Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 21067 del 21/03/2018


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 21067 Anno 2018
Presidente: FUMU GIACOMO
Relatore: NARDIN MAURA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
GIANOLA LUIGI nato il 31/01/1948 a BELLANO

avverso l’ordinanza del 15/09/2017 della CORTE APPELLO di MILANO
sentita la relazione svolta dal Consigliere MAURA NARDIN;
lette le conclusioni del PG

Data Udienza: 21/03/2018

RITENUTO IN FATTO
1.

Con ordinanza del 15 settembre 2017 la Corte di appello di Milano ha

rigettato la domanda formulata da Gianola Luigi per la liquidazione dell’equa
riparazione dovuta all’ingiusta detenzione subita in custodia cautelare in carcere
nel periodo compreso 12 marzo 2013 -11 giugno 2013 (91 giorni), nonché agli
arresti domiciliari sino al 5 dicembre 2013 (per complessivi 268 giorni).
2.

Avverso l’ordinanza propone ricorso per cassazione Luigi Gianola, a

mezzo del suo difensore, affidando l’impugnazione a tre motivi.
3.

Con il primo fa valere la violazione della legge processuale penale in

Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. Osserva che l’ordinanza
impugnata individua profili di colpevolezza sia antecedenti, che successivi
all’arresto, imputando all’interessato fatti e condotte smentiti dalla sentenza
assolutoria, che non integrano i presupposti della colpa grave, ostativa
riconoscimento dell’equa riparazione per ingiusta detenzione. Con riferimento
alle condotte precedenti all’arresto il provvedimento della Corte territoriale si
fonda, infatti, sull’assunto della comunicazione a terzi -ed in particolare a
Leonardo Boriani, che avrebbe provveduto ad informare Giuseppe Lo Presti -di
informazioni relative alla gara d’appalto relativa servizi di digitalizzazione, indetta
dall’azienda ospedaliera della quale il Gianola era direttore generale, accettando
la promessa di una somma di denaro, in misura percentuale al valore
dell’appalto. Rileva che le circostanze richiamate dall’ordinanza della Corte
d’appello di Milano sono state integralmente smentite nella sentenza di
assoluzione, laddove si chiarisce che la comunicazione di notizie riservate da
parte del Boriani al Lo Presti, altro non era che una vera millanteria del primo.
Così come viene chiarito dalla medesima sentenza, che gli incontri fra il Gianola
ed il Boriani, ai quali doveva essere presente anche il Lo

Presti (o

alternativamente il figlio di questi) erano stati organizzati dal Boriani all’insaputa
del Gianola.

Sottolinea che le informazioni rese dal Boriani al Lo Presti,

contenute delle conversazioni telefoniche intercettate tra i due, nell’agosto del
2012 non erano state fornite al Boriani dal Gianola, come il primo vanta con il Lo
Presti, ma erano già conosciute da tutte le aziende che intendevano partecipare
alla gara, in quanto telefonicamente fornite dal responsabile del procedimento
(Parioli). Circostanza questa che la sentenza di assoluzione pone a fondamento
della comprovata millanteria del Boriani. D’altro canto, il Gianola viene prosciolto
dall’accusa di turbata libertà degli incanti per avere concesso, a seguito delle
insistenze del Boriani, la proroga del termine per la presentazione delle offerte e
l’abolizione dell’obbligo del sopralluogo, essendo state entrambe misure
autonomamente assunte dal responsabile del procedimento, ed essendo la
prima nota a tutti, ancor prima della conversazione fra il Boriani ed il Lo Presti
2

relazione all’art. 314 cod. proc. pen., nonché la violazione dell’art. 5 della

ed il secondo costituente atto dovuto in ottemperanza alla normativa di cui al
c.d. Decreto Sviluppo. Anche perciò la sentenza di merito assolve il Gianola per
la palese millanteria del Boriani. Nessun rimprovero, dunque, può formularsi al
Gianola per la condotta tenuta in quanto egli era del tutto inconsapevole di
quanto avvenuto alle sue spalle. Né, come ritenuto dall’ordinanza impugnata,
alcun rimprovero può essere addossato al ricorrente per le frequentazioni con il
Boriani ed il Lo Presti. Innanzitutto, perché egli mai frequentò il Lo Presti, salvo
in un’unica occasione e del tutto inaspettatamente, quando lo trovò ad un pranzo
organizzato dal Boriani. Mentre, la conoscenza con Boriani, giornalista, era

giornale. Infine, con riferimento alla contraddittorie versioni fornite nel corso
delle indagini preliminari, anche quei posti a fondamento della ritenuta colpa
grave ostativa del diritto all’equa riparazione, richiama le osservazioni della
sentenza di assoluzione laddove si spiega che nessuna contraddizione può essere
addebitata al ricorrente, avendo il medesimo fornito del tutto in buona fede
indicazioni inesatte. Anche con riferimento a questa circostanza, ritenuta dalla
Corte territoriale gravemente colpevole, la sentenza offre una logica spiegazione,
del tutto ignorata dall’ordinanza impugnata.
4.

