Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 21908 del 21/02/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 21908 Anno 2018
Presidente: VESSICHELLI MARIA
Relatore: ZAZA CARLO

SENTENZA
sui ricorsi proposti da:
FOTIA PIETRO nato il 24/04/1969 a AFRICO
BAGNINO VITTORIO nato il 14/03/1951 a CAGLIARI

avverso la sentenza del 04/05/2016 della CORTE APPELLO di GENOVA

Data Udienza: 21/02/2018

visti gli atti, il provvedimento impugnato, il ricorso e la memoria depositata dal
ricorrente;
udita la relazione svolta dal Consigliere Carlo Zaza;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale
Ferdinando Lignola, che ha concluso per l’annullamento della sentenza
impugnata nei confronti del Fotia senza rinvio limitatamente al reato di
appropriazione indebita, per essere lo stesso estinto per prescrizione, e con
rinvio per la rideterminazione della pena, per l’inammissibilità nel resto del

udito il difensore di Vittorio Baghino, avv. Paolo Brin, che ha concluso per
l’accoglimento del ricorso;

RITENUTO IN FATTO

1. Pietro Fotia e Vittorio Baghino ricorrono avverso la sentenza del 4 maggio
2016 con la quale la Corte di appello di Genova, in parziale riforma della
sentenza del Tribunale di Savona del 24 settembre 2014, confermava
l’affermazione di responsabilità del Fotia per il reato di indicazione di elementi
passivi fittizi nelle dichiarazioni dei redditi relative all’anno 2008, commesso
quale direttore amministrativo e amministratore di fatto della Scavoter s.r.l. fino
al 31 dicembre 2009, e, in accoglimento dell’appello del pubblico ministero,
riteneva il Fotia responsabile anche del reato di appropriazione indebita
commesso in danno della Scavater fino all’aprile del 2009; confermava altresì
l’affermazione di responsabilità del Baghino per il reato di bancarotta fraudolenta
patrimoniale commesso in concorso con Maximiliano Gandolfo, amministratore
della Quasar s.r.I., dichiarata fallita il 21 settembre 2010; e dichiarava non
doversi procedere nei confronti del Fotia per altri fatti di indicazione di elementi
passivi fittizi e appropriazione indebita in quanto estinti per prescrizione,
rideterminando la pena inflitta all’imputato.
La responsabilità del Fotia era in particolare ritenuta per l’esposizione, nelle
dichiarazioni di cui sopra, di elementi passivi relativi ad una fattura emessa per
operazioni inesistenti dalla Badrock s.r.I., e per l’appropriazione della somma di
euro 61.000 dalla restituzione di denaro simulatamente corrisposto in
pagamento delle fatture fittizie dal gennaio all’aprile del 2009. La responsabilità
del Baghino era invece ritenuta per aver ricevuto due escavatori distratti dalla
Quasar.

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ricorso del Fotia e per l’inammissibilità del ricorso del Baghino;

2. Il ricorrente Fotia propone quattro motivi con il ricorso e un quinto con la
memoria depositata.
2.1. Con il primo motivo deduce abnormità della sentenza impugnata per la
mancanza, nel dispositivo, della declaratoria di responsabilità per il reato di
appropriazione indebita.
2.2. Con il secondo motivo deduce vizio motivazionale sulla ritenuta
responsabilità per il reato di appropriazione indebita in base alla mera
valutazione di inattendibilità delle dichiarazioni dell’imputato in ordine all’impiego

