Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 21272 del 27/02/2018


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 21272 Anno 2018
Presidente: ANDREAZZA GASTONE
Relatore: GALTERIO DONATELLA

SENTENZA

sul ricorso proposto da
RINALDI BIAGIO ANGELO IRVIN, nato a Milano il 16.1.1976

avverso la sentenza in data 16.12.2015 della Corte di Appello di Napoli
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Donatella Galterio;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale dott.
Giulio Romano, che ha concluso chiedendo l’annullamento senza rinvio per
essersi il reato estinto per prescrizione

RITENUTO IN FATTO

Con sentenza in data 16.12.2015 la Corte di Appello di Napoli ha
confermato la condanna a tre anni di reclusione ed C 14.000 di multa resa in
primo grado nei confronti di Biagio Angelo Irvin Rinaldi ritenuto responsabile del
reato di cui all’art. 73, 5 comma DPR 309/1990.
Avverso il suddetto provvedimento l’imputato ha proposto, per il tramite del
proprio difensore, ricorso per cassazione articolando un unico motivo con il quale
lamenta la totale sproporzione tra la pena inflitta e la condotta censurata, non
venendo dato conto dei mutamenti legislativi intervenuti rispetto alla sentenza di
primo grado che hanno, nel trasformare la previsione di cui all’art. 73, 5 comma

Data Udienza: 27/02/2018

DPR 309/1990 da circostanza attenuante a fattispecie autonoma di reato, dato
luogo ad un più mite trattamento sanzionatorio rispetto alla previgente
disciplina, nonché il diniego delle attenuanti generiche, la cui applicabilità non
può ritenersi esclusa dalla riconducibilità del fatto all’ipotesi di lieve entità di cui
all’art. 73, 5 comma che, costituendo fattispecie autonoma di reato, consente al
pari di ogni altra figura delittuosa il suddetto beneficio.

Risulta evidente dalla lettura della sentenza impugnata che la Corte
distrettuale, nel confermare integralmente la pronuncia di primo grado resa in
data 6.10.2010, non ha dato conto dei mutamenti normativi medio tempore
intervenuti in relazione all’art. 73, 5 comma DPR 309/1990, che hanno inciso
non solo sulla qualificazione giuridica del fatto, ma altresì sull’arco edittale della
pena, il che non consente di ritenere che la determinazione del trattamento
sanzionatorio in concreto inflitto all’imputato sia conforme alla normativa
vigente, come puntualmente dedotto dal ricorrente.
Occorre infatti rilevare che dapprima la modifica legislativa introdotta
dall’art. 2 del decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 146, convertito, con
modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 21 febbraio 2014, n.10, ha reso
la fattispecie circostanziale di cui al comma 5 dell’art. 73 d.P.R. 309\90 ipotesi
autonoma di reato, sottraendola così al giudizio di comparazione fra circostanze,
e che la stessa disposizione è stata oggetto di successiva modifica ad opera del
decreto 20 marzo 2014, n. 36, convertito con modificazioni dalla L. 16 maggio
2014, n. 79, la quale è intervenuta sull’impianto sanzionatorio riducendo le pene
allo stato costituite dalla reclusione da sei mesi a quattro anni e dalla multa da
euro 1.032,00 a euro 10.329,00, in luogo della reclusione da uno a sei anni e
della multa da euro 3.000,00 a euro 26.000,00.
L’intervenuta successione di una legge più favorevole imponeva al giudice di
appello di rideterminare la sanzione inflitta con la sentenza di primo grado,
indipendentemente dal fatto che la pena suddetta rientrasse nella nuova cornice
sanzionatoria (Sez. 6, n. 10169 del 10/02/2016 – dep. 11/03/2016, Tamburini,
Rv. 266514 in analoga fattispecie in tema di reato previsto dall’art. 73, comma
quinto, d.P.R. n. 309 del 1990, come modificato dal D.L. n. 36 del 2014, conv. in
legge n. 79 del 2014). Pertanto, essendo stato il trattamento sanzionatorio
determinato dalla Corte partenopea in base a parametri costituzionalmente
illegittimi essendo all’epoca della pronuncia la nuova normativa già in vigore, si
imporrebbe una rimodulazione della pena al fine di renderla conforme, per
effetto della descritta dinamica delle norme incriminatrici, ai “nuovi” più
favorevoli minimi edittali detentivi e pecuniari. Preliminare è tuttavia il rilievo,
2

CONSIDERATO IN DIRITTO

alla luce della fondatezza del ricorso, dell’intervenuta prescrizione del reato in
contestazione, calcolata in forza del decorso del termine di 7 anni e 6 mesi dalla
data di perfezionamento dell’illecito, senza tener conto della recidiva che,
ancorchè contestata, risulta in quanto non menzionata dalla sentenza di primo
grado implicitamente disattesa, nonché dell’intervenuta sospensione per effetto
del rinvio disposto dal Tribunale all’udienza del 10.3.2010 fino al 6.10.2010, e
perciò maturata alla data del 24.3.2016. La valida instaurazione del rapporto
processuale a seguito dell’impugnativa svolta impone perciò di rilevare, in difetto

delitto per decorso dei termini ex artt. 157 ss. c.p.. La sentenza impugnata deve
essere, conseguentemente, annullata senza rinvio

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata per essere il reato estinto per
prescrizione.

Così deciso il 27.2.2018

Il Consigliere estensore

Il Pres’dente

Donatella Galterio

Gaston And reazk

9

di cause evidenti di assoluzione ex art.129 c.p.p., l’intervenuta prescrizione del

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