Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 20864 del 07/11/2017


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Penale Sent. Sez. 3 Num. 20864 Anno 2018
Presidente: CAVALLO ALDO
Relatore: GAI EMANUELA

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Dorascenzi Guido, nato a Oristano il 06/05/1948

avverso la sentenza del 16/01/2017 della Corte d’appello di Cagliari

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Emanuela Gai;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale
Francesco Salzano, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
udito per l’imputato l’avv. A. Iergli in sost. Contini che ha concluso per
l’accoglimento del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del 16 gennaio 2017, la Corte d’appello di Cagliari, in
riforma della sentenza di assoluzione del Tribunale di Oristano, impugnata dal
Procuratore generale limitatamente alla contestazione di cui al capo B), ha
condannato Dorascenzi Guido che ha ritenuto responsabile del reato contestato
di cui all’art. 10-

ter d.lgs 10 marzo 2000, n. 74, perché, quale legale

rappresentante della DOR.00 srl, non versava l’imposta sul valore aggiunto pari
a C 892.212,00, dovuta sulla base della dichiarazione relativa all’anno di imposta
2008, entro il termine di versamento dell’acconto per l’anno successivo del 27

Data Udienza: 07/11/2017

dicembre 2009, alla pena di anni uno di reclusione, pene accessorie di cui all’art.
12 d.lgs 10 marzo 2000, n. 74, nella stessa misura di anni uno, e della
pubblicazione della sentenza di condanna sul quotidiano L’Unione Sarda di
Cagliari.
A diverso epilogo della sentenza assolutoria, la corte territoriale è pervenuta
attraverso una rivalutazione cartolare del materiale probatorio, raccolto nel
giudizio avanti al Tribunale di Oristano, che aveva assolto l’imputato non
ritenendo integrato l’elemento soggettivo del dolo del reato in adesione
all’orientamento giurisprudenziale secondo cui il dolo del reato è escluso in

dell’imputato che poi era anche fallita. Si era trattato, secondo il Tribunale, di
una situazione di forza maggiore, non imputabile a Dorascenzi e da lui non
fronteggiabile con il ricorso a misure idonee che potessero concretamente
evitarla. Secondo la sentenza impugnata, il giudice di primo grado aveva errato
nel ritenere assolto l’onere allegativo e la sussistenza della forza maggiore, da
escludersi nel caso in esame in presenza di una scelta imprenditoriale di non
versare l’imposta dovuta.

2. Avverso la sentenza ha presentato ricorso l’imputato, a mezzo del
difensore di fiducia, e ne ha chiesto l’annullamento per i seguenti motivi
enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto
dall’art. 173, comma 1, disp. att., cod. proc. pen.:
2.1. Con il primo motivo denuncia la violazione di legge processuale in
relazione all’art. 220 disp. att. cod.proc.pen., inosservanza dell’art. 191
cod.proc.pen. e inutilizzabilità del processo verbale di constatazione della
Guardia di Finanza, dei verbale di contradditorio e di acquisizione di documenti.
Premette il ricorrente di aver sollevato l’eccezione di inutilizzabilità di tali atti nel
corso della deposizione del teste, eccezione sulla quale il Tribunale non si era
pronunciato. La Corte d’appello avrebbe, poi, omesso di esaminare l’eccezione e
avrebbe utilizzato, e posto a base della condanna, i risultati del p.v. di
contestazione, redatto nel 2011 a seguito di accesso nel 2010 dopo l’emersione
della notizia di reato dalle dichiarazioni dei redditi presentate dall’imputato del
2008 e dell’omesso versamento dell’Iva. Dunque la verifica dell’agenzia delle
Entrate sarebbe iniziata dopo che erano già emersi indizi di reità, che come tali
avrebbero dovuto comportare l’applicazione delle norme del processo penale
all’attività di verifica, da cui l’inutilizzabilità dei risultati stessi della verifica per
violazione del disposto di cui all’art. 220 disp.att. cod.proc.pen.
2.2. Con il secondo motivo denuncia la violazione di legge processuale in
relazione all’art. 220 disp. att. cod.proc.pen., inosservanza dell’art. 191
cod.proc.pen. e inutilizzabilità delle dichiarazioni del teste Bellu, funzionario

2

presenza di una situazione di crisi di liquidità e finanziaria della società

dell’Agenzie delle entrate che ha riportato il contenuto del p.v. di constatazione
inutilizzabile per le ragioni esposte nel punto 2.1.
2.3. Con il terzo motivo di ricorso denuncia la violazione di legge e il vizio di
motivazione con riferimento al mancato rispetto del canone di giudizio dell’ “al di
là del ragionevole dubbio”, di cui all’art. 533 comma 1 cod.proc.pen., e la
mancata rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, ex art. 603 cod.proc.pen.,
in relazione all’art. 6 Cedu.
Trattandosi di diverso epilogo di sentenza di assoluzione, la corte territoriale

all’esame dell’imputato e del teste Bellu, in conformità della giurisprudenza della
Corte Edu in presenza di integrale riforma della sentenza assolutoria basata sulla
valutazione di prove dichiarative.
2.4. Con il quarto motivo denuncia la violazione di legge e il vizio di
motivazione in relazione al trattamento sanzionatorio superiore al limite minimo
edittale e, dunque, ritenuto eccessivo e non congruamente motivato tenuto
conto della novella legislativa con la quale è stata elevata la soglia di punibilità.

