Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 21649 del 25/01/2018


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 21649 Anno 2018
Presidente: SAVANI PIERO
Relatore: ZUNICA FABIO

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Fiumara Danilo, nato a Soveria Mannelli il 29-07-1989
avverso l’ordinanza del 17-07-2017 del Tribunale di Catanzaro;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Fabio Zunica;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale dott.
Giovanni Di Leo, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso;
uditi per il ricorrente gli avvocati Antonio Larussa e Lucio Canzoniere, i quali
hanno concluso per l’accoglimento del ricorso.

Data Udienza: 25/01/2018

RITENUTO IN FATTO
1. Con ordinanza del 14 luglio 2017, il Tribunale del Riesame di Catanzaro
confermava l’ordinanza dell’8 giugno 2017 con la quale il G.I.P. presso il
Tribunale di Catanzaro applicava la misura della custodia cautelare in carcere,
nei confronti di Danilo Fiumara, in quanto considerato appartenente sia alla
cosca di ‘ndrangheta Cerra-Torcasio-Gualtieri, operante in Lametia Terme, sia a
un’associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di stupefacenti, strettamente
collegata alla predetta consorteria ‘ndranghetista: nell’ordinanza cautelare

associativi di cui agli art. 416 bis cod. pen. (capo 1) e 74 del d.P.R. 309/90 (capo
3), ma anche in ordine a due episodi di cessione di stupefacenti, per i quali era
stata contestata l’aggravante prevista dall’art. 7 della I. 203/1991 (capi 11 e 47).
2. Avverso l’ordinanza del Tribunale calabrese, Fiumara, tramite il difensore,
ha quindi proposto ricorso per cassazione, contestando la violazione degli art.
192 e 273 cod. proc. pen., 416 bis cod. pen. e 73-74 del d.P.R. 309/90 e il vizio
di motivazione con riferimento a tre profili, ovvero l’identificazione del ricorrente,
il giudizio sulla

partecipazione all’associazione mafiosa e quello sulla

partecipazione all’associazione di cui all’art. 74 del d.P.R. 309/90.
In ordine al primo aspetto la difesa, premesso che Fiumara in molte
intercettazioni sarebbe stato individuato con l’appellativo di “Principale”, deduce
di aver depositato in sede di riesame una serie di investigazioni difensive, non
considerate dal Tribunale, volte a dimostrare che il ricorrente non era conosciuto
con tale soprannome, che invece veniva riferito a persone diverse da lui.
Rispetto poi al giudizio sulla partecipazione di Fiumara all’associazione
mafiosa, la difesa censura la carenza argomentativa dell’ordinanza impugnata
rispetto alla valutazione delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, che
peraltro si riferivano a periodi di molto antecedenti rispetto a quelli contestati e
comunque erano tra loro contraddittorie, in quanto alcuni collaboratori, come
Muraca e Cappello, avevano escluso che Fiumara facesse parte della cosca.
Per quanto concerne la partecipazione del ricorrente all’associazione di cui
all’art. 74 del d.P.R. 309/90, viene lamentata la mancata esplicitazione degli
elementi rivelatori

dell’affectio societatis,

della comunanza di scopi e della

consapevolezza del ricorrente di far parte di un gruppo organizzato.
All’udienza del 25 gennaio 2018, la difesa ha depositato una memoria
(“motivi aggiunti”), con la quale insiste nell’accoglimento del ricorso, ribadendo e
integrando in particolare le censure in ordine alla mancanza di motivazione e
all’erronea applicazione degli art. 416 bis cod. pen. e 74 del d.P.R. 309/90.

CONSIDERATO IN DIRITTO
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veniva ritenuta la sussistenza della gravità indiziaria non solo rispetto ai reati

1.

Il ricorso è infondato.

