Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 21918 del 28/02/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 21918 Anno 2018
Presidente: VESSICHELLI MARIA
Relatore: AMATORE ROBERTO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
PROCURATORE GENERALE PRESSO CORTE D’APPELLO DI REGGIO CALABRIA
nel procedimento a carico di:
MANGIOLA EDOARDO nato il 28/02/1980 a REGGIO CALABRIA
inoltre:
COMUNE DI REGGIO CALABRIA

avverso la sentenza del 07/06/2016 della CORTE APPELLO di REGGIO CALABRIA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere ROBERTO AMATORE
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore MARIO MARIA
STEFANO PINELLI
che ha concluso per

Il Proc. Gen. conclude per il rigetto
Udito il difensore
Si succedono nell’intervento difensivo gli avv. ti CALABRESE e CHIRICO i quali
espongono gli argomenti a sostegno della richiesta di reiezione del ricorso in
quanto inammissibile.

Data Udienza: 28/02/2018

RITENUTO IN FATTO
Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Reggio Calabria, in integrale riforma della
sentenza emessa dal Tribunale di Reggio Calabria in data 3.11.2013 ( e con la quale l’odierno
imputato era stato condannato alla pena di giustizia per il reato di associazione di stampo
mafioso pluriaggravato ), ha assolto il Mangiola dal reato da ultimo ricordato per non aver
commesso il fatto.
Avverso la predetta sentenza ricorre il P.G. distrettuale, affidando la sua impugnativa a due

1.1 Denunzia il P.G. ricorrente, con il primo motivo, violazione di legge in relazione alla
mancata valutazione complessiva ed unitaria del compendio probatorio acquisito.
Si osserva da parte del RG. che la Corte distrettuale avrebbe adottato una valutazione
atomistica e parcellizzata degli elementi di prova emersi nel corso del dibattimento senza
procedere, dunque, ad una valutazione complessiva degli indizi di reato, cosi come invece
richiesto dal secondo comma dell’art. 192 cod. proc. pen..
1.2 Con un secondo motivo si declina vizio argomentativo in relazione alle singole prove
dichiarative e documentali ritenute dalla Corte di merito inidonee a fondare un giudizio di
penale responsabilità dell’imputato.
1.2.1 In primis, si censura la motivazione adottata in riferimento alle dichiarazioni resa dal
collaboratore Pavaglianiti.
Si osserva, sul punto, che la stessa Corte reggina aveva ritenuto che il detto collaboratore non
avesse riferito notizie false e che non poteva evocarsi neanche un pericolo di inquinamento
della fonte probatoria in relazione a possibili accordi tra i collaboratori, accordi invece paventati
dalle difese del ricorrente.
1.2.1.2 Si evidenzia, sotto quest’ultimo profilo, che effettivamente la convivenza tra il
Pavagliniti e la Ventura ( altra collaboratrice di giustizia e, peraltro, moglie dell’imputato ) era
durata un brevissimo lasso di tempo, prima che i due si separassero e che il Pavagliniti si
decidesse anche lui a collaborare.
Osserva il P.G. che la Corte di merito aveva ritenuto le dichiarazioni del predetto collaboratore

ragioni di doglianza.

eccessivamente generiche e non confortate da riscontri esterni, e ciò rilevava a fortioni se si
considera che la contestazione penale riguardava un reato di tipo associativo, nel quale la
giurisprudenza di legittimità richiede che il riscontro esterno individualizzante si riferisca non
già alle singole attività attribuite all’accusato, quanto piuttosto al profilo della appartenenza di
quest’ultimo al sodalizio criminoso.
1.2.1.3 Per contro, osserva il P.G. che il Pavagliniti conosceva benissimo l’imputato perché
intenti entrambi nel traffico illecito di sostanza stupefacente di talché, come precipitato logico
di questa conoscenza personale, doveva ritenersi che la proposta di affiliazione all’ndrangheta
avanzata dal Mangiola al Pavagliniti con la espressione “fare un fiore” dovesse ritenersi contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte reggina – esplicita manifestazione della volontà
del Mangiola di affiliare il collaboratore alla cosca malavitosa e, dunque, sicuro indice della sua0_,
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intraneità al sodalizio criminoso, tanto ciò è vero che – sostiene il ricorrente – il Pavagliniti
aveva compreso limpidamente il senso di tale offerta alla quale aveva opposto un garbato
rifiuto.
1.2.1.4 Sempre sul versante della mancata corretta comprensione da parte del giudice di
appello del significato del compendio probatorio acquisito si appunta anche l’ulteriore censura
avanzata dal P.G. in relazione alla circostanza emersa dalla escussione dibattimentale del
Pavagliniti in relazione alle visite effettuate dal Mangiola, unitamente al propalante, al Chirico

