Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 21601 del 15/12/2017


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 21601 Anno 2018
Presidente: NOVIK ADET TONI
Relatore: MANCUSO LUIGI FABRIZIO

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
VASILAJ BESJAN nato il 28/12/1984

avverso l’ordinanza del 05/04/2017 del TRIBUNALE di TREVISO
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere LUIGI FABRIZIO MANCUSO;

Data Udienza: 15/12/2017

RITENUTO IN FATTO

Con ordinanza del 5/4/2017, il Tribunale di Treviso, in funzione di giudice
dell’esecuzione, rigettava l’istanza presentata nell’interesse di Vasilaj Besjan, con
la quale si richiedeva il riconoscimento della continuazione, ai sensi dell’art. 671
cod. proc. pen., con riferimento ai reati giudicati con varie sentenze di condanna.
Il Tribunale rilevava, fra l’altro, che una delle sentenze indicate nell’istanza era
stata annullata senza rinvio dalla Corte di Cassazione per intervenuta

Avverso il citato provvedimento ha proposto ricorso per cassazione, in
difesa del condannato, l’avv. Pasquale Fabio Crea, deducendo la violazione di cui
all’art. 606, comma 1 lett. b), cod. proc. pen. in relazione all’art. 671 cod. proc.
pen., nonché il vizio di cui all’art. 606, comma 1 lett. e), cod. proc. pen., per
manifesta carenza o illogicità della motivazione. Secondo il ricorrente, la
motivazione del provvedimento è oltremodo generica e basata su una lettura
delle prove disancorata dagli elementi di fatto prospettati dalla difesa, tra cui la
testimonianza di Casagrande Edgar, il quale ha dichiarato di aver acquistato della
cocaina dal condannato appena uscito dal carcere. Detta circostanza dimostra
che il Vasilaj, nonostante la detenzione, non perdeva mai di vista il proprio
progetto illecito. Il Tribunale ha attribuito rilevanza predominante alla distanza
temporale fra le condotte, senza però tenere conto di altri elementi rilevatori del
medesimo disegno criminoso, quali la natura dei reati, il /ocus commissi delicti,
la condizione acclarata di tossicodipendenza.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso è manifestamente infondato.
Il controllo affidato al giudice di legittimità può avere come oggetto la
verifica circa la violazione di disposizioni di legge e l’analisi della motivazione,
che può essere affetta da patologie rilevanti qualora sia del tutto priva dei
requisiti minimi di coerenza completezza e logicità (al punto da risultare
meramente apparente perché assolutamente inidonea a rendere comprensibile
l’iter logico seguito dal giudice) o qualora esponga linee argomentative talmente
prive di coordinazione e carenti dei passaggi razionali essenziali da fare rimanere
oscure le basi giustificative della decisione.
Il ricorrente denunzia formalmente sia violazione di legge, sia generiche
carenze motivazionali, ma chiede in realtà la rilettura del quadro probatorio e il
riesame nel merito della vicenda processuale. Tale riesame è precluso in sede di
indagine di legittimità sul discorso giustificativo della decisione, ove solo può
2

prescrizione dei reati contestati.

essere appurato se la struttura razionale della ordinanza impugnata abbia una
sua chiara e puntuale coerenza argomentativa e sia saldamente ancorata, nel
rispetto delle regole della logica, alle risultanze del compendio probatorio
acquisito, come nel caso concreto ora in valutazione.
Nell’ordinanza impugnata si evidenzia l’assenza di elementi concreti idonei
a dimostrare che il condannato, mentre commetteva i reati di cui alla sentenza
del Tribunale di Pordenone avesse già pianificato i fatti illeciti successivi. Al
contrario, numerosi sono i dati di segno opposto, quali: il lasso di tempo

dal gennaio 2006 al luglio 2007; il fatto che l’attività di detenzione e spaccio
oggetto della sentenza del Tribunale di Pordenone, come risulta dai capi di
imputazione, sia oggettivamente diversa rispetto a quella delle sentenze del
2006 e del 2012 del Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Treviso.
Né qualcosa di diverso si può dedurre dalla circostanza che i reati sono della
stessa natura, essendo questo dato, in presenza degli altri elementi, indicativo di
una precisa scelta di vita effettuata dal Vasilaj.
Il giudice dell’esecuzione, peraltro, ha rilevato che lo stato di
tossicodipendenza documentata dal richiedente non è idoneo a mutare il quadro
sopra tracciato, anche tenuto conto del principio secondo cui la condizione di
tossicodipendenza può essere valutata come elemento idoneo a giustificare la
unicità del disegno criminoso con riguardo a reati che siano ad esso collegati e
dipendenti, sempre che sussistano le altre condizioni individuate dalla
giurisprudenza per la configurabilità dell’istituto previsto dall’art. 81, comma
secondo, cod. pen. (Sez. 1, n. 50716 del 07/10/2014 – dep. 03/12/2014,
Iannella, Rv. 261490).
In definitiva, deve riscontrarsi la presenza di motivazione adeguata,
logica, rispettosa del parametro normativo di riferimento, tale da resistere alle
censure formulate col ricorso, ove si consideri che il giudice dell’esecuzione,
nell’escludere la configurabilità della continuazione, ha valorizzato con plausibili
argomentazioni elementi oggettivi e non ha affatto ignorato le deduzioni
dell’istante anche riguardanti i profili accomunanti gli episodi. In tal modo, il
giudice di merito ha offerto puntuale applicazione in punto di diritto all’ormai
consolidato orientamento giurisprudenziale, secondo il quale anche l’identità del
bene giuridico violato ed il lasso temporale intercorso fra le varie condotte
costituiscono aspetti da soli insufficienti ad offrire dimostrazione dell’esistenza di
quell’unico iniziale programma in vista di uno scopo determinato,
ricomprendente le singole violazioni, che è l’indefettibile presupposto per il
riconoscimento della continuazione.

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intercorso fra le diverse condotte; la circostanza che il Vasilaj sia stato detenuto

Alla declaratoria di inammissibilità segue, ai sensi dell’art. 616 cod. proc.
pen., la condanna della parte ricorrente al pagamento delle spese processuali e
al versamento della somma di euro 2.000,00 alla Cassa delle ammende, non
essendo dato escludere – alla stregua del principio di diritto affermato dalla Corte
costituzionale nella sentenza n. 186 del 2000 – la sussistenza dell’ipotesi della
colpa nella proposizione dell’impugnazione.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento
delle spese processuali e al versamento della somma di euro 2.000,00 alla Cassa
delle ammende.

Così deciso in Roma, 15 dicembre 2017.

IL CONSIGLIERE ESTENSORE

4011.-C

/tErnx

P.Q.M.

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