2. Occorre innanzitutto premettere che, secondo il costante orientamento di
questa Corte (ex multis v. Sez. 5, n. 36079 del 5/6/2012), la nozione di gravi
indizi di colpevolezza non è omologa a quella che serve a qualificare il quadro
indiziario idoneo a fondare il giudizio di colpevolezza finale. Al fine dell’adozione
della misura è infatti sufficiente l’emersione di qualunque elemento probatorio
idoneo a fondare “un giudizio di qualificata probabilità sulla responsabilità
dell’indagato” in ordine ai reati addebitati. Pertanto, i detti indizi non devono
essere valutati secondo gli stessi criteri richiesti, per il giudizio di merito, dall’art.

comma 1 bis richiama l’art. 192 cod. proc. pen., commi 3 e 4, ma non il comma
2 del medesimo articolo, il quale oltre alla gravità, richiede la precisione e
concordanza degli indizi). Quanto ai limiti del sindacato di legittimità, deve
essere ribadito (tra le tante v. Sez. 4, n. 26992 del 29/05/2013 Rv. 255460)
che, in tema di misure cautelari personali, allorché sia denunciato, con ricorso
per cassazione, vizio di motivazione del provvedimento emesso dal tribunale del
riesame in ordine alla consistenza dei gravi indizi di colpevolezza, alla Corte
spetta solo il compito di verificare, in relazione alla peculiare natura del giudizio
di legittimità e ai limiti che a esso ineriscono, se il giudice di merito abbia dato
adeguatamente conto delle ragioni che l’hanno indotto ad affermare la gravità
del quadro indiziario a carico dell’indagato e di controllare la congruenza della
motivazione riguardante la valutazione degli elementi indizianti rispetto ai canoni
della logica e ai principi di diritto che governano l’apprezzamento delle risultanze
probatorie. Il controllo di logicità deve rimanere quindi “all’interno” del
provvedimento impugnato, non essendo possibile procedere a una nuova o
diversa valutazione degli elementi indizianti o a un diverso esame degli elementi
materiali e fattuali delle vicende indagate. In altri termini, l’ordinamento non
conferisce alla Corte alcun potere di revisione degli elementi materiali e fattuali
delle vicende indagate, ivi compreso lo spessore degli indizi, né alcun potere di
riconsiderazione delle caratteristiche soggettive dell’indagato, ivi compreso
l’apprezzamento delle esigenze cautelari e delle misure adeguate, trattandosi di
apprezzamenti rientranti nel compito esclusivo del giudice cui è stata chiesta
l’applicazione della misura, nonché al tribunale del riesame. Il controllo di
legittimità è perciò circoscritto al solo esame dell’atto impugnato al fine di
verificare che il testo di esso sia rispondente a due requisiti, uno di carattere
positivo e l’altro negativo, ovvero: 1) l’esposizione delle ragioni giuridicamente
significative che lo hanno determinato; 2) l’assenza di illogicità evidenti,
risultanti cioè prima facie dal testo dell’atto impugnato.

192 cod. proc. pen., comma 2, (per questa ragione l’art. 273 cod. proc. pen.,

Alla luce di tali condivise premesse ermeneutiche, deve ritenersi che la
valutazione della gravità indiziaria operata sia dal G.I.P. sia dal Collegio del
Riesame non presti il fianco a censure di illogicità, incoerenza o contraddittorietà.
Innanzitutto occorre evidenziare che, come si desume sia dal provvedimento
impugnato, sia prima ancora dall’ordinanza del G.I.P. (composta da 359 pagine,
che arrivano a 1633 tenuto conto degli allegati), la posizione del ricorrente si
inserisce nell’ambito di un complesso procedimento a carico di 59 indagati, nel
quale sono state elevate 658 imputazioni provvisorie, la prima delle quali (capo
bis cod.