1.2.1.4.1 Erronea e superficiale sarebbe altresì la valutazione probatoria del viaggio a Genova
nel 2011 da parte del Mangiola unitamente sempre al Pavagliniti che raccontò l’episodio nel
corso del suo esame, atteso che emerse chiaramente da quanto dichiarato dal collaboratore
che il Mangiola era andato in Liguria per incontrare un soggetto che poteva mettersi in contatto
con un affiliato al clan Libri ristretto nel carcere di Parma, al fine di far pervenire a quest’ultimo
un messaggio, definito in sentenza “ambasciata”, da parte del clan calabrese.
Diversamente da quanto ritenuto dalla Corte territoriale, il racconto della vicenda da parte del
Pavagliniti era risultato coerente e genuino, avendo, peraltro, raccontato il propalante che non
aveva potuto conoscere l’identità della persona incontrata dal Mangiola né aveva potuto
partecipare all’incontro proprio perché non era un intraneo alla cosca.
Ulteriore riscontro esterno sarebbe rappresentato, sul punto qui da ultimo in esame, dalla
deposizione del teste Capitano Aveni che aveva ricostruito i frequenti viaggi dell’imputato nel
nord Italia ed anche più in particolare a Bologna per incontrare il cugino Belfiore Edoardo,
anch’egli coinvolto nel traffico di stupefacenti.
1.2.1.4.2 I viaggi al Nord, così ricostruiti dagli inquirenti, sarebbero coerenti con le altre prove
acquisite e spiegherebbero altresì – sostiene il P.G. – il profilo della apparente sproporzione
delle risorse finanziarie formalmente disponibili al Mangiola e la sua attività di investimento in
attività commerciali nel campo della ristorazione, atteso che risultava ora evidente che tali
risorse provenivano dalle sue attività illecite.
1.2.1.4.3 Altro indice di sicura intraneità del Mangiola alla cosca Libri, invece inspiegabilmente
sottovalutato dalla Corte reggina, sarebbe l’attività di far circolare notizie tra gli affiliati e
anche in favore di quelli ristretti in carcere, come ritenuto pacificamente dalla giurisprudenza di
questa Corte.
1.2.1.5 In questo contesto dichiarativo chiaro e coerente, si spiega anche la genesi della scelta
collaborativa del Pavagliniti che doveva essere ricercata nel timore per la propria incolumità
personale dopo che il Mangiola era venuto a sapere, dopo la sua incarcerazione, della relazione
extraconiugale intrattenuta dal Pavagliniti con la Ventura.
Ciò si spiega solo con la considerazione da parte del propalante della intranenità del Mangiola
al sodalizio criminoso, giacché solo tramite quest’ultimo si sarebbe potuta realizzare la
vendetta del Mangiola, in quel momento ristretto in carcere.

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Filippo, genero del capo clan Pasquale Libri e notoriamente “accoscato”.

1.2.2 Ma anche in ordine alla valutazione delle dichiarazione della collaboratrice Ventura la
Corte sarebbe incorsa – secondo gli assunti dei ricorrenti – in evidenti sottovalutazioni degli
apporti conoscitivi forniti dalla dichiarante.
1.2.2.1 Genuina e trasparente sarebbe – secondo il P.G. – la genesi della scelta collaborativa
della propalante, scelta che nascerebbe dal timore per la vita propria e dei propri figli dopo
aver conosciuto, tramite la lettura della ordinanza applicativa della misura custodiale del
marito, i trascorsi di quest’ultimo e le reali amicizie che coltivava, amicizie di cui solo dopo