3. Il Procuratore Generale ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

4. Il ricorso è infondato per le ragioni di seguito esposte.
5.

Il primo e secondo motivo di ricorso, che vanno trattati

congiuntamente attesa la loro connessione, con cui il ricorrente denuncia la
violazione dell’art. 220 disp. att. cod.proc.pen. e inosservanza dell’art. 191
cod.proc.pen. e inutilizzabilità dei risultati della verifica e delle dichiarazioni del
teste Bellu,non sono fondati.
Secondo la giurisprudenza di questa Corte il processo verbale di
accertamento/constatazione rientra nella categoria dei documenti
extraprocessuali ricognitivi di natura amministrativa e può, quindi, essere
acquisito ex art. 234 cod.proc.pen.
Non è infatti un atto processuale poiché non è previsto dal codice di rito o
dalle norme di attuazione (art. 207); ne’ può essere qualificato quale “particolare
modalità di inoltro della notizia di reato” (art. 221 disp. att.), in quanto i
connotati di quest’ultima sono diversi (Sez. 3, n. 4432 del 10.4.1997, Cosentini,
Rv. 208030).
Correttamente/ pertanto/ i giudici di merito hanno acquisito gli atti
dell’accertamento effettuato dall’Agenzia delle entrate, quali documenti acquisiti
al dibattimento ex art. 234 cod.proc.pen. e come tali utilizzabili per la decisione,
acquisizione rispetto alla quale la difesa deduce di aver eccepito l’inutilizzabilità

3

avrebbe dovuto procedere a rinnovazione dell’istruttoria con riferimento

davanti al Tribunale il quale non avrebbe dato alcuna risposta.
È, peraltro, indubbio che, a norma dell’art. 220 disp. att. cod.proc.pen.,
quando nel corso di attività ispettive o di vigilanza previste da leggi o decreti
emergano indizi di reato, gli atti necessari per assicurare le fonti di prova e
raccogliere quant’altro possa servire per l’applicazione della legge penale, sono
compiuti con l’osservanza delle disposizioni del codice. Peraltro, deve ricordarsi
che l’art. 220, disp. att. cod.proc.pen., costituisce norma di raccordo e di
cucitura tra l’attività ispettiva e quella investigativa la cui violazione non

prova, dichiarativi o documentali, acquisiti una volta superato il confine.
L’inutilizzabilità o nullità dell’atto deve essere autonomamente prevista dalle
norme del codice di procedura penale, cui l’art. 220, cit., rimanda e deve essere
specificatamente dedotta.
Nel caso in esame, il ricorrente non deduce specificatamente la violazione
delle norme del codice che avrebbe determinato l’inutilizzabilità degli elementi di
fatto costituenti indizi di reato desunti dall’attività ispettiva dell’Agenzia delle
entrate, considerato che, oltre alla dichiarazioni del teste Bellu, funzionario
dell’Agenzia delle entrate che aveva svolto gli accertamenti, l’omissione del
versamento iva per l’anno 2008 era stata ammessa dallo stesso imputato nel
corso del suo esame.

6. Anche il terzo motivo di ricorso, che pone all’attenzione il tema
dell’ambito applicativo della rinnovazione della prova dichiarativa nel caso di
diverso epilogo assolutorio nel giudizio di appello, rinnovazione ora imposta
dall’art. 603 comma 3-bis cod.proc.pen., introdotto dall’art. 1 comma 58 della
legge 23 giugno 2017, n. 103 (c.d. Riforma Orlando) che non trova applicazione
nel giudizio in corso nel quale occorre fare riferimento alla norma vigente al
momento del compimento dei singoli atti non potendo la norma sopravvenuta
operare per rivalutare gli atti già compiuti (Sez. U, n. 27614 del 29/03/2007,
Lista, Rv. 236537; Sez. U, n. 4265 del 25/02/1998, Gerina, Rv. 210199; Sez. U,
n. 27919 del 31/03/2011, Ambrogio, Rv. 250195), non è fondato.
6.1. In linea generale, va ricordato che, secondo gli approdi di questa
Corte di legittimità, deve ritenersi pacifico che la riforma in appello del giudizio
assolutorio di primo grado impone al giudice del gravame il rispetto di due
regole: per un verso, il ribaltamento deve poggiare su una motivazione c.d.
rafforzata e, per altro verso, qualora scaturisca da un diversa valutazione di
prove dichiarative ritenute decisive, la riforma presuppone la rinnovazione
dell’istruttoria dibattimentale, e ciò perchè il giudizio di colpevolezza sia
conforme al parametro dell’al di là di ogni ragionevole dubbio” e ai principi
espressi dalla giurisprudenza della Corte Edu in tema di interpretazione dei
4

