Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 21897 del 19/04/2018


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 21897 Anno 2018
Presidente: FUMU GIACOMO
Relatore: SERRAO EUGENIA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
BALDASSARRE ROBERTO nato il 18/08/1962 a CAVALLINO

avverso l’ordinanza del 19/04/2017 della CORTE APPELLO di LECCE
sentita la relazione svolta dal Consigliere EUGENIA SERRAO;
letta la requisitoria del Sostituto Procuratore generale dott. Luca Tampieri , che
ha concluso per il rigetto del ricorso

Data Udienza: 19/04/2018

RITENUTO IN FATTO

1. La Corte di Appello di Lecce, con l’ordinanza in epigrafe, ha rigettato la
domanda di riparazione per ingiusta detenzione avanzata da Baldassarre Roberto
in relazione alla privazione della libertà personale subita, nella forma della
custodia in carcere, dal 5 marzo 2007 al 14 dicembre 2007, e nella forma degli
arresti domiciliari fino al 15 luglio 2009 nell’ambito di un procedimento nel quale
era indiziato per i reati di cui agli artt.81,110,56,628, secondo comma, cod. pen.

n.895/67; 110, 624 bis e 625 n.7 cod. pen.; 81, 110 e 635 cod. pen., in quanto
gli si era contestato di essere il mandante (in concorso con Capoccia Roberto e
con altri pregiudicati i quali avevano materialmente realizzato le singole condotte
delittuose) di una serie di attività finalizzate a costringere Tommaso Ricchiuto,
legale rappresentante di una società proprietaria di un immobile adiacente un
centro commerciale in Comune di Cavallino, ove il Baldassarre era assessore al
bilancio, a cedere detta area sulla quale, secondo gli strumenti urbanistici, era
prevista la realizzazione di un impianto di carburanti; in relazione a tali reati era
stato assolto dal Tribunale di Lecce il 18 luglio 2011 e la sentenza assolutoria era
stata confermata in grado di appello.

2.

Roberto Baldassarre ricorre per cassazione censurando l’ordinanza

impugnata per inosservanza ed erronea applicazione della legge penale nonché
per manifesta illogicità della motivazione con riferimento agli estremi della colpa
grave; deduce la contraddittorietà della motivazione nella parte in cui ha
affermato che la condotta dell’istante potesse aver contribuito alla detenzione in
quanto tale affermazione non equivale ad aver determinato tale evento come
causa principale e preponderante; sul presupposto che l’unica ragione
giustificativa della misura cautelare sono state le dichiarazioni del collaboratore
di giustizia Capoccia, indica una serie di elementi al fine di dimostrarne
l’inaffidabilità. Contesta la corrispondenza alle emergenze processuali
dell’affermazione secondo la quale tra Baldassarre e Capoccia sarebbe intercorso
un rapporto costante ed assiduo, smentito

per tabulas dalla condizione di

detenzione del Capoccia dal 1995 al 2001, e deduce di avere chiesto di poter
conferire con il pubblico ministero non appena ricevuta la seconda lettera
inviatagli dal Capoccia, il 12 luglio 2005, a confutazione dell’assunto secondo il
quale egli avrebbe tenuto una condotta reticente nei confronti dell’autorità
giudiziaria. Il ricorrente ritiene che dagli atti fossero desumibili tanto la linearità
della sua condotta, tesa a respingere qualunque intimidazione da parte del
Capoccia, quanto i sentimenti di rancore e vendetta che quest’ultimo nutriva nei

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e 7 decreto legge n.152/91; 81,110, 614, 61 n.2 cod. pen.; 2 e 4 legge

suoi confronti, tanto più che il Capoccia aveva spedito al Baldassarre la seconda
missiva dopo che persone di sua fiducia avevano realizzato un attentato
dinamitardo ai danni del Baldassarre. Lamenta che l’evidente intento del
Capoccia di «incastrare» il Baldassarre e la circolarità della fonte indiziaria
riconducibile alle dichiarazioni del Capoccia ed al contenuto di lettere da lui
stesso confezionate siano sfuggiti al Giudice per le indagini preliminari ed al
Tribunale del riesame e deduce le plurime smentite alle propalazioni del
Capoccia, già evidenti nella fase delle indagini preliminari, oltre a richiamare le