1.2.2.2 Si evidenzia che la Corte aveva sottovalutato una serie di circostanze riferite dalla
Ventura che invece dimostravano la intraneità del Mangiola alla cosca Libri, come : il
ritrovamento in uno zaino ( di cui il Mangiola aveva chiesto la consegna ad una persona da lui
indicata )di una pistola ; ovvero la circostanza che, subito dopo l’arresto del Mangiola, la
dichiarante aveva subito il controllo asfissiante del Bíancheri e della di lui moglie in un quadro
di sicura attenzione della cosca alle mosse della Ventura i cui comportamenti avrebbero potuto
danneggiare il clan malavitoso ( e così si spiega anche la insistenza del Biancheri nel voler
accompagnare la Ventura nel colloquio in carcere con il marito ) ; e poi la rilevantissima
circostanza – invece incredibilmente minimizzata dalla Corte di merito – della consegna da
parte di Silvana Libri, figlia del boss Pasquale, di una somma di euro 500 dopo l’arresto del
marito, situazione quest’ultima che dimostrava in modo inequivoco l’appartenenza del Mangiola
al clan, perché rispondente alle logiche di sostentamento degli affiliati e delle famiglie dopo
l’arresto di un sodale.
1.2.2.3 Si evidenzia, inoltre, la sottovalutazione da parte della Corte di merito della circostanza
– riferita dalla Ventura – del ritrovamento di una arma nello zaino di cui il Mangiola aveva
ordinato la consegna ad un soggetto evidentemente intraneo alla cosca subito dopo il suo
arresto ( che evidenziava la circostanza che l’arma apparteneva al sodalizio ) e la vicenda del
ferimento del Mangiola di cui quest’ultimo aveva fornito una fantasiosa ricostruzione alla
moglie nella evidente volontà di nascondere a quest’ultima la riferibilità dello stesso alla
dinamiche criminose del clan.
1.2.2.4 Si deduce, inoltre, la sottovalutazione probatoria della partecipazione del Mangiola al
funerale di Tuscano Salvatore di cui si era dimostrata in giudizio, tramite la produzione di
diverse sentenze ormai passate in giudicato, l’appartenenza al sodalizio criminoso e del quale
si era dimostrata, anche tramite intercettazioni ambientali, la vicinanza e l’amicizia con il
Mangiola.
Si evidenzia che al predetto funerale il Mangíola aveva anche portato per un breve tratto il
feretro del Tuscano, così dimostrando tutta la sua vicinanza ed amicizia al defunto.
1.2.2.5 Si sottolinea, infine, la mancata valutazione delle ulteriori circostanze fattuali, così
come emerse tramite intercettazioni captate e testimonianze degli inquirenti, dei solidi
collegamenti del Mangiola con esponenti della cosca Libri e della cosca Zindato Borghetto

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l’arresto la dichiarante aveva compreso il reale significato.

federata alla prima (si legga in tal senso il viaggio effettuato dal Mangiala a Roma in
compagnia di Andrea Zindato).
1.2.2.6 Sempre nell’ottica della criticata sottovalutazione delle evidenze probatorie, si colloca
la censura relativa all’episodio dell’accompagnamento dei parenti del Chirico Filippo al carcere
di Teramo, ove quest’ultimo era ristretto in relazione a vicende delinquenziali legate alla cosca
Libri.
Inadeguata sarebbe, altresì, la valutazione dell’episodio riferito dalla Ventura della visita al

moglie con un falso nome, nella piena consapevolezza dunque da parte del Mangiala della
appartenenza del Chirico al clan Libri e dello stato di latitanza.
1.2.2.7 Osserva ancora la parte ricorrente che l’evidente sperequazione patrimoniale tra i
redditi dichiarati dal Mangiala ed i suoi investimenti in attività commerciali rendeva palese la
provenienza di questi flussi finanziari da attività illecite ed in primo luogo dalla sua
appartenenza al sodalizio criminoso.
Non era neanche da sottovalutare – secondo la ricostruzione del P.G. ricorrente
l’appartenenza del Mangiala ad una famiglia di tradizione “mafiosa” ( essendo il padre
dell’imputato un appartenente alla cosca Libri ) ed i suoi rapporti con la ditta Bentini, che
aveva vinto l’appalto per la costruzione del nuovo palazzo dì giustizia, rapporti che
dimostrerebbero la infiltrazione nel territorio reggino della predetta cosca e la sua capacità di
condizionare anche soggetti imprenditoriali di grande spessore economico, al fine di ottenere il
monopolio dei subappalti e delle subforniture e del quale si era beneficiato anche il Mangiala
per il servizio di ristorazione degli operai e degli impiegati della menzionata ditta.

