Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 21166 del 09/03/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 21166 Anno 2018
Presidente: PEZZULLO ROSA
Relatore: AMATORE ROBERTO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
BARONE SALVATORE nato il 19/04/1958 a BORGETTO

avverso l’ordinanza del 25/10/2016 del TRIBUNALE di PALERMO
sentita la relazione svolta dal Consigliere ROBERTO AMATORE;
lette/sentite le conclusioni del PG

Data Udienza: 09/03/2018

Lette le conclusioni scritte rassegnate dalla Procura Generale presso la Corte di Cassazione
che, nella persona del Sostituto Procuratore Dott.ssa Delia Cardia, ha chiesto il rigetto del
ricorso ;

RITENUTO IN FATTO
1.Con l’ordinanza impugnata il Tribunale di Palermo, sezione Misure di prevenzione, quale
giudice dell’esecuzione, ha respinto l’opposizione contro il provvedimento del giudice delegato
che invitava l’amministratore giudiziario a procedere al licenziamento del ricorrente,

prevenzione nei confronti del Parra Stefano.
Avverso la predetta ordinanza ricorre Barone Stefano, per mezzo del suo difensore, affidando
la sua impugnativa a due ragioni di doglianza articolate come vizi di violazione di legge.
1.1 Si duole dell’erronea applicazione dell’art. 35, terzo comma, e 56 D.Igs. 159/2011 atteso
che non sarebbe legittima l’estensione del regime di incompatibilità previsto dal predetto art.
35 anche ad un semplice dipendente della società e comunque evidenzia che sarebbe
applicabile anche al licenziamento del dipendente oggetto di un provvedimento di sequestro la
normativa di cui alla I. 604/1966, con l’obbligo dunque di adeguata motivazione del
provvedimento di recesso.
1.2 Si osserva, inoltre, che l’art. 56 del predetto decreto non era applicabile ai contratti di
lavoro, riguardando diversamente la disciplina dei contratti di fornitura di beni e servizi ancora
in corso di esecuzione.

CONSIDERATO IN DIRITTO
2. Il ricorso è infondato.
2.1 Occorre premettere come, nel caso di specie, sia stato impugnato il provvedimento del
giudice delegato della procedura di prevenzione con il quale quest’ultimo aveva autorizzato ( o
meglio, sollecitato ) l’amministratore giudiziario della società oggetto di sequestro a procedere
al licenziamento del dipendente ritenuto colluso con la precedente amministrazione della
società.
Di talchè risulta del tutto legittima ed ammissibile la procedura qui azionata dell’incidente di
esecuzione.
Ciò detto, ritiene il Collegio che non siano rintracciabili i lamentati vizi di violazione di legge nel
predetto provvedimento autorizzativo né nel successivo provvedimento giudiziale di conferma
del decreto emesso dal giudice delegato, anche se occorre procedere ad una rettifica della
motivazione impugnata in relazione all’istituto richiamabile per legittimare il recesso da parte
dell’amministratore giudiziale dal contratto di lavoro in corso.
A tal fine occorre precisare come, nel caso di specie, la fonte normativa legittimante
l’autorizzazione giudiziale al recesso debba essere rintracciata nel D.Lgs. n. 159 del 2011,
(Codice antimafia), e più precisamente nell’art. 56 del predetto decreto, la cui natura di
normativa speciale e di ordine pubblico concede legittimità al fatto risolutivo negoziale proprio
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dipendente della società Mirto Inerti s.a.s., oggetto di sequestro nell’ambito della procedura di

in ragione della fonte “iure imperii” dell’atto genetico di tale potere ed esclude pertanto
l’applicabilità della normativa lavoristica della L. n. 604 del 1966, con la sola necessità
dell’obbligo di adeguata motivazione dell’atto di risoluzione del rapporto che costituisce, invero,
il precipitato di un principio di ordine generale dell’ordinamento.
Deve ritenersi che, nel caso in esame, sia la stessa legge speciale sopra richiamata a
prevedere la giustificazione del licenziamento, il quale, peraltro, non ha natura disciplinare,
trovando la fonte giustificatrice proprio nelle ragioni di ordine pubblico da ultimo richiamate e