l’attendibilità del collaboratore di giustizia. Con un secondo motivo deduce vizio
di motivazione con riferimento alla mancata graduazione della colpa ai fini della
determinazione del quantum dell’indennizzo dovuto, affermando che la condotta
che si ponga come concausa sia inidonea ad escludere il diritto alla riparazione e
che la Corte territoriale ha omesso di correlare le condotte asseritamente colpose
ed il grado di gravità delle stesse al danno subìto; ha, quindi, descritto in
dettaglio l’entità del danno subìto.

3. Il Sostituto Procuratore generale dott. Luca Tampieri nella requisitoria
scritta ha concluso per il rigetto del ricorso.

4. Con memoria depositata il 2 gennaio 2018 il Ministero dell’Economia e
delle Finanze ha concluso per l’inammissibilità o, in subordine, per il rigetto del
ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è infondato.
1.1. Una prima precisazione s’impone. Si verte, nella specie, in tema di
riparazione per ingiusta detenzione (art.314 cod.proc.pen. e ss.), istituto affine
ma non coincidente con quello della riparazione per errore giudiziario (artt. 643
cod.proc.pen. e ss.). In particolare, quanto alla colpa grave, impeditiva del diritto
alla riparazione, l’art.314, comma 1, cod.proc.pen. fa riferimento a quella che
«abbia dato o concorso a darvi causa …», mentre l’art. 643, comma 1, fa
riferimento alla sola colpa grave che «ha dato causa … all’errore giudiziario».
1.2. Appare, perciò, evidente che, mentre per escludere il diritto alla
riparazione per errore giudiziario è necessario che la colpa grave abbia dato
causa in via esclusiva all’errore, per escludere il diritto alla riparazione per
ingiusta detenzione di cui al precitato art.314 cod.proc.pen. è sufficiente che la
colpa grave abbia solo concorso a dare causa alla instaurazione dello stat

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sollecitazioni difensive rivolte al Tribunale del Riesame per sconfessare

detentivo, così più restrittivamente delimitandosi l’ambito di operatività della
riparabilità della ingiusta detenzione, rispetto a quella dell’errore giudiziario
(Sez.3, n.48321 del 16/11/2016, Attaguile, Rv.26849401;
Sez. 4, n.9213 del 04/02/2010, Giuliana, Rv. 24680301).
1.3. Conseguentemente, ogni deduzione tendente a censurare l’ordinanza
impugnata per aver descritto una condotta gravemente colposa postasi come
concausa dell’evento «detenzione», risulta manifestamente infondata. Ed è,
altresì, inconferente l’assunto dedotto con il secondo motivo di ricorso a

subìto dall’istante, considerato che tale valutazione presuppone il previo
superamento del vaglio inerente alla sussistenza del diritto all’indennizzo, qui
negato.

2. Esaminando, ora, la censura svolta in relazione al punto della decisione in
cui si è riconosciuta la sussistenza della condotta ostativa al riconoscimento del
diritto, deve sgombrarsi il campo di analisi da tutte quelle argomentazioni, sulle
quali il ricorrente indugia, che attengono alla sua estraneità agli illeciti penali
oggetto del giudizio di cognizione ovvero all’insussistenza della gravità indiziaria
sulla quale si è fondata l’applicazione della misura cautelare.
2.1. Nella lettura delle emergenze processuali, come è noto, il rapporto tra
giudizio penale e giudizio per l’equa riparazione è, infatti, connotato da totale
autonomia ed impegna piani di indagine diversi, che possono portare a
conclusioni del tutto differenti (assoluzione nel processo, ma rigetto della
richiesta riparatoria) sulla base dello stesso materiale probatorio acquisito agli
atti, ma sottoposto ad un vaglio caratterizzato dall’utilizzo di parametri di
valutazione differenti. In particolare, è consentita al giudice della riparazione la
rivalutazione dei fatti, non nella loro valenza indiziaria o probante (smentita
dall’assoluzione), ma in quanto idonei a determinare, in ragione di una
macroscopica negligenza od imprudenza dell’imputato, l’adozione della misura,
traendo in inganno il giudice. In tal senso deve valutarsi la motivazione
dell’ordinanza impugnata, che il ricorrente tende a censurare prospettando come
dirimente la tesi dell’inaffidabilità del collaboratore di giustizia Capoccia, laddove
l’unica prospettiva qui rilevante della vicenda attiene ai fatti inerenti della
condotta specificamente tenuta dal ricorrente alla luce dell’intero contesto
indiziario.
2.2. Nel ricorso sono state enunciate diffusamente le tesi difensive a
sostegno dell’inattendibilità del Capoccia, confrontando le sue dichiarazioni con le
informazioni rese da altre persone che ne avevano smentito il narrato in epoca
antecedente l’applicazione della misura cautelare nei confronti del Baldassarre;