CONSIDERATO IN DIRITTO
2. Il ricorso del P.G. è infondato.
2.1 Le doglianze avanzate dal ricorrente sono, in realtà, volte alla critica diretta delle prove ed in particolar modo di quelle dichiarative -, già ampiamente scrutinate e verificate ( con
esiti, peraltro, diversi, tra il primo ed il secondo grado ) dai giudici del merito, ponendo
questioni che si pongono al limite del perimetro di giudizio del giudice di legittimità il cui
contenuto è ristretto – come è noto – nei confini della legittimità e del vizio argomentativo, non
potendo estendersi, all’evidenza, a profili attinenti la valutazione contenutistica della prova,
che è rimessa all’esclusiva cognizione del giudice delle fasi di merito.
2.1.1 E’ necessario ricordare, con riguardo ai limiti del sindacato di legittimità sulla
motivazione dei provvedimenti oggetto di ricorso per cassazione, delineati dall’art. 606,
comma 1, lettera e), cod. proc. pen., come vigente a seguito delle modifiche introdotte dalla L.
n. 46 del 2006, che questo non concerne né la ricostruzione dei fatti, né l’apprezzamento del
giudice di merito, ma è circoscritto alla verifica che il testo dell’atto impugnato risponda a due
requisiti che lo rendono insindacabile: 1) l’esposizione delle ragioni giuridicamente significative
che lo hanno determinato; 2) l’assenza di illogicità evidenti, ossia la congruenza delle
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Chirico allorquando quest’ultimo era latitante : era stato, cioè, presentato dal Mangiala alla

argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento.

Ed invero, il sindacato

demandato alla Corte di Cassazione si limita al riscontro dell’esistenza di un logico apparato
argomentativo, senza possibilità di verifica della rispondenza della motivazione alle acquisizioni
processuali. Deve inoltre aggiungersi che il vizio della “manifesta illogicità” della motivazione
deve risultare dal testo del provvedimento impugnato, nel senso che il relativo apprezzamento
va effettuato considerando che la sentenza deve essere logica “rispetto a sé stessa”, cioè
rispetto agli atti processuali citati nella stessa ed alla conseguente valutazione effettuata dal

incompatibile con i principi della logica.
Sintetizzando sul punto, si è detto che il sindacato del giudice di legittimità sul discorso
giustificativo del provvedimento impugnato deve mirare a verificare che la motivazione della
pronuncia: a) sia “effettiva” e non meramente apparente, cioè realmente idonea a
rappresentare le ragioni che il giudicante ha posto a base della decisione adottata; b) non sia
“manifestamente illogica”, in quanto risulti sorretta, nei suoi punti essenziali, da
argomentazioni non viziate da evidenti errori nell’applicazione delle regole della logica; c) non
sia internamente “contraddittoria”, ovvero sia esente da insormontabili incongruenze tra le sue
diverse parti o da inconciliabilità logiche tra le affermazioni in essa contenute; d) non risulti
logicamente “incompatibile” con “altri atti del processo” (indicati in termini specifici ed
esaustivi dal ricorrente nei motivi del suo ricorso per cassazione) in termini tali da risultarne
vanificata o radicalmente inficiata sotto il profilo logico.
Alla Corte di Cassazione non è, dunque, consentito di procedere ad una rinnovata valutazione
dei fatti magari finalizzata, nella prospettiva del ricorrente, ad una ricostruzione dei medesimi
in termini diversi da quelli fatti propri dal giudice del merito (Sez. 6, n. 27429 del 04/07/2006,
Lobriglio, Rv. 234559; Sez. 6, n. 25255 del 14/02/2012, Minervini, Rv. 253099) e non possono
dar luogo all’annullamento della sentenza le minime incongruenze argomentative o l’omessa
esposizione di elementi di valutazione, che il ricorrente ritenga tali da determinare una diversa
decisione (ma che non siano inequivocabilmente muniti di un chiaro carattere di decisività),
posto che non costituisce vizio della motivazione qualunque omissione valutativa che riguardi
singoli dati estrapolati dal contesto. Al contrario, è solo l’esame del complesso probatorio entro
il quale ogni elemento sia contestualizzato che consente di verificare la consistenza e la
decisività degli elementi medesimi, oppure la loro ininfluenza ai fini della compattezza logica
dell’impianto argomentativo della motivazione (Sez. 2, n. 9242 del 08/02/2013, Reggio, Rv.
254988; Sez. 2, n. 18163 del 22/04/2008, Ferdico, Rv. 239789).
2.1.2 Ciò detto, osserva la Corte come le doglianze sollevate nel ricorso introduttivo,
proponendo – nella maggior parte dei casi – censure in fatto, lambiscano, per quanto si dirà
tra breve, l’area della inammissibilità.
Orbene, occorre rilevare come la prima censura sollevata da parte del P.G. ricorrente evidenzi
e stigmatizzi una valutazione parcellizzata ed atomistica svolta dalla Corte distrettuale per
fondare il giudizio di assoluzione qui contestato.
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giudice di merito, che si presta a censura soltanto se manifestamente contrastante e