pen., riferito alla cosca lametina denominata “Cerra-Torcasio-Gualtieri”, già
riconosciuta con sentenza irrevocabile emessa nel 2008 dal G.U.P. di Catanzaro.
Dalle successive indagini era emerso che, dopo gli arresti susseguenti alle
operazioni Chimera 1 e 2, la cosca ha proseguito la propria attività, passando il
testimone alle giovani leve facenti capo a Nicola Gualtieri e Antonio Miceli, marito
di Teresina Torcasio, nipote diretta della capostipite del clan Teresina Cerra.
Gualtiero e Miceli assumevano il controllo del territorio con riferimento alle
estorsioni e ai danneggiamenti ad esse propedeutici, oltre che al traffico di
stupefacenti, in ciò avvalendosi di una fitta rete di spacciatori, alcuni dei quali
destinatari di misure cautelari nell’ambito dell’operazione cd. “Piazza Pulita”.
Un contributo importante al disvelamento delle dinamiche associative veniva
fornito dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, tra cui Luciano
Arzente, Giuseppe Giampà e Umberto Muraca, i quali descrivevano i rapporti tra
gli associati e le attività illecite compiute dagli appartenenti al clan.
Le parallele intercettazioni telefoniche e ambientali disposte nei confronti di
Antonio Miceli e Nicola Gualtieri consentivano di acquisire ulteriori e importanti
conoscenze rispetto agli affari del clan: venivano in particolare accertati i
tentativi della cosca di condizionare le elezioni comunali attraverso l’appoggio
alla lista “Pasqualino Ruberto Sindaco” e gli atti intimidatori con finalità
estorsive, che conoscevano una recrudescenza nel gennaio 2016.
Gli esiti dell’attività intercettiva, riscontrata da varie operazioni di P.G.,
delineavano inoltre l’esistenza di una vera e propria associazione a delinquere
finalizzata a commettere una serie indeterminata di delitti in materia di
stupefacenti, collegata strettamente al clan, anche nella misura in cui il denaro
ricavato veniva in parte utilizzato per sostenere la vita carceraria dei detenuti.
3. In questo ambito si inserisce la posizione dell’odierno ricorrente.
Questi viene descritto nell’ordinanza del G.I.P. (pag. 33 e ss. e 278 ss.) e nel
provvedimento impugnato come persona deputata a gestire, per conto della
cosca “Cerra-Torcasio-Gualtieri”, il controllo del territorio e il traffico illecito di
marijuana, coadiuvando il trasporto dello stupefacente dal luogo di acquisto, cioè

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1) è costituita da quella avente ad oggetto il reato di cui all’art. 416

Acconia di Curinga, nella città di Lametia Terme, e ancora quale partecipe ai
danneggiamenti e agli atti intimidatori propedeutici alle richieste estorsive.
Il ruolo di Fiumara è stato delineato da una pluralità di elementi investigativi, a
iniziare dalle convergenti dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, già
ritenuti credibili in altri processi, cioè Luca Piraina (interrogatorio del 22 ottobre
2013), Giuseppe Cappiello (interrogatorio del 25 ottobre 2013), Umberto Egidio
Muraca (interrogatorio del 14 ottobre 2013) e Luciano Arzente (interrogatori del
21 novembre e del 22, 23 e 24 dicembre 2014 e del 2 e 3 gennaio 2015).
In particolare quest’ultimo, al quale erano ben note le dinamiche dei circuiti