determina automaticamente l’inutilizzabilità, a fini penali, degli elementi di

principi contenuti nella convenzione europea dei diritti dell’Uomo e segnatamente
dall’art. 6 par. 3 lett d) della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo.
Premesso che non è oggetto di censura il primo profilo deve essere affrontato il
secondo profilo, che viene qui in rilievo perché oggetto di motivo di ricorso.
Al riguardo, le Sezioni Unite di questa Corte, ancor prima dell’intervento
legislativo, hanno affermato che è affetta da vizio di motivazione ex art. 606,
comma 1, lett. e), cod. proc. pen., per mancato rispetto del canone di giudizio
“al di là di ogni ragionevole dubbio”, di cui all’art. 533, comma 1, cod. proc.

la responsabilità dell’imputato, in riforma di una sentenza assolutoria, operando
una diversa valutazione di prove dichiarative ritenute decisive, delle quali non sia
stata disposta la rinnovazione a norma dell’art. 603, comma 3, cod. proc. pen.;
ne deriva che, al di fuori dei casi di inammissibilità del ricorso, qualora il
ricorrente abbia impugnato la sentenza di appello censurando la mancanza, la
contraddittorietà o la manifesta illogicità della motivazione con riguardo alla
valutazione di prove dichiarative ritenute decisive, pur senza fare specifico
riferimento al principio contenuto nell’art. 6, par. 3, lett. d), della Convenzione
europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, la
Corte di cassazione deve annullare con rinvio la sentenza impugnata (Sez. U, n.
27620 del 28/04/2016, Dasgupta, Rv. 267492). Tale principio è stato
successivamente anche affermato con riguardo al ribaltamento di un precedente
giudizio assolutorio a seguito di giudizio ex art. 438 cod.proc.pen. risultando
l’opzione per il giudizio allo stato degli atti recessiva rispetto all’esigenza di
riassumere le prove decisive attraverso il contraddittorio, modalità di assunzione
della prova conforme al principio della condanna al di là del ragione dubbio,
principio di valenza generale, essendo espressione dei valori costituzionali del
giusto processo e della presunzione d’innocenza, che, pertanto, non può non
valere anche nel caso in cui la decisione da ribaltare sia stata resa all’esito del
giudizio abbreviato (Sez. U., n. 18620 del 19/01/2017, ric. Patalano).
Si tratta, ora, di stabilire la cornice applicativa dell’obbligo di rinnovazione
della prova dichiarativa e l’ambito della stessa e ciò in correlazione con lo
specifico motivo di doglianza.
A tale riguardo per la soluzione dei quesiti ermeneutici inerenti all’ambito
applicativo del principio della necessaria rinnovazione dell’istruttoria, tra cui
quello sollevato dal ricorrente della necessaria rinnovazione dell’esame
dell’imputato e del teste Bellu, ritiene il Collegio di dover, nuovamente, fare
riferimento ai principi affermati dalle citate S.U.
Con la sentenza Dasgupta la Corte di cassazione, nella sua massima
espressione, ha, nella motivazione, affermato che «il giudice di appello non può
riformare la sentenza impugnata nel senso dell’affermazione della responsabilità

5

pen., la sentenza di appello che, su impugnazione del pubblico ministero, affermi

penale dell’imputato, senza aver proceduto, anche d’ufficio, a norma dell’articolo
603 comma 3 cod.proc.pen. a rinnovare l’istruzione dibattimentale attraverso
l’esame dei soggetti che abbiano reso dichiarazioni sui fatti del processo ritenute
decisive ai fini del giudizio assolutorio di primo grado». Dunque, ha circoscritto il
principio della necessaria rinnovazione della prova dichiarativa a quella ritenuta
«decisiva» dal primo giudice per il pronunciamento assolutorio. Non tutte le
prove dichiarative, diversamente valutate dal giudice di appello, debbono essere
riassunte nel giudizio di appello, ma solo quelle che erano state ritenute decisive

