Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 20826 del 23/03/2018


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Penale Sent. Sez. 5 Num. 20826 Anno 2018
Presidente: BRUNO PAOLO ANTONIO
Relatore: TUDINO ALESSANDRINA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
PESCE GIUSEPPE nato il 07/12/1980 a CINQUEFRONDI

avverso il decreto del 03/03/2017 della CORTE APPELLO di REGGIO CALABRIA
sentita la relazione svolta dal Consigliere ALESSANDRINA TUDINO;
lette/sentite le conclusioni del PG

Data Udienza: 23/03/2018

RITENUTO IN FATTO

1.Con il decreto in epigrafe, la Corte d’Appello di Reggio CalabriaSezione Misure di Prevenzione, ha confermato il provvedimento emesso dal
Tribunale in sede del 1 ottobre 2014, con il quale è stata applicata nei

speciale di pubblica sicurezza, con obbligo di soggiorno nel comune di
residenza, per la durata di anni quattro, ed è stata disposta la confisca di una
serie di beni riconducibili al proposto.
2.

La Corte ha ritenuto che gli elementi dimostrativi acquisiti

fondassero, pur all’esito delle deduzioni defensionali, il giudizio di pericolosità
qualificata rassegnato dal primo giudice, rilevante in termini di attualità, nei
confronti del Pesce, a cui veniva attribuita la qualità di indiziato di
appartenenza a sodalizio mafioso, ed evidenziassero un ragionevole rapporto
di sproporzione tra i redditi documentati ed il patrimonio accumulato dal
proposto per gli anni di riferimento, operando a riguardo il raffronto analitico
dei periodi di interesse, anche alla stregua degli elementi introdotti nel
procedimento su impulso della difesa.
3. Ricorre avverso il decreto Giuseppe Pesce, per mezzo del difensore,
deducendo – con partiti ordini di motivi – doglianze sia con riferimento alla
misura personale, che alla confisca.
3.1 Con unico, articolato, motivo, il ricorrente deduce violazione ed
erronea applicazione del d. Igs. 159/2011, erronea valutazione dei
presupposti applicativi e omessa motivazione per avere il decreto impugnato
ritenuto la sussistenza della pericolosità qualificata del proposto, nel periodo
2008/2009, omettendo di valutare – nonostante la specifica deduzione della
difesa – la volontaria interruzione dello stato di latitanza del Pesce,
intervenuta nel maggio 2013 successivamente all’emissione a suo carico della
sentenza di condanna a 16 anni di reclusione nel procedimento All inside, in
violazione dei principi affermati sul punto dalla giurisprudenza di legittimità. I
giudici di merito avrebbero formulato una irragionevole qualificazione del
proposto come indiziato di appartenenza ad un’associazione mafiosa,
valorizzando elementi acquisiti nell’ambito del procedimento citato, senza
valutare l’evoluzione esistenziale del Pesce, testimoniata dalla interruzione

2

confronti di Giuseppe Pesce la misura di prevenzione della sorveglianza

dello stato di latitanza pur in presenza di una condanna a pena detentiva di
rilevante entità. E tale omissione integra mancanza assoluta di motivazione.
La corte ha poi acriticamente recepito taluni elementi probatori acquisiti nel
procedimento All Inside, omettendo di operarne la necessaria autonoma
valutazione nel procedimento prevenzionale.

pericolosità, la corte territoriale ha sostenuto come le dichiarazioni etero
accusatorie rese in quella sede da Giuseppina Pesce confermino pienamente
come il proposto fosse divenuto il principale referente delle direttive
provenienti dal fratello Francesco, laddove, invece, questa si sarebbe limitata
ad affermare – come si legge nella sentenza All Inside – di non essere a
conoscenza di attività criminali compiute da Giuseppe Pesce e di ignorare se
costui ricevesse direttive dal fratello, ricostruendo il ruolo del proposto in
termini minimali. Ed anche su tale profilo, segnalato dalla difesa, la corte
sarebbe incorsa in un travisamento, così come del tutto generici sarebbero i
riferimenti a conversazioni del proposto con il fratello, ritenute dimostrative
della prosecuzione, da parte del proposto, dell’attività estorsiva del congiunto.
4. Il ricorrente censura il provvedimento anche in riferimento alla
disposta misura patrimoniale della confisca.
4.1 Con un primo motivo, deduce violazione e falsa applicazione della
legge e correlato vizio della motivazione, in difetto del requisito della
qualificata sproporzione richiesta dall’art. 2 ter I. n. 575/1965. La Corte
territoriale non avrebbe operato la valutazione del rapporto spese-reddito del
proposto e giustificato lo squilibrio, utilizzando, al fine di determinare il
reddito, un dato ISTAT quale indice presuntivo di riferimento della spesa
annua di mantenimento familiare, omettendo di giustificarne la scelta e
recependone il generico valore dall’informativa della Guardia di Finanza. Ed
anche in tal caso, la corte non avrebbe replicato a specifica censura articolata
nel ricorso, in violazione delle indicazioni della giurisprudenza di legittimità.
Allo stesso modo immotivata la revisione riduttiva della sperequazione,
quantificata nel 30/40% in accoglimento di specifica deduzione difensiva, e la
pretesa imputazione a spese matrimoniali dei documentati risparmi, con
conseguente mera apparenza dell’apparato motivazionale. Il provvedimento