nell’omessa indicazione di prove positive della sussistenza del reato a fronte di
una comunque plausibile versione difensiva, e nella mancata confutazione delle
argomentazioni svolte in tal senso nella sentenza assolutoria di primo grado.
2.3. Con il terzo motivo deduce violazione di legge e vizio motivazionale
sulla pronuncia della decisione di condanna per il reato di appropriazione indebita
in mancanza della riassunzione nel giudizio di appello della deposizione della
teste Simona Russo, che in primo grado aveva confermato la corresponsione di
pagamenti in nero ai dipendenti nel periodo di commissione del reato.
2.4. Con il quarto motivo deduce vizio motivazionale sull’affermazione di
responsabilità per il reato tributario, lamentando illogicità della decisione nella
ritenuta sussistenza del dolo specifico di evasione, insussistente nel momento in
cui la fattura fittizia emessa dalla Badrock era annotata solo per annullare gli
effetti impositivi di una fattura — emessa nel 2008 nei confronti della Quasar per
compensare il credito di quest’ultima per le fatture fittizie emesse nei confronti
della Scavoter nel 2006 — formalmente relativa a compensi in realtà non
percepiti, per i quali pertanto nessuna imposta era dovuta.
2.5. Con il quinto motivo deduce l’intervenuta prescrizione dei reati.

3. Il ricorrente Baghino propone tre motivi.
3.1. Con il primo motivo deduce vizio motivazionale sulla sussistenza della
condotta distrattiva, lamentando che la tesi difensiva, per la quale gli escavatori
erano ceduti al Baghino dal Gandolfo, amministratore della Quasar, in
pagamento del debito derivante da un mutuo erogato dal Baghino in favore della
stessa Quasar, veniva disattesa, affermando che il mutuo era stato concesso al
Gandolfo personalmente e non alla società, in base ad un’erronea lettura delle
dichiarazioni del Gandolfo per la quale lo stesso avrebbe impiegato il denaro per
iI pagamento di debiti della diversa società Badrock, laddove in realtà il Gandolfo
aveva riferito di aver utilizzato la somma anche per pagare debiti della Quasar
nei confronti della MTE s.r.I..

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del denaro per il pagamento in nero di dipendenti della società e, pertanto,

3.2. Con il secondo motivo deduce violazione di legge sulla ritenuta
irrilevanza del rapporto causale fra la condotta e il dissesto.
3.3. Con il terzo motivo deduce violazione di legge e vizio motivazionale
sulla sussistenza dell’elemento psicologico del reato in contrasto con le
dichiarazioni del Gandolfo, per le quali la Quasar stava pagando i debiti ed aveva
estinto l’esposizione bancaria, che escludevano la ricorrenza di segni esteriori
che inducessero nell’imputato, estraneo alla gestione della fallita, la
consapevolezza dell’insolvenza di quest’ultima e del pregiudizio per i creditori

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Sul ricorso proposto dal Fotia, va preliminarmente osservato che per tutti
i reati allo stesso contestati il termine prescrizionale è decorso al 30 ottobre
2016.
Ciò posto, i motivi dedotti non possono essere ritenuti inammissibili; e tanto
concerne sia le censure riguardanti il reato di appropriazione indebita che quelle
proposte sul reato tributario, non essendo pertanto accoglibile la richiesta del
Procuratore generale di dichiarare unicamente l’estinzione del primo reato e
ritenere inammissibile il ricorso nel resto, in conformità ai principi di autonomia
dell’azione penale e dei rapporti processuali inerenti ai singoli capi di imputazione
evidenziati dalla giurisprudenza di legittimità (Sez. U, n. 6903 del 27/05/2016,
dep. 2017, Aiello, Rv. 268966; Sez. 3, n. 20899 del 25/01/2017, Bruno, Rv.
270130).
In particolare, sulla mancanza nel dispositivo di un’espressa declaratoria di
responsabilità per il reato di appropriazione indebita, il ricorrente coglie un dato
di fatto indubbiamente esistente e pone un questione in effetti dibattuta nella
giurisprudenza di legittimità in ordine alla derivazione da tale circostanza di una
nullità, per l’incompletezza del dispositivo in uno dei suoi elementi essenziali (
Sez. 3, n. 11047 del 13/12/2016, dep, 2017, Bonaiuto, Rv. 269172; Sez. 2, n.
20958 del 15/05/2012, Musumeci, Rv. 252837), ovvero alla possibilità di
colmare la lacuna del dispositivo ove dalla motivazione della sentenza emerga
inequivocabilmente in contenuto decisionale sul punto (Sez. 4, n. 26172 del
19/05/2016, Ferlito, Rv. 267153; Sez. 2, n. 23343 del 01/03/2016, Ariano, Rv.
267082; Sez. 6, n. 1397 del 15/09/2015, dep. 2016, Loielo, Rv. 266495; Sez. F,
n. 35516 del 19/08/2013, Liuni, Rv. 257203); non essendo pertanto la censura
manifestamente infondata, in quanto superabile solo ove si ritenga applicabile al
caso in esame il secondo degli orientamenti indicati, in considerazione della