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proposito della necessità per il giudice di correlare la condotta colposa al danno

non sfugge l’alternarsi, nel ricorso, del riferimento ad attività svolte nella fase
delle indagini preliminari con il richiamo ad esiti dell’istruttoria dibattimentale. In
ogni cago, si tratta di deduzioni che non risultano idonee, in quanto eccentriche
rispetto all’oggetto del giudizio di accertamento del diritto alla riparazione per
ingiusta detenzione, a mettere in luce i vizi dedotti; laddove, invece, le
argomentazioni del ricorrente sostengono il travisamento delle emergenze
istruttorie (ci si riferisce, ad esempio, all’asserita inconciliabilità tra le pretese
frequentazioni e lo stato detentivo del Capoccia, come anche all’insussistenza di
ritardi da parte del Baldassarre nel rivelare all’autorità giudiziaria la ricezione

delle lettere, ovvero al valore non minatorio della prima missiva), si rivelano
inammissibili in quanto, in realtà, tendenti ad ottenere in sede di legittimità una
diversa, a sé più favorevole, valutazione del compendio investigativo ed
istruttorio.

3. La Corte territoriale ha, nel caso in esame, correttamente fondato il
proprio accertamento su quegli elementi indiziari a disposizione del giudice della
cautela che concernevano la condotta dell’istante, ben più ampi delle sole
propalazioni del collaboratore di giustizia, e che non sono stati esclusi dalle
pronunce assolutorie; si deve, in particolare, aver riguardo alla rilevata
frequentazione da parte del Baldassarre di soggetti pregiudicati, idonea, ad
avviso del giudice della riparazione, ad indurre in errore l’Autorità giudiziaria. Il
rapporto di conoscenza e di assidua frequentazione tra il Baldassarre ed il
Capoccia, suo accusatore, è un dato che, secondo quanto si legge nell’ordinanza,
è pacificamente affermato nelle sentenze di entrambi i gradi del giudizio di
cognizione.
3.1. Nel menzionare le risultanze di indagini svolte nei confronti del Capoccia
in altri procedimenti e le dichiarazioni rese nel giudizio di cognizione dal
Maggiore Di Girolamo, la Corte territoriale ha evidenziato che il Baldassarre
ricevette in ufficio telefonate del Capoccia e che lo stesso ricorrente ha
confermato di avere ricevuto telefonate «per ragioni amministrative»,
dichiarando altresì che i rapporti erano frequenti e confidenziali come quelli con
altri cittadini di Cavallino. E’ stato, altresì, riportato un passo della sentenza di
primo grado in cui si afferma come «assolutamente riconosciuto il rapporto di
sicura confidenza tra i due, rapporto di conoscenza che appare sicuramente
datato e risalente al periodo degli impegni del Baldassarre nella politica a livello
comunale», e sono state richiamate alcune informazioni rese, già nella fase delle
indagini preliminari, dal gestore del bar che si trova nei pressi del Comando di
Polizia Municipale di Cavallino a proposito del sostegno offerto dalla famiglia de
Capoccia al Baldassarre durante le elezioni del 2001.