Ma non si può non rilevare come la parte ricorrente incorra nel medesimo errore dalla stessa
denunciato, atteso che, nel secondo motivo di doglianza (declinato come vizio argomentativo),
la parte ricorrente procede ad un esame, anch’esso parcellizzato, delle singole fonti di prova
dichiarativa che erano state svalutate probatoriamente dalla Corte reggina, fornendo una
valutazione “alternativa” in chiave accusatoria delle dichiarazioni rese dai propalanti
Pavaglianiti e Ventura e proponendo, in tal modo, non già una critica volta a disarticolare la
tenuta logica complessiva della motivazione impugnata, quanto piuttosto un’esegesi diversa

accusatoria.
2.1.2.1 Va anche detto, qui ancora in termini generali, che la Corte di merito giustifica gli
innegabili rapporti intrattenuti dal Mangiola con i membri della famiglia Libri, riconducendoli con argomentazioni che non possono essere, certo, tacciate come manifestamente illogiche e
contraddittorie – ad uno stretto rapporto di “comparato” che, nella tradizione culturale e
sociale soprattutto di alcun zone del nostro meridione, giustifica anche atteggiamenti di
strettissima vicinanza tra le famiglie, quasi a far ritenere che tali rapporti amicali siano più forti
dei vincoli parentali e di sangue.
2.1.2.2 Peraltro non viene in alcun modo lambita dalle critiche della parte ricorrente quella
parte della motivazione – da ritenersi, invece, decisiva ai fini della decisione liberatoria relativa alla valutazione delle dichiarazioni del teste Lo Giudice Antonino che ha integralmente
smentito le dichiarazioni del collaborante Villanti in ordine alla riferita intraneità del Mangiola
alla cosca Libri.
Del pari non risulta aggredita da parte del ricorrente neanche la motivazione relativa alle
valutazioni espresse dalla Corte reggina in riferimento alla deposizione del Reliquato Giuseppe
( le cui dichiarazioni erano state – chiarisce la Corte territoriale – integralmente ignorate nella
sentenza di primo grado ), deposizione invece valorizzata probatoriamente per evidenziare
l’assenza di riscontri esterni alle dichiarazioni accusatorie sempre del Villani.
Ebbene, ritiene il Collegio che già questo primo profilo del ricorso rappresenti un

vulnus

difficilmente superabile sotto il profilo allegatorio per l’accoglimento delle proposte censure,
atteso che – a fronte di una motivazione complessivamente esaustiva ed adeguata nella
spiegazione delle rationes decidendi poste a sostegno della deliberazione assolutoria – la
impugnativa così presentata non intacca, dal punto di vista della tenuta logica complessiva
della motivazione, proprio quella parte della decisione che dimostra la non verosimiglianza
della tesi della intraneità del Mangiola alla cosca Libri, e ciò proprio in ragione del fatto che
costui non era conosciuto da parte di soggetti intranei alle altre cosche contrapposte i quali,
pertanto, non avevano alcun ragione per “salvare” il Mangiola dalle sue responsabilità penali.
Ed invero, tale manchevolezza del ricorso introduttivo non può non riverberarsi anche sulla
“tenuta” delle altre doglianze che, peraltro, sono articolate – per quanto già sopra accennato in modo atomistico in relazione alla critica della dedotta sottovalutazione probatoria delle vari

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del contenuto delle fonti di prova, piegate, così, alla necessità di trovare riscontri alla tesi

fonti dichiarative ritenute dalla Corte reggina non sufficienti per una valutazione di
colpevolezza del ricorrente.
2.2 Venendo ad esaminare le singole doglianze avanzate dal ricorrente nel secondo motivo e
senza, peraltro, voler – è il caso di precisarlo – “seguire” il ricorrente nelle valutazioni di merito
delle singole fonti di prova (come, invece, sembrerebbe voler sollecitare la Corte
l’impugnante), è il caso subito di precisare come la motivazione resa dalla Corte di merito in
punto di valutazione delle dichiarazioni del Pavagliniti sia adeguata e scevra da possibili criticità