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della stessa nella cessione dei macchinari.

presenza nel dispositivo di un accenno al numero del capo di imputazione
relativo al reato di appropriazione indebita ai fini della rideterminazione della
pena. E, quanto all’affermazione di responsabilità per il reato in esame, è
senz’altro sussistente la problematica segnalata dal ricorrente in ordine alla
mancata valutazione delle dichiarazioni della teste Russo, ritenute nella sentenza
di primo grado confermative della versione difensiva sulla destinazione delle
somme al pagamento di compensi in nero ai dipendenti erano state, rispetto ai
principi stabiliti dalla giurisprudenza di legittimità con riguardo alla necessità che

assolutoria di primo grado sia sorretta da una motivazione che si sovrapponga a
quella della sentenza riformata, confutandone specificamente e logicamente gli
argomenti rilevanti (Sez. U, n. 33748 del 12/07/2005, Mannino, Rv. 231679;
Sez. 3, n. 6880 del 26/10/2016, D.L., Rv. 269523; Sez. 2, n. 50643 del
18/11/2014, Fu, Rv. 261327; Sez. 6, n. 1253 del 28/11/2013, dep. 2014, Rv.
258005; Sez. 5, n. 8361 del 17/01/2013, Rastegar, Rv. 254638), e che, ove tale
sentenza di condanna sia fondata su una diversa valutazione dell’attendibilità di
una prova dichiarativa, la stessa sia riassunta nel giudizio di appello (Sez. U, n.
27620 del 28/04/2016, Dasgupta, Rv. 26748701).
Anche a proposito del reato tributario, il ricorso pone censure non
manifestamente infondate sulla sussistenza del dolo specifico del reato, ritenuta
nella sentenza impugnata in una forma solo indiretta, per essere stata
l’annotazione della fattura fittizia, emessa dalla Badrock, finalizzata non a
realizzare una specifica evasione, ma ad annullare gli effetti contabili della
precedente annotazione delle fatture, anch’esse fittizie, emesse dalla Quasar.
La sentenza impugnata deve pertanto essere annullata senza rinvio nei
confronti del Fotia per essere i reati estinti per prescrizione.

3. I motivi dedotti dal ricorrente Baghino sono invece inammissibili.
3.1. Sulla sussistenza della condotta distrattiva, il ricorrente si limita a
denunciare il travisamento delle dichiarazioni dell’amministratore della fallita
Quasar, Maximiliano Gandolfo, riportate nella sentenza impugnata come
ammissive della destinazione della somma mutuata dal Baghino al pagamento di
debiti della Badrock, e quindi della cessione al Baghino di macchinari della
Quasar in pagamento di un mutuo erogato non a quest’ultima società, ma alla
persona del Gandolfo; affermando che il Gandolfo avrebbe in realtà riferito che la
somma ricevuta dal Baghino veniva impiegata anche per il pagamento di debiti
della Quasar verso la MTE s.r.I.. Tale censura è in primo luogo generica, secondo
i principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità, in quanto si sottrae
all’onere di integrale allegazione degli atti il cui contenuto si assume essere stato

