivazione laddove si era ritenuta vincolante la sentenza dichiarativa del
fallimento nonostante fossero mutati i presupposti di legge della fallibilità e non
si era tenuto conto dell’effetto della sopravvenuta omologa del concordato ai fini
della permanenza dei delitti contestati.
2 – 2 – 2 – Con il secondo motivo lamenta la violazione di legge ed il difetto
di motivazione posto che agli atti non vi era la prova della sottrazione delle
scritture ma solo quella della loro incompletezza e si doveva pertanto qualificare
la condotta di bancarotta documentale come semplice e non come fraudolenta.
2 – 2 – 3 – Con il terzo motivo deduce il difetto di motivazione in ordine al
trattamento sanzionatorio.

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2 – 1 – 2 – Con il secondo motivo la violazione di legge, in quanto si era

Non si era adeguatamente motivato il mancato giudizio di prevalenza delle
circostanze attenuanti generiche, considerando sia le nuove soglie stabilite per il
fallimento sia il minor ruolo rivestito dal BB, sia il minimo danno causato
ai creditori.
Anzi si era erroneamente riconosciuta l’aggravante del danno patrimoniale
rilevante anche nei confronti del BB non tenendo così conto del suo
minor ruolo nei fatti di distrazione.

CONSIDERATO IN DIRITTO

I ricorsi promossi nell’interesse di AA e Stefano
BB sono entrambi manifestamente infondati.
1 – I primi due motivi del ricorso AA e la prima censura del ricorso
BB si pongono in contrasto con la costante giurisprudenza di questa
Corte che, a seguito della pronuncia delle Sezioni unite, n. 19601 del
28/02/2008, Niccoli, Rv. 239398, ha chiarito come il giudice penale, investito del
giudizio relativo a reati di bancarotta ex artt. 216 e seguenti R.D. 16 marzo
1942, n. 267, non possa sindacare la sentenza dichiarativa di fallimento, quanto
al presupposto oggettivo dello stato di insolvenza dell’impresa e ai presupposti
soggettivi inerenti alle condizioni previste per la fallibilità dell’imprenditore,
sicché le modifiche apportate all’art. 1 R.D. n. 267 del 1942 dal D.Lgs. 9 gennaio
2006, n. 5 e dal D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169, non possono esercitare
influenza alcuna, ai sensi dell’art. 2 cod. pen., sui procedimenti penali in corso
(così, da ultimo: Sez. 5, n. 10033 del 19/01/2017, Ioghà, Rv. 269454).
Non potevano pertanto, i giudici del merito penale, riconsiderare, come
richiesto dalle difese, i presupposti che aveva giustificato la sentenza dichiarativa
del fallimento se non impugnando la stessa in sede civile.
Né tale principio di diritto può trovare eccezione nel caso in cui l’imputato di
un reato fallimentare non fosse legittimato ad opporsi alla sentenza dichiarativa
del fallimento perché ciò comporterebbe una impropria forma di impugnazione
(oltretutto senza alcun termine di decadenza) di una sentenza civile non in sede
propria ma nell’ambito di un processo penale, destinato, invece, solo a valutarne
le eventuali conseguenze, sul piano esclusivamente penale, e non a soppesarne
la correttezza giuridica.
2 – La censura relativa alla mancata applicazione della nuova normativa,
sollevata nel ricorso AA, è parimenti manifestamente infondata dato
che non tiene conto della circostanza che la sentenza dichiarativa del fallimento
della srl Adria era stata pronunciata il 23 giugno 2006, e quindi in data anteriore
3

2 – 2 – 4 – Con il quarto motivo deduce la mancata concessione dell’indulto.

all’entrata in vigore, avvenuta solo il 17 luglio 2006 (sei mesi dopo la
pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, del 16 gennaio 2006, come disposto
dall’art. 153 del decreto), della riforma dell’art. 1 I. fall., ad opera del d. Igs. 9
gennaio 2006 n. 5, dei requisiti delle imprese soggette alla disciplina fallimentare
(poi nuovamente mutati, dal 1 gennaio 2008, a seguito del d. Igs. 12 settembre
2007 n. 169).
3 – Parimenti manifestamente infondata è la pretesa (contenuta nel terzo
motivo del ricorso AA e nel primo del gravame BB) che dalla