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p

3.2. La Corte territoriale ha, quindi, evidenziato un ulteriore comportamento
del Baldassarre, ritenuto integrare gli estremi della colpa grave ai sensi
dell’art.314 cod.proc.pen., ossia l’avere egli tenuto un comportamento reticente
nei confronti dell’Autorità giudiziaria allorchè, nel giugno 2005, ignoti avevano
danneggiato la porta d’ingresso dello studio del ricorrente. In tale circostanza,
egli aveva negato di avere ricevuto minacce o richieste estorsive sebbene avesse
ricevuto nel febbraio-marzo 2005 una lettera dal contenuto minatorio che recava
come mittente il Capoccia. Nell’ordinanza è stato richiamato, sul punto, un brano

le quali la condotta reticente del Baldassarre fosse apparsa quale elemento di
riscontro alla chiamata in correità da parte del Capoccia, ed in particolare il fatto
che il Baldassarre si fosse determinato a parlare dei suoi rapporti con il Capoccia
e della missiva ricevuta solo dopo aver ricevuto un’ulteriore lettera in cui
quest’ultimo preannunciava di svelare agli inquirenti informazioni sui loro
rapporti.
3.3. Proponendo una diversa lettura di tali emergenze investigative ed
istruttorie, tendente a dimostrare che al momento in cui fu adottata la misura
cautelare l’Autorità giudiziaria disponesse di elementi sufficienti ad escludere
l’intrinseca credibilità del Capoccia, il ricorrente sembra ignorare l’indirizzo
giurisprudenziale, affermato dalla Corte di Cassazione anche a Sezioni Unite
(Sez. U n. 43 del 13/12/1995, dep. 1996, Sarnataro, Rv.20363801), per cui, nel
procedimento per la riparazione dell’ingiusta detenzione, è necessario
distinguere nettamente l’operazione logica propria del giudice del processo
penale, volta all’accertamento della sussistenza di un reato e della sua
commissione da parte dell’imputato, da quella propria del giudice della
riparazione, il quale, pur dovendo eventualmente operare sul medesimo
materiale, deve seguire un percorso logico-motivazionale del tutto autonomo,
essendo suo compito stabilire non se determinate condotte costituiscano o meno
reato, e tantomeno se determinate acquisizioni investigative abbiano valenza
indiziaria ai fini dell’adozione della misura cautelare, ma se queste condotte si
siano poste come fattore condizionante alla produzione dell’evento
«detenzione»; in relazione a tale aspetto della decisione tale giudice ha piena ed
ampia libertà di valutare il materiale acquisito nel processo, non già per
rivalutarlo, bensì al fine di controllare la ricorrenza o meno delle condizioni
dell’azione, sia in senso positivo che negativo, compresa l’eventuale sussistenza
di una causa di esclusione del diritto alla riparazione
(Sez. 4, n. 27397 del 10/06/2010,

Rv. 24786701;

Sez. 4,

n.23128

del 22/10/2002, dep. 2003, Iannozzi, Rv. 22550601); tale valutazione
costituisce attività riservata al giudice del merito e, ove non contrastante con

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dell’ordinanza del Tribunale del Riesame in cui si sono evidenziate le ragioni per

fatti accertati o esclusi dal giudice del processo penale, non è sindacabile in sede
di legittimità.

4.

La natura gravemente colposa della condotta dell’istante, valutata in

conformità al costante orientamento interpretativo della Corte di legittimità (Sez.
3, n. 39199 del 01/07/2014, Pistorio, Rv. 26039701; Sez. 4, n. 1235 del
26/11/2013, dep. 2014, Calo’, Rv. 25861001), è stata, dunque, congruamente
indicata nel suo rilievo causale rispetto all’adozione ed al mantenimento della

5.

Il ricorso deve essere, per tali ragioni, rigettato; segue, a norma

dell’art.616 cod.proc.pen., l’onere delle spese del procedimento, nonché della
rifusione delle spese sostenute dall’Amministrazione resistente, liquidate come in
dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali nonché alla rifusione delle spese sostenute nel grado dal Ministero
resistente che liquida in euro mille.

Così deciso il 19 aprile 2018

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misura cautelare, evidenziandosi anche per tale profilo l’infondatezza del ricorso.

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