disciplinare.
Il D.Lgs. n. 159 del 2011, (Codice antimafia) all’art. 41, comma 4, stabilisce che “I rapporti
giuridici connessi all’amministrazione dell’azienda sono regolati dalle norme del codice civile,
ove non espressamente disposto” e all’art. 56, (“Rapporti pendenti”) dispone che “1. Se al
momento dell’esecuzione del sequestro un contratto relativo al bene o all’azienda sequestrata
è ancora ineseguito o non compiutamente eseguito da entrambe le parti, l’esecuzione del
contratto rimane sospesa fino a quando l’amministratore giudiziario, previa autorizzazione del
giudice delegato, dichiara di subentrare nel contratto in luogo del proposto, assumendo tutti i
relativi obblighi, ovvero di risolvere il contratto, salvo che, nei contratti ad effetti reali, sia già
avvenuto il trasferimento del diritto”.
Occorre precisare che, stante la natura generale della norma ora menzionata, quest’ultima sia
applicabile anche ai contratti di lavoro subordinato, atteso che la norma in esame richiama
espressamente i contratti relativi “all’azienda” tra i quali sono tipicamente da annoverarsi
anche i rapporti di lavoro intercorrenti tra l’azienda ed i suoi dipendenti.
Se così è, allora – ed in virtù di quel principio di ordine pubblico sopra richiamato – deve
ritenersi che l’amministratore giudiziario sia legittimato, previa autorizzazione del giudice
delegato, a subentrare nei contratti di lavoro pendenti ovvero a risolvere il rapporto negoziale,
giustificando tale scelta nell’atto di recesso ( la cui motivazione si può anche ricavare per
relationem dal contenuto del provvedimento autorizzativo del giudice delegato ).
Nel caso di specie la motivazione del recesso, per come sviscerata anche nel provvedimento

dovendosi pertanto escludere l’applicabilità delle garanzie proprie del licenziamento

qui impugnato, risulta evidente e non contestabile, atteso che il ricorrente era l’intestatario
formale di beni, quali imprese e quote sociali ( oggetto anch’esse di sequestro ), di
appartenenza e comunque nella disponibilità (indiretta) del proposto Parra Stefano, sicché non
è discutibile che il ricorrente potesse essere considerato come “vicino” e colluso con la
precedente gestione societaria e, come tale, inidoneo a rivestire quel rapporto fiduciario che
deve necessariamente caratterizzare il rapporto di lavoro e di collaborazione con
l’amministrazione giudiziaria.
Sul punto deve, tuttavia, precisarsi che il richiamo nel provvedimento impugnato anche all’art.
35 del D.Igs. 159/2011 risulta inconferente.
Invero, l’art. 35, comma 3, stabilisce, nell’ambito della disciplina della “Nomina e revoca
dell’amministratore giudiziario”, che “Non possono essere nominate le persone nei cui confronti k r._
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il provvedimento è stato disposto, il coniuge, i parenti, gli affini e le persone con esse
conviventi, ne le persone condannate ad una pena che importi l’interdizione, anche
temporanea, dai pubblici uffici o coloro cui sia stata irrogata una misura di prevenzione. Le
stesse persone non possono, altresì, svolgere le funzioni di ausiliario o di collaboratore
dell’amministratore giudiziario”.
Orbene, risulta evidente come la normativa da ultimo richiamata detti un regime di rigida ( e
comprensibile ) incompatibilità tra la figura dell’amministratore giudiziario ( ovvero

interessati all’amministrazione giudiziale dei beni e comunque indegni di rivestire tale ufficio
pubblico.
Ne consegue che si tratta, all’evidenza, di normativa dettata dal legislatore in materia di
incompatibilità e non estendibile, neanche in via analogica, alla diversa figura del dipendente
dell’impresa attinta dalla misura di prevenzione il cui rapporto rientra, per quanto concerne la
regolamentazione delle vicende successive all’applicazione della misura, nella generale
disciplina dettata per i rapporti pendenti dall’art. 56 sopra ricordato.
Né è possibile concludere in senso diverso alla luce della recentissima modifica dell’art. 35
apportata dall’art. 13 della I. 17.10.2017 n. 161 che ha esteso tale regime di incompatibilità
anche alle “persone che abbiano svolto attività lavorativa o professionale in favore del proposto
o delle imprese a lui riconducibili”, atteso che la norma da ultimo novellata si limita g ad
estendere il regime di incompatibilità sopra esaminato anche a tali ulteriori figure soggettive,
ma non ha inteso disciplinare la diversa questione ( qui invece in esame ) del mantenimento o
meno del rapporto di lavoro tra dipendenti ed impresa attinta dalla misura di prevenzione.
Ne discende il rigetto del ricorso.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 9.3.2018

dell’ausiliario e collaboratore di quest’ultimo ) e soggetti direttamente o potenzialmente

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