2.2.1 Va in primo luogo evidenziato come la genuinità della fonte dichìarativa in esame non
possa non essere considerata geneticamente compromessa dall’accertata ( ed anche dichiarata
dal collaborante ) convivenza con l’altra collaborante, la Ventura, moglie dell’imputato e con la
quale il primo aveva intrattenuto una relazione extraconiugale.
2.2.2 Ma anche la ulteriore vicenda della presunta offerta del Mangiola al Pavaglianiti di entrare
a far parte della malavita organizzata, attraverso l’utilizzo di una espressione tipica di quel
linguaggio criptico delle cosche ( “fare un fiore” ), è stata sostanzialmente smentita, come
correttamente rilevato nella motivazione impugnata, dallo stesso Pavaglianiti, con ciò
evidenziandosi che il costrutto accusatorio si reggeva, per quanto concerneva uno tra i profili
più significativi della prova della intraneità del Mangíola, su valutazioni congetturati e prive di
adeguato riscontro probatorio.
2.3 Ma anche l’ulteriore vicenda delle visite del Mangiola a elementi di spicco della cosca (come
quella in favore di Chirico Filippo) e dalla quale l’accusa pubblica vorrebbe far discendere la
prova dell’appartenenza del Mangiola alla più volte menzionata cosca calabrese risulta priva di
riscontri “esterni”, rimanendo una deduzione accusatoria priva del necessario sostegno
probatorio.
2.4 Lo stesso dicasi del viaggio a Genova, riferito dal Pavaglianiti e ritenuto da parte
dell’accusa una significativa prova della affiliazione del Mangiola perché dimostrativa
dell’attività di quest’ultimo di portare “ambasciate” ad altri componenti del clan ( anche ristretti
in carcere ). Invero, anche in tal caso le dichiarazioni del collaborante non risultano assistite
dei necessari “elementi di riscontro individualizzanti”.
2.4.1 In tal senso, le dichiarazioni del Capitano Aveni, pur intrinsecamente attendibili, risultano
generiche e solo dimostrative dei frequenti viaggi del Mangiola al Nord ove peraltro
quest’ultimo coltivava interessi delinquenziali “personali”, come il traffico di stupefacenti
esterno all’attività delinquenziale della cosca Libri.
2.5 Le ulteriori censure sollevate dalla parte ricorrente alle ragioni della scelta collaborativa del
Pavagliniti sono, invece, versate in fatto e come tali radicalmente inammissibili.
3. Anche la motivazione resa sulla insufficienza probatoria del dichiarato dell’altra
collaboratrice, la Ventura, risulta essere adeguata ed esente da evidenti illogicità
argomentative.

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argomentative.

3.1 In ordine alle ragioni della scelta collaborativa della Ventura ed alla sua genetica
inattendibilità, non va trascurato che la stessa propalante aveva letto integralmente l’ordinanza
applicativa della misura custodiale in carcere riguardante il marito, così venendo a conoscere
con precisione i dettagli delle indagini in corso ed alle quali aveva deciso di fornire,
successivamente, anche il suo contributo conoscitivo.
3.1.1 Anche qui le ulteriori censure sollevate dalla parte ricorrente ( e riguardanti, più in
particolare, la vicenda della pistola ritrovata nello zainetto e quella del controllo asfissiante del

senza neanche il medio di un vizio argomentativo che infici la tenuta logica della motivazione e
dunque devono ritenersi irricevibili in questo giudizio di legittimità per le ragioni già sopra
evidenziate.
3.1.2 La denunziata criticità argomentativa della motivazione impugnata in riferimento alla
spiegazione della vicenda della dazione del denaro alla Ventura da parte della Silvana Libri,
figlia del capo clan Pasquale, non è condivisibile atteso che la Corte reggina, con
argomentazioni che non possono essere tacciate come manifestamente illogiche, giustifica
l’episodio come manifestazione di quella vicinanza amicale tra le famiglie, sopra descritto come
“comparato”, e trova, pertanto, una sua spiegazione logica proprio in quella struttura sociale e
familiaristica tipica della realtà meridionale.
3.1.3 Sempre nella stessa ottica ora riferita può essere spiegata anche la vicenda del ruolo
svolto dal Mangiola nel funerale del Tuscano.
E peraltro le doglianze sono, anche in tal caso, declinate in fatto e come tali risultano irricevibili
in questo giudizio di legittimità.
Ne consegue il rigetto del ricorso.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso del P.G..
Così deciso in Roma, il 28.2.2018

Bianchieri ) sono articolate come censure in fatto volte alla critica diretta della fonte di prova,

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