Con il secondo motivo si duole del vizio di motivazione, essendo questa

meramente apparente, perché il provvedimento oggetto di ricorso, anziché
esaminare, con giudizio autonomo ex ante le fonti di prova predibattimentali,
confrontandosi con quanto emerso nel processo, si limita a ripetere quanto
contenuto nell’ordinanza del Tribunale del riesame, che a sua volta faceva
integralmente proprii i contenuti dell’ordinanza cautelare.
5.

Con il terzo motivo censura l’illogicità della motivazione nella parte in

cui considerando la condotta del Gianola sia prima che durante il processo
omette di considerare se essa abbi dato luogo quantomeno ad un’apparenza tale
da giustificare l’emissione di una misura custodiale, neppure distinguendo
l’ipotesi di colpa lieve rispetto alla colpa grave, necessaria per negare la
sussistenza dei diritto all’equa riparazione.
6.

Chiede l’annullamento della decisione impugnata, con i provvedimenti

conseguenti.
7.

Con requisitoria scritta il Procuratore generale presso la Corte di

Cassazione, rilevato che il provvedimento impugnato in modo autoreferenziale
ed apodittico si limita a evidenziare condotte prive di riscontro nei successivi
accertamenti e si caratterizza nel suo complesso per una evidente
sottovalutazione del quadro probatorio acquisito nel giudizio di merito- secondo il
quale il Gianola non fornì mai alcuna notizia riservata- chiede l’annullamento del
provvedimento impugnato con rinvio alla Corte di appello di Milano, per nuovo
giudizio .

3

giustificata dal fatto che il Gianola aveva pubblicato alcuni articoli sul suo

8. Con memoria depositata il Ministero delle Finanze ha chiesto dichiararsi
l’inammissibilità, o in subordine il rigetto del ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1.

Il ricorso è fondato.

2.

Va premesso che la cognizione del giudice di legittimità

nei

procedimenti per il riconoscimento dell’equo indennizzo a seguito di ingiusta
detenzione è limitata alla sola legittimità del provvedimento impugnato, anche
sotto l’aspetto della congruità e logicità della motivazione. Ai sensi dell’art. 646,

pen., infatti, l’unico rimedio avverso il provvedimento della Corte di Appello, che
pronuncia in unico grado, è il ricorso per cassazione, nei limiti previsti dall’art.
606 cod. proc. pen., non essendo previsto alcun ampliamento dei motivi di
impugnazione con specifico riferimento al procedimento per l’equa riparazione
(cfr.

ex multis,

Sez. 4, n. 542 del 21/4/1994, Bollato, Rv. 198097, che,

affermando tale principio, ha dichiarato inammissibile il ricorso avverso
ordinanza del giudice di merito in materia, col quale non si deduceva violazione
di legge, ma semplicemente ingiustizia della decisione con istanza di diretta
attribuzione di equa somma da parte della Corte).
3.

Elemento connotante il giudizio per la riparazione dell’ingiusta

detenzione è la totale autonomia rispetto al giudizio penale, perché lo scopo è
quello di valutare l’idoneità del quadro probatorio a trarre in inganno il giudice in
relazione alla sussistenza dei presupposti dell’adozione di una misura cautelare,
unitamente ed in forza di una condotta gravemente negligente od imprudente
dell’imputato, che abbia così colposamente indotto quello che l’esito assolutorio
nel merito, dimostrerà essere stato un errore.
4.

L’esame della condotta dell’imputato – che il sede di merito risulterà

non integrare il reato- prima e dopo la perdita della libertà personale e più in
generale, al momento della legale conoscenza della pendenza di un
procedimento a suo carico, dovrà essere valutata ex ante (Sez. Unite, n. 32383
del 27.5.2010, D’Ambrosio, rv. 247664), per verificare se essa abbia costituito
nel rapporto di causa- effetto,

pur in presenza di un errore dell’autorità

procedente, il presupposto della falsa apparenza dell’illecito penale (cfr. anche la
precedente Sez. Un. 26.6.2002, Di Benedictis).
5.

Assumono, dunque, rilievo al fine della configurabilità della condotta

impeditiva del diritto al riconoscimento dell’equa riparazione sia i comportamenti
di tipo extraprocessuale (grave leggerezza o trascuratezza) sia

di tipo

processuale (autoincolpazione, silenzio consapevole sull’esistenza di un alibi),
che non siano stati esclusi dal giudice della cognizione (cfr. sul punto questa
sez. 4, n. 34181 del 5.11.2002, Guadagno, rv. 226004).
4

comma terzo cod. proc. pen., richiamato, dall’art. 315 ultimo comma cod. proc.

6.

Rientra nella nozione di colpa ostativa al riconoscimento del diritto alla

riparazione, secondo la previsione dell’art. 314, comma 1^, cod. proc. pen.,
anche la condotta tesa ad altri risultati che, tuttavia, ponga in essere, per
evidente, macroscopica negligenza, imprudenza, trascuratezza, inosservanza di
leggi, regolamenti o norme disciplinari, una situazione tale da costituire una non
voluta, ma prevedibile, ragione di intervento dell’autorità giudiziaria che si
sostanzi nell’adozione di un provvedimento restrittivo della libertà personale o
nella mancata revoca di uno già emesso (Sez. U, n. 43 del 13/12/1995 – dep.
09/02/1996, Sarnataro ed altri, Rv. 20363701; Sez. 4, n. 43302 del 23.10.2008,

7.

Ai fini della sussistenza del diritto all’indennizzo, nondimeno, secondo

le Sezioni Unite della Corte può anche prescindersi dalla sussistenza di un “errore
giudiziario”, venendo in considerazione soltanto l’antinomia “strutturale” tra
custodia e assoluzione, o quella “funzionale” tra la durata della custodia ed
eventuale misura della pena, con la conseguenza che, in tanto la privazione della
libertà personale potrà considerarsi “ingiusta”, in quanto l’incolpato non vi abbia
dato o concorso a darvi causa attraverso una condotta dolosa o gravemente
colposa, giacché, altrimenti, l’indennizzo verrebbe a perdere ineluttabilmente la
propria funzione riparatoria, dissolvendo la “ratio” solidaristica che è alla base
dell’istituto. (così Sez. Unite, n. 51779 del 28.11.2013, Nicosia, rv. 257606).
8.

Fatte queste premesse in ordine all’inquadramento generale

dell’istituto, ai fini della risoluzione del caso di specie occorre rilevare

che

l’ordinanza di rigetto, come correttamente affermato sia dal ricorrente che dal
Procuratore

generale,

omette

ogni

valutazione

sulla

neutralità

del

comportamento tenuto dal Gianola, fatto oggetto di mera millanteria da parte
del coimputato Boriani, pur affermando, senza realmente spiegarne le ragioni,
che la sua condotta era idonea ad indurre in errore l’autorità giudiziaria.
9.

In realtà il provvedimento impugnato giustifica la reiezione solo con

elementi di fatto esclusi dalla sentenza di merito- che pare quasi riscriverementre il giudizio deve essere fondato sull’attitudine del comportamento tenuto
dal Gianola a determinare l’apparenza della sua colpevolezza, anche avuto
riguardo al fatto che quanto addebitatogli era frutto della condotta altrui, della
quale, secondo la sentenza di assoluzione, egli era del tutto inconsapevole.
10. Così come non si ricava dall’ordinanza alcuna valida argomentazione,
diversa dall’attribuzione al Gianola di responsabilità escluse dal giudice di merito,
che giustifichi l’individuazione della colpa grave nell’avere reso, in sede di
indagini preliminari, versioni differenti dei contatti intervenuti con il Buriani ed il
Lo Presti, circostanza questa ampiamente giustificata dalla sentenza di
assoluzione.
11. Alla carenza ed all’incoerenza della motivazione dell’ordinanza
5

Malsano, rv. 242034).

impugnata non può che conseguire il suo annullamento.

P.Q.M.
Annulla l’ordinanza impugnata con rinvio per nuovo giudizio alla Corte di
Appello di Milano.
Cosi deciso il 1/03/2018

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Il Consigl ere estensore

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