3

3.2 In relazione agli indicatori qualificanti utilizzati per il giudizio di

sarebbe comunque irragionevole in quanto anche la sproporzione, come
rideterminata, non evidenzia i caratteri qualificanti richiesti dalla legge.
4.2 II secondo motivo deduce violazione di legge in riferimento
all’onere probatorio ed al principio del contraddittorio. La corte ha
autonomamente valutato, tra i presupposti applicativi della misura, la stessa

provvedimento ablativo è stata acquistata, individuando taluni indicatori di
anomalia, in assenza di elementi rilevanti in tal senso nella richiesta di
prevenzione, nel procedimento All Inside e nel provvedimento di primo grado.
Con conseguente violazione del diritto di difesa e dei principi declinati nell’art.
111 Cost., non avendo il proposto potuto svolgere a riguardo alcuna
controdeduzione ed offrire prova contraria.
5. Con requisitoria scritta depositata in data 14 febbraio 2018, il
Procuratore Generale della Repubblica in sede ha chiesto declaratoria di
inammissibilità del ricorso.
Mediante il richiamo argomentativo ai principi di diritto declinati dalla
giurisprudenza di legittimità, il Procuratore Generale ha rilevato come la
motivazione resa soddisfi appieno le garanzie costituzionalmente declinate
anche per il giudizio di prevenzione, in considerazione dei circostanziati
elementi valutati dal giudice di merito, che dimostrano una solida consistenza
dell’impianto indiziario su cui è stata fondata la qualificazione del proposto e
valutata, in termini di attualità, la pericolosità sociale. Ha, del pari,
correttamente ritenuto assolto l’obbligo di motivazione in riferimento alla
misura patrimoniale, nel rispetto delle norme che ne disciplinano
l’applicazione.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1.11 ricorso proposto nell’interesse di Giuseppe Pesce è inammissibile in
quanto proposto fuori dei casi previsti dalla legge.
2. Va, in via di premessa, rilevato come nel procedimento di
prevenzione il ricorso per cassazione sia ammesso soltanto per violazione di
legge, categoria alla quale va ricondotta la motivazione del provvedimento
inesistente o meramente apparente, che si configura quando il decreto omette

4

concessione di mutuo grazie al quale l’unità immobiliare oggetto del

del tutto di confrontarsi con un elemento potenzialmente decisivo prospettato
da una parte che, singolarmente considerato, sarebbe tale da poter
determinare l’esito opposto del giudizio (Sez. 6, n. 33705 del 15/06/2016,
Caliendo e altro, Rv. 270080), mentre sfugge al sindacato di legittimità,
insieme all’ipotesi dell’illogicità manifesta di cui all’art. 606, lett. e), cod. proc.

realtà, siano stati presi in considerazione dal giudice o comunque risultino
assorbiti dalle argomentazioni poste a fondamento del provvedimento
impugnato (Sez. U, n. 33451 del 29/05/2014, Repaci e altri, Rv. 260246).
3. Quanto alle doglianze incentrate sull’omessa motivazione e
sull’errata valutazione dei presupposti applicativi della misura personale, va
osservato che il decreto impugnato è pienamente conforme al consolidato
orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo cui, ai fini della
formulazione del giudizio di pericolosità, funzionale all’adozione di misure di
prevenzione, è legittimo avvalersi di elementi di prova o indiziari tratti da
procedimenti penali, benché non ancora conclusi e, nel caso di processi
definiti con sentenza irrevocabile, anche indipendentemente dalla natura delle
statuizioni terminali in ordine all’accertamento della penale responsabilità
dell’imputato, sicché anche una sentenza di assoluzione, pur irrevocabile, non
comporta la automatica esclusione della pericolosità sociale (Sez. I, n. 6636
del 7/11/2016, Rv. 266364).
3.1 Siffatti principi sono stati correttamente applicati nel caso in
esame. Il provvedimento impugnato dà ampiamente conto, secondo un iter
logico del tutto corretto, delle ragioni che consentono di trarre i presupposti di
applicazione della misura da un complesso di elementi probatori che include
anche le tematiche vagliate nel procedimento penale All Inside, valutate in
modo autonomo e persuasivo nel corso della procedura di prevenzione, e che
evidenziano la sussistenza della pericolosità sociale del Pesce, declinandone la
posizione all’interno della cosca familiare egemone nel territorio di Rosarno e
la disponibilità funzionale agli interessi del medesimo gruppo ‘ndranghetistico.
Il decreto impugnato opera la completa ricognizione degli elementi di prova
acquisiti nel procedimento penale, conferendo valenza dimostrativa al
contenuto delle intercettazioni ambientali delle conversazione del proposto
con il fratello