dagli artt. 124 e seguenti della legge fallimentare, derivi l’estinzione dei reati
fallimentari, posto che, invece, l’indicata chiusura non rimuove affatto la
dichiarazione di insolvenza della società lcontenuta nella pronuncia del fallimento,
che può essere annullata solo impugnando la stessa (così Sez. 5, n. 7468 del
27/01/2011, Cozzolino, Rv. 249609). Annullamento da cui, peraltro, deriverebbe
l’insussistenza dei reati fallimentari, per il mancato avveramento della condizione
obiettiva di punibilità, costituita, appunto, dalla sentenza dichiarativa di
fallimento, e non la loro mera estinzione.
4 – Il secondo ed il quarto motivo del ricorso AA, nella parte in cui
contestano il ruolo di amministratore di fatto del predetto e l’onere di tenuta
delle scritture contabili, sono inammissibili perché versati interamente in fatto e,
invece, esula dai poteri della Corte di cassazione quello di una “rilettura” degli
elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via
esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di
legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più
adeguata, valutazione delle risultanze processuali (per tutte: Sez. Un., 30/42/7/1997, n. 6402, Dessimone, Rv. 207944; tra le più recenti: Sez. 4, n. 4842
del 02/12/2003 – 06/02/2004, Elia, Rv. 229369).
I motivi proposti tendono, appunto, ad ottenere una inammissibile
ricostruzione dei fatti mediante criteri di valutazione diversi da quelli adottati dal
giudice di merito, il quale, con motivazione esente da vizi logici e giuridici, ha
esplicitato le ragioni del suo convincimento.
La Corte, infatti, aveva dedotto, dalle dichiarazioni dei testi dettagliatamente
indicati, il ruolo di amministratore di fatto del AA nel periodo
successivo alle sue formali dimissioni dalla carica, elencando le condotte dal
medesimo tenute che ne provavano la permanente conduzione della società e
come egli dovesse essere pienamente consapevole delle carenze nella tenuta
della contabilità perché funzionali alla realizzazione delle consumate distrazioni
(ragione per la quale non poteva prospettarsi una diversa e meno grave
qualificazione del delitto di bancarotta fraudolenta documentale).
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chiusura del fallimento conseguente all’esito positivo del concordato previsto

Circostanze queste ultime, sulla irregolare tenuta della contabilità e sulle
ragioni della stessa, che conducono a ritenere manifestamente infondato anche il
secondo motivo del ricorso BB, peraltro anch’esso interamente versato in
fatto.
5 – Il terzo motivo del ricorso BB, sul trattamento sanzionatorio è
inammissibile perché la graduazione della pena, anche in relazione agli aumenti
ed alle diminuzioni previsti per le circostanze aggravanti ed attenuanti, ed al
giudizio di comparazione delle circostanze eterogenee, rientra nella

base, in aderenza ai principi enunciati negli artt. 132 e 133 cod. pen.; ne
discende che è inammissibile la censura che, nel giudizio di cassazione, miri ad
una nuova valutazione della congruità della pena la cui determinazione non sia
frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico (Sez. 5, n. 5582 del 30/09/2013
– 04/02/2014, Ferrario, Rv. 259142), ciò che – nel caso di specie – non ricorre.
Invero, una specifica e dettagliata motivazione in ordine alla quantità di pena
irrogata, specie in relazione alle diminuzioni o aumenti per circostanze, è
necessaria soltanto se la pena sia di gran lunga superiore alla misura media di
quella edittale, potendo altrimenti essere sufficienti a dare conto dell’impiego dei
criteri di cui all’art. 133 cod. pen. le espressioni del tipo: “pena congrua”, “pena
equa” o “congruo aumento”, come pure il richiamo alla gravità del reato o alla
capacità a delinquere (Sez. 2, n. 36245 del 26/06/2009, Denaro, Rv. 245596)
La piena collaborazione prestata dal BB a AA ne aveva
giustificato il complessivo trattamento sanzionatorio che, peraltro, la Corte
d’appello aveva ridotto, riconsiderando l’aumento per la recidiva e valutando
comunque il suo minor ruolo nella vicenda.
6 – L’ultimo motivo del ricorso BB è inammissibile perché, nel caso
di omessa pronuncia da parte del giudice d’appello in ordine all’applicabilità o
meno dell’indulto, l’imputato non ha interesse a ricorrere per cassazione,
potendo ottenere l’applicazione del beneficio in sede esecutiva ed essendo tale
possibilità preclusa solo da una decisione di rigetto del giudice della cognizione
(da ultimo Sez. 2, n. 21977 del 28/04/2017, Brancher, Rv. 269800).
A ciò si deve aggiungere che, comunque, essendosi, il delitto di bancarotta
al medesimo ascritto, perfezionato con la sentenza dichiarativa del fallimento
pronunciata il 23 giugno 2006, il richiesto beneficio non è applicabile posto che
l’art. 1 della legge 31 luglio 2006 n. 241 lo consente per i soli reati commessi
fino al 2 maggio 2006.
7 – All’inammissibilità dei ricorsi segue la condanna di ciascun ricorrente al
pagamento delle spese processuali e, versando i medesimi in colpa, della somma
di euro 2.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

discrezionalità del giudice di merito, che la esercita, così come per fissare la pena

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna ciascun ricorrente al pagamento
delle spese processuali e della somma di euro 2.000,00 in favore della Cassa
delle ammende.

Così deciso in Roma il 15 marzo 2018.

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