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la sentenza di condanna pronunciata in appello in riforma di una decisione

travisato (Sez. 2, n. 20677 del 11/04/2017, Schioppo, Rv. 270071; Sez. 1, n.
53600 del 24/11/2016, Sanfilippo, Rv. 271635; Sez. 4, n. 46979 del
10/11/2015, Bregamotti, Rv. 265053). La circostanza dedotta risulterebbe infatti
dalla trascrizione integrale della deposizione del Gandolfo, che non è allegata al
ricorso, mentre agli atti nella disponibilità della Corte vi è solo il verbale
riassuntivo di tale deposizione, dalla quale la circostanza stessa non emerge;
mentre nella sentenza impugnata era riprodotto il passo delle dichiarazioni del
Gandolfo in cui lo stesso affermava che la somma mutuatagli dal Baghino veniva

imprenditoriale. La circostanza di cui sopra, in secondo luogo, sarebbe comunque
manifestamente priva di decisività, ove si consideri che il Gandolfo avrebbe
riferito, secondo quanto sostenuto dal ricorrente, che solo parte della somma era
stata destinata al pagamento del debito della Quasar verso la MTE; rimanendo la
parte residua impiegata in attività estranee alla gestione della fallita, e
derivandone pertanto la conferma del carattere distrattivo della cessione dei
macchinari in quanto corrispettivo, almeno in parte, di somme non versate nella
Quasar.
3.2. Sulla ritenuta irrilevanza del rapporto causale fra la condotta e il
dissesto, la censura del ricorrente, sostenuta in base ad un ormai da tempo
isolato e superato arresto giurisprudenziale (Sez. 5, n. 47502 del 24/09/2012,
Corvetta, Rv. 253493), è manifestamente infondata a fronte del consolidato
indirizzo, recepito anche dalle Sezioni Unite della Corte Suprema, per il quale
l’esistenza di un nesso causale fra la condotta e il dissesto non costituisce
elemento necessario per la configurabilità del reato di bancarotta fraudolenta
patrimoniale, essendo sufficiente che il soggetto agente abbia cagionato il
depauperamento dell’impresa destinandone le risorse ad impieghi estranei
all’attività della stessa (Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv. 266804;
Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014, Simone, Rv. 261683; Sez. 5, n. 32352 del
07/03/2014, Tanzi, Rv. 261942; Sez. 5, n. 26542 del 19/03/2014, Riva, Rv.
260690; Sez. 5, n. 11095 del 13/02/2014, Ghirardelli, Rv. 262741).
3.3. Sulla sussistenza dell’elemento psicologico del reato, il ricorso è
manifestamente infondato ove lamenta l’insussistenza di segni esteriori che
inducessero nel Baghino la consapevolezza dell’insolvenza della Quasar,
elemento non necessario secondo i principi affermati dalla giurisprudenza di
legittimità, per i quali il dolo del concorso nel reato di bancarotta fraudolenta
dell’extraneus, quale era il Baghino, si risolve nella coscienza di concorrere nella
sottrazione dei beni alla funzione di garanzia delle ragioni dei creditori per scopi
diversi da quelli inerenti all’attività di impresa, e non comprende pertanto la
consapevolezza del dell’insolvenza e del dissesto della fallita (Sez. 5, n. 54291

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immessa nella Badrock, la quale costituiva all’epoca la sua principale attività

del 17/05/2017, Bratomi, Rv. 271837; Sez. 5, n. 1706 del 12/11/2013, dep.
2014, Papalia, Rv. 258950; Sez. 5, n. 16579 del 24/03/2010, Fiume, Rv.
246879). Le censure del ricorrente sono per il resto generiche, quanto
all’asserita insussistenza di segnali di distrattività dell’operazione, in quanto non
si confrontano con i rilievi della sentenza impugnata sui rapporti fra il Baghino e
il Gandolfo, da tempo conoscenti e in precedenza comproprietari di altre società,
sulle dichiarazioni del Gandolfo, per le quali il Baghino era informato delle difficili
condizioni economiche della Quasar, e sulla significatività in tal senso della

Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso del Baghino segue la condanna
del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore
della Cassa delle Ammende che, valutata l’entità della vicenda processuale,
appare equo determinare in euro 2000.

P. Q. M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata nei confronti di Fotia Pietro per
essere i reati estinti per prescrizione.
Dichiara inammissibile il ricorso di Baghino Vittorio e condanna tale ricorrente al
pagamento delle spese processuali e della somma di euro 2000,00 in favore
della Cassa delle Ammende.
Così deciso il 21/02/2018

circostanza della datio in solutum dei macchinari.

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