base della sentenza di condanna del giudice dell’impugnazione.
Con la medesima sentenza, le Sezioni Unite hanno esplicitato che
l’esigenza di rinnovazione della prova dichiarativa riguarda i testimoni “puri”, i
testimoni “assistiti” e i coimputati di reato connesso.
Con la successiva pronuncia, nell’ultimo paragrafo della motivazione, le
Sezioni Unite si sono nondimeno preoccupate di tracciare gli esatti confini di
operatività del principio di diritto affermato, evidenziando come la rinnovazione
dell’istruttoria dibattimentale sia indispensabile soltanto nel caso di valutazione
“differente”, e non di mero “travisamento”, della prova dichiarativa, situazione
nella quale il giudice di appello può pervenire ad un giudizio di colpevolezza
senza necessità di rinnovare le prove dichiarative.
Accanto al,k< necessario requisito della decisività della prova dichiarativa nei termini precisati nella sentenza Dasgupta, si è affermato che la Corte d'appello potrà così prescindere dall'interlocuzione diretta con la fonte di prova in tutti i casi in cui riscontri che il primo giudice di merito sia pervenuto all'assoluzione incorrendo in errore nell'estrazione dell'informazione dal contributo narrativo - traendovi un fatto inesistente o palesemente diverso da quello riferito dal dichiarante. Da qui discende, quale logico corollario, che deve ritenersi che non sussista l'obbligo di procedere alla rinnovazione della prova dichiarativa quando l'attendibilità della deposizione è valutata in maniera del tutto identica dal giudice di appello, il quale si limita a procedere ad un diverso apprezzamento del complessivo compendio probatorio ovvero, ancor più, qualora il ribaltamento consegua ad una diversa interpretazione della fattispecie incriminatrice (Sez. 6, n. 35899 del 30/05/2017, Fori, Rv. 270546; Sez. 5, n. 33272 del 28/03/2017, Carosella, Rv. 270471). 6.2. Ed è proprio, quest'ultima, la situazione ricorrente nel caso in scrutinio, laddove la Corte d'appello ha fondato la responsabilità penale del ricorrente sullo stesso materiale probatorio e il diverso epilogo è frutto di una diversa - e corretta - interpretazione della fattispecie normativa, secondo gli arresti, ormai consolidati della giurisprudenza di legittimità, secondo cui6AéL.ai fini della pronuncia assolutoria e ora sono diversamente valutate e poste al'imputato ben può invocare la situazione di crisi economica che determina l'impossibilità di adempimento dell'obbligazione, quale causa di esclusione della responsabilità penale, purché assolva agli oneri di allegazione riguardanti sia il profilo della non imputabilità a lui medesimo della crisi economica, sia l'aspetto della impossibilità di fronteggiare la crisi di liquidità tramite il ricorso a misure idonee da valutarsi in concreto (Sez. 3, n. 20266 dell'8/4/2014, Zanchi, Rv. 259190). In altri termini, l'indagato deve allegare la prova che non sia statoil corretto e puntuale adempimento delle obbligazioni tributarie, pur avendo posto in essere tutte le possibili azioni, anche sfavorevoli per il suo patrimonio personale, dirette a consentirgli di recuperare, in presenza di una improvvisa crisi di liquidità, quelle somme necessarie ad assolvere il debito erariale, senza esservi riuscito per cause indipendenti dalla sua volontà e a lui non imputabili (Sez. 3, n. 5467 del 5/12/2013, Mercutello, Rv. 258055), situazione di forza maggiore esclusa dalla sentenza impugnata che ha rilevato, da un lato, la situazione "florida" della società nell'anno in contestazione ed ha ritenuto che la scelta sistematica del rinvio, mese per mese, del versamento periodico era dovuta a scelta dell'imprenditore che ora non può invocare a sua difesa la successiva crisi di liquidità (pag. 5).7. Infine, parimenti infondato è il quarto motivo di ricorso con cui si censura la sentenza impugnata sul trattamento sanzionatorio ritenuto immotivato e non congruo. Lacorteterritoriale,diversamentedall'assuntodifensivo,hacongruamente e diffusamente motivato il trattamento sanzionatorio evidenziando, tra gli elementi di cui all'art. 133 cod.pen., la gravità del fatto in relazione all'ammontare di imposta evasa (circa C 900.000 e, dunque, di molto superiore alla nuova soglia di punibilità) e i precedenti penali anche della stessa indole, sicchè la misura individuata superiore al limite minimo appare congruamente motivata. Il giudice del merito ha fatto corretto esercizio del potere discrezionale sulla commisurazione della pena ancorata a plurimi indici tra quelli indicati nell'art. 133 cod.pen.( Sez. n. 24213 del 13/03/2013, Pacchiarotti, Rv. 255825).8. Il ricorso deve, pertanto, essere rigettato (rileva il Collegio che tenuto conto del periodo di sospensione del corso della prescrizione, il reato non è prescritto alla data della pronuncia della sentenza, prescrivendosi al 25 luglio 2018). Il ricorrente deve anche essere condannato al pagamento delle spese processuali. 7altrimenti possibile per il contribuente reperire le risorse necessarie a consentirgliP.Q.M.Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.Così deciso il 07/11/2017

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA