Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 20833 del 29/03/2018


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 20833 Anno 2018
Presidente: ROTUNDO VINCENZO
Relatore: MOGINI STEFANO

Data Udienza: 29/03/2018

SENTENZA
sul ricorso proposto da:

MARRAFFA CRISTIANO nato il 04/01/1985 a ROMA

avverso la sentenza del 18/05/2016 della CORTE APPELLO di L’AQUILA.

Visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere STEFANO MOGINI;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore ALFREDO
POMPEO VIOLA che ha concluso per l’inammissibilita del ricorso.

Udito il difensore avvocato SISTI NICOLA ANTONIO del foro di LANCIANO
difensore di fiducia il quale insiste nell’accoglimento dei motivi di ricorso.

9r(

RITENUTO IN FATTO

1. Marraffa Cristiano ricorre per mezzo del difensore di fiducia avverso la sentenza della
Corte di appello di L’Aquila in data 18/5/2016 che ha confermato quella di primo grado,
pronunciata dal Tribunale di Lanciano il 3/10/2013, con la quale è stato condannato per i reati
di cui agli artt. 368 e 341 bis cod. pen. a lui ascritti ai capi A e B dell’imputazione.

2.1. Violazione dell’art. 368 cod. pen. e vizi di motivazione in punto di ritenuta sua
responsabilità penale per il reato di calunnia di cui al capo A, atteso che la Corte territoriale ha
ignorato il tenore delle deposizioni Verì, Testa, Antonini, Rinaldi, Fedele, dalle quali è possibile
desumere che il Marraffa aveva molteplici ragioni per ritenere che lo strappo e la sottrazione dei
fogli del suo quaderno fossero imputabili al Sovrintendente Veri Rocco, se non come autore
materiale, almeno come mandante e/o istigatore morale, con conseguente venir meno
dell’elemento soggettivo del delitto di calunnia. È del tutto mancato l’accertamento
dell’innocenza del Verì rispetto al denunciato furto, presupposto necessario del delitto di calunnia
contestato in questa sede.

2.2. Motivazione apparente in ordine al reato di oltraggio a pubblico ufficiale ascritto al
ricorrente al capo B, con particolare riferimento alla ritenuta sussistenza dell’offesa al prestigio
del Sovrintendente Versi.

CONSIDERATO IN DIRITTO

3. Il ricorso è inammissibile, poiché entrambi i motivi rappresentano la mera reiterazione di
generiche doglianze di merito alle quali la sentenza impugnata ha offerto, con motivazione
puntuale e immune da vizi logici e giuridici, congrua risposta (pp. 4-5).
3.1. In vero, la Corte territoriale, con riferimento al primo motivo di ricorso, ha fatto buon
governo del principio di diritto secondo il quale, in tema di calunnia, la consapevolezza da parte
del denunciante dell’innocenza della persona accusata è esclusa solo quando la supposta illiceità
del fatto denunciato sia ragionevolmente fondata su elementi oggettivi, connotati da un
riconoscibile margine di serietà e tali da ingenerare concretamente la presenza di condivisibili
dubbi da parte di una persona di normale cultura e capacità di discernimento, che si trovi nella
medesima situazione di conoscenza (Sez. 6, n. 29117 del 15/06/2012, Valenti, Rv. 253254),
rilevando che nel caso di specie l’ingiustificata, perentoria e assolutamente non verificata
asserzione, contenuta nella denuncia-querela sporta contro il Vice-Sovrintendente Verì, che
questi si era reso responsabile, nel corso di una perquisizione delle celle, di numerosi reati, tra i
1

2. Il ricorrente censura la sentenza impugnata deducendo i seguenti motivi di ricorso.

quali il furto di un quaderno, esula da qualunque inferenza soggettiva e vale ad integrare il dolo
del reato di calunnia.
3.2. Allo stesso modo, in relazione al secondo motivo di ricorso, la sentenza impugnata ha
correttamente affermato, in applicazione della pertinente giurisprudenza di questa Corte, che,
ai fini del delitto di oltraggio a pubblico ufficiale, la cella e gli ambienti penitenziari sono da
considerarsi luogo aperto al pubblico, non essendo nel “possesso” dei detenuti, ai quali non
compete alcuno “ius excludendi alios”, tali ambienti trovandosi nella piena e completa

qualsiasi esigenza d’istituto (Sez. 7, Ordinanza n. 21506 del 16/03/2017, Roman, Rv. 269781)
e che nel caso di specie le frasi proferite dal ricorrente all’indirizzo del Vice-Sovrintendente Verì
e contestate al capo B devono all’evidenza ritenersi offensive dell’onore e del prestigio del
pubblico ufficiale.
4. Alla inammissibilità del ricorso consegue ex art. 616 c.p.p. la condanna del ricorrente al
pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma in favore della Cassa delle
ammende che, in ragione delle questioni dedotte, si stima equo determinare in Euro duemila.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e
della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle ammende.

Così deciso in data 29 marzo 2018.

disponibilità dell’amministrazione penitenziaria, che ne può fare uso in ogni momento per

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