Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 21629 del 12/12/2017


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 21629 Anno 2018
Presidente: SAVANI PIERO
Relatore: GENTILI ANDREA

SENTENZA
sui ricorsi proposti da:
,
CORBAN Glicu Cristenel, nato a Traila (Rom) il 29 aprile 1978;
CORBAN Monica Stefana, nata a Traila (Rom) il 14 febbraio 1981;

avverso la sentenza n. 789/17 della Corte di appello di Lecce del 26 maggio 2017;

letti gli atti di causa, la sentenza impugnata e i ricorsi introduttivi;

sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. Andrea GENTILI;

sentito il PM, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. Gabriele
MAZZOTTA, il quale ha concluso chiedendo la dichiarazione di inammissibilità dei
ricorsi.

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Data Udienza: 12/12/2017

RITENUTO IN FATTO
Con sentenza del 26 maggio 2017, la Corte di appello di Lecce ha
confermato la sentenza con la quale il precedente 13 marzo 2015 il Tribunale
di tale medesima città aveva dichiarato la penale responsabilità di Corban
Glicu Cristinel e Corban Monica Stefana in ordine ai reati di cui agli artt. 110
cod. pen. e 44, lettera b) , del dPR n. 380 del 2001 per avere realizzato, in
assenza del prescritto permesso a costruire, delle opere edilizie consistenti in

rispettivamente di mq 71,20: 15,84 e 74,00, e li aveva, pertanto, condannati
alla pena di mesi 3 di arresto ed euro 20.000 di ammenda, con la concessione
dei doppi benefici.
Avverso la predetta sentenza hanno proposto ricorso per cassazione i due
prevenuti, assistiti dal comune difensore di fiducia, deducendo in primo luogo
un vizio di notifica del decreto di citazione a giudizio del difensore degli
imputati per l’udienza del 4 giugno 2013, già, peraltro, oggetto di eccezione
nel corso del giudizio di appello.
In secondo luogo il ricorrente ha dedotto, apparentemente quale
violazione di legge, il fatto che il Tribunale di Lecce avesse nominato in
sostituzione del difensore di fiducia degli imputati, avv. Luna, assente
all’udienza del 13 marzo 2015, l’avv.ssa Serafini, senza avvedersi, o quanto
meno senza adeguatamente verificare quanto segue, del fatto che l’avv. Luna
non era iscritto all’albo professionale degli avvocati.
Conseguenza di tale evenienza sarebbe, secondo la difesa dei ricorrenti,
che costoro non sono stati mai forniti di difesa tecnica, sicché la motivazione
della sentenza a loro carico è fondata solo su deduzioni arbitrarie sia riguardo
alla commissione del reato, sia alla loro personalità sia all’epoca della
costruzione del manufatto abusivo.
In particolare è contestata la affermazione della corresponsabilità della
imputata Corban Monica Stefana, fondata solo sulla titolarità del terreno e sul
fatto che costei coabitasse in un edificio esistente su detto terreno con l’altro
imputato.
Ingiustificata sarebbe la mancata concessione delle attenuanti generiche,
sebbene la imputata sia incensurata ed il fatto sia di modestissima rilevanza.
Ingiustificato, altresì, è il condizionamento della sospensione condizionale
della pena alla preventiva demolizione del manufatto abusivo.
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tre fabbricati, uno dei quali destinato a cisterna, aventi una superficie

Infine i ricorrenti hanno dedotto la intervenuta prescrizione del reato
contestato.
CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è inammissibile.
Con riferimento al primo motivo di ricorso, osserva il Collegio che lo
stesso è stato veicolato dai ricorrenti in forma mutila in quanto l’atto

la mancanza verosimilmente di una pagina del testo dattiloscritto, di tal che il
contenuto della doglianza è ricostruibile solo in parte e solo tramite l’esame
del contenuto della sentenza impugnata, avendo la relativa questione – a
quanto è dato desumere dalla parte del motivo di ricorso per cassazione
acquisita agli atti del presente giudizio – già formato oggetto di motivo di
appello ed essendo stata disattesa dalla corte territoriale.
Esso concerne, sempre a quanto è dato comprendere, la pretesa
omissione della notificazione del decreto di citazione a giudizio nei confronti
dei due imputati per la udienza del 4 giugno 2013 di fronte al Tribunale di
Lecce.
Il motivo, come sopra inteso è, in ogni caso, del tutto infondato in
quanto, diversamente da quanto sostenuto dai ricorrenti, siffatto decreto
risulta essere stato notificato, proprio secondo quanto non argomentatamente
smentito dai ricorrenti medesimi, ai due prevenuti nonché al loro difensore di
fiducia.
Il motivo di ricorso, essendo pertanto meramente ripetitivo di una
questione già sottoposta al giudice del gravame e da questi motivatamente
disattesa, è d’altra parte inammissibile in quanto, sostanzialmente privo di
specificità.
Quanto al secondo motivo di impugnazione, con il quale è dedotta la
illegittimità della nomina di un difensore di ufficio per i due imputati in luogo
del difensore di fiducia assente nel corso della udienza tenutasi in data 13
marzo 2015, sempre di fronte al Tribunale salentino, non è chiaro di cosa i
ricorrenti si dolgano, non emergendo alcuna violazione di legge nel fatto che il
giudice investito della causa, rilevata la mancanza di difesa tecnica in giudizio
per i due imputati, abbia provveduto a nominare in loro favore un difensore di
ufficio; del tutto priva di riscontri, quanto meno in questa sede (né i ricorrenti
hanno evidenziato la circostanza che il dato in questione fosse stato in altra
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introduttivo del giudizio, anche nel suo originale, presenta una omissione, cioè

sede accertato, avendo la Corte di appello rilevato che a sostegno della
relativa allegazione vi sarebbe stata solamente una mera asserzione fatta da
soggetto che neppure era formalmente presente nel processo a carico dei due
odierni ricorrenti), è l’indicazione secondo la quale il loro originario difensore
fiduciario, tale avv. Luna, non sarebbe stato abilitato all’esercizio della
professione, in quanto non iscritto all’albo professionale.
Il motivo di impugnazione è, pertanto, chiaramente inammissibile,

Il terzo motivo è parimenti inammissibile, non essendo indicate le
arbitrarie argomentazioni svolte in sede di merito – ed a tale riguardo si
ricorda che essendo le due sentenze, quella del Tribunale e quella della Corte
territoriale, conformi nel loro contenuto, le relative motivazioni si fondono
reciprocamente costituendo un unicum motivazionale – in base alle quali,
secondo i ricorrenti, sarebbe stata illegittimamente affermata la loro
responsabilità riguardo alle imputazioni di cui alla rubrica loro contestata.
Quanto al motivo avente ad oggetto la inadeguatezza della motivazione
della sentenza impugnata nella parte in cui è dichiarata la penale
responsabilità della imputata Corban Monica Stefana, osserva la Corte che
essa è stata correttamente dedotta in sede di merito – avendo fatto la Corte
territoriale buon governo dei principi in diverse occasioni ribaditi da questa
stessa Corte – sulla base dei dati obbiettivi, costituenti indice gravi, precisi e
concordanti, della sua penale responsabilità, offerti dal fatto sia che la Corban
avesse la piena disponibilità del terreno su cui insistevano le opere in corso di
realizzazione nonché di queste ultime, sia che era presente sul luogo dei fatti
al momento in cui è stato eseguito il sopralluogo sia che ella era, unitamente
all’altro coimputato, la sola persona cui la realizzazione delle opere avrebbe
portato un giovamento.
Sulla base di tali elementi la Corte territoriale ha ritenuto, sulla base di
una ragionevole inferenza logica, che la stessa non poteva considerarsi
estranea ad esse.
Del tutto immotivata la censura avente ad oggetto il preteso vizio della
sentenza impugnata per avere i giudici della Corte salentina escluso la
meritevolezza dei prevenuti riguardo alla concedibilità delle circostanze
attenuanti generiche.

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quanto meno per la sua ineludibile genericità.

Invero – ribadito il principio, del tutto consolidato nella giurisprudenza di
questa Corte, secondo il quale la concessione delle attenuanti generiche
consegue ad una valutazione di meritevolezza in capo all’eventuale
beneficiario, nei cui confronti debbono, pertanto, emergere dei fattori di
“benemerenza”, e non, invece, ad un giudizio di mera assenza di fattori
ostativi al loro riconoscimento – rileva il Collegio come la ricorrente Corban
abbia semplicemente evidenziato di essere incensurata, fattore questo, per

di meritevolezza del beneficio (cfr. art. 62-bis, ultimo comma, cod. pen.),
mentre relativamente alla posizione di ambedue i prevenuti è stata segnalata
in sede di ricorso per cassazione solamente la modestia del fatto da loro
commesso; fattore questo che, a tutto voler concedere, potrebbe giustificare,
ove non si ritenga che lo stesso abbia le caratteristiche della speciale tenuità
ai sensi dell’art. 131-bis cod. pen., il contenimento della sanzione entro la
misura del minimo edittale.
Nessuna manchevolezza motivazionale è, pertanto, rilevabile nella
sentenza impugnata nella quale la esclusione delle attenuanti generiche è
stata plausibilmente motivata in funzione della “pluralità e variegatezza degli
abusi posti in essere” (si tratta, infatti, della realizzazione di tre manufatti, in
assenza del permesso a costruire, aventi una superficie complessiva di circa
160 mq).
Quanto alla subordinazione della sospensione condizionale della pena
all’avvenuta demolizione delle opere abusive, si tratta, diversamente da
quanto parrebbero ritenere i ricorrenti, della piana applicazione di quanto
previsto dall’art. 165, comma primo, secondo periodo, cod. pen., laddove è
previsto che la sospensione condizionale della pena possa essere subordinata
alla eliminazione della conseguenze dannose del reato commesso (per la
specifica applicazione del principio in questione alla demolizione delle opere
edilizia abusivamente realizzate, si veda,

ex multis: Corte di cassazione,

Sezione VII penale, 28 febbraio 2017, n. 9847, ord.).
Con riferimento alla dedotta prescrizione, rilevato che la stessa – posto
che al momento in cui è stato compiuto il sopralluogo che ha portato
all’accertamento delle opere abusive, id est in data 4 aprile 2012, queste
erano in corso – ancora non era maturata al momento in cui è stata
pronunziata la sentenza ora impugnata, osserva la Corte che la totale
inammissibilità del ricorso per cassazione presentato dai due imputati rende
del tutto insignificante al fine di cui sopra la decorrenza dell’ulteriore spazio
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espresso dettato legislativo, non idoneo a fondare di per sé il predetto giudizio

temporale successivamente alla emissione della sentenza da parte della Corte
salentina.
Alla dichiarazione di inammissibilità dei ricorsi fa seguito la condanna dei
ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di euro
2000,00 ciascuno in favore della Cassa delle ammende.
PQM

spese processuali e della somma di euro 2000,00 ciascuno in favore della
Cassa delle ammende.
Così deciso in Roma, il 12 dicembre 2017
Il Consigliere estensore

Il Presidente

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle

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