all’interno del sodalizio di Fiumara, con cui egli aveva un’antica conoscenza.
Al riguardo il Tribunale del Riesame ha osservato che la chiamata in reità di
Arzente è stata riscontrata in senso individualizzante in primo luogo dalle
dichiarazioni degli altri collaboratori, avendo sul punto l’ordinanza impugnata
chiarito, rispondendo all’obiezione difensiva riformulata in questa sede, che tali
dichiarazioni, sebbene anteriori a quelle di Arzente e riferite a circostanze
antecedenti ai fatti di causa, erano comunque idonee a collocare Fiumara nel
medesimo contesto delinquenziale successivamente illustrato da Arzente, non
essendo decisiva la circostanza che gli altri collaboratori siano rimasti silenti sulla
affiliazione al clan del ricorrente, avendo gli stessi comunque introdotto elementi
fattuali utili, narrando ad esempio Muraca che Fiumara accompagnava i membri
della famiglia Torcasio nei vari spostamenti e che gli aveva chiesto di metterlo in
contatto con i suoi parenti di Vibo Valentia per l’acquisto di stupefacenti, oltre al
fatto di avere egli stesso chiesto al medesimo Fiumara una partita di droga.
In ogni caso, sia il G.I.P. di Catanzaro che il Tribunale del Riesame hanno
correttamente sottolineato che la principale conferma delle affermazioni dei
collaboratori di giustizia si rinviene nelle intercettazioni telefoniche e ambientali.
In tal senso sono state adeguatamente valorizzate dai giudici cautelari alcune
conversazioni intercettate (progr. n. 1188 del 5.1.2015, n. 1358 del 9.1.2015, n.
1547 del 13.1.2015, n. 1726 del 16.1.2015, n. 2413 e 2477 del 28.1.2015, n.
2477 del 29.1.2015, n. 2515 del 30.1.2015, n. 2842 del 5.2.2015 e n. 3660 e
3663 del 20.2.2015), dalle quali si desumono chiaramente la frequentazione di
Fiumara con gli altri membri del sodalizio, l’attività di spaccio compiuta per conto
del clan e la disponibilità del ricorrente al compimento delle attività del gruppo,
dimostrata ad esempio dalla collaborazione di Fiumara nel sostegno elettorale
della lista Pasquale Ruberto (progr. n. 9347 del 19.5.2015, mentre in altra coeva
conversazione si ascolta Miceli ordinare a Fiumara di coprire i manifesti elettorali
dei candidati inseriti in liste elettorali diverse da quella di Ruberto), ciò a
conferma di una piena condivisione dei metodi e dei programmi del clan anche in
ambiti non strettamente coincidenti con gli affari legati ai traffici della droga.

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delinquenziali lametini, ha descritto in maniera più dettagliata degli altri il ruolo

Nell’attenta disamina del materiale captativo, il Tribunale del Riesame si è
confrontato anche con l’obiezione difensiva circa l’individuazione del ricorrente,
richiamando al riguardo la scheda identificativa n. 181 allegata all’informativa
redatta dalla P.G., nella quale si dà analiticamente conto di come la P.G. sia
giunta a ritenere che con l’epiteto “principale” i conversanti facessero riferimento
a Fiumare, di cui veniva riscontrata la presenza fisica tramite servizi di
osservazione eseguiti immediatamente prima o dopo le conversazioni captate.
Il coinvolgimento di Fiumara nei due reati fine contestatigli (capi 11 e 47) e la

rispetto sia alla cosca lametina (capo 1) che alla parallela organizzazione dedita
allo spaccio di sostanze stupefacenti (capo 3) sono stati dunque ritenuti in base a
una lettura razionale e non frammentaria dell’ampio materiale investigativo
delineatosi a carico del ricorrente, costituito dalle dichiarazioni dei collaboratori
di giustizia, dalle intercettazioni telefoniche e ambientali e dagli accertamenti di
P.G., per cui il giudizio sulla gravità indiziaria non presenta vizi di legittimità
rilevabili in questa sede, fermo restando che le letture alternative delle
intercettazioni e le ulteriori censure in punto di fatto proposte dalla difesa ben
potranno essere approfondite nello sviluppo del procedimento penale in corso.
4. In conclusione, a fronte di un apparato motivazionale adeguatamente
esaustivo e tutt’altro che illogico, il ricorso deve essere rigettato, con
conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso il 25/01/2018

Il C45.01 ‘ere ettensore
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La Corte dispone inoltre che copia del present provvedimento sia trasmessa al
Direttore dell’Istituto Penitenziario competente a norma dell’art. 94 comma 1 ter
disp. att. cod. proc. pen.

6

configurabilità della condotta partecipativa non certo occasionale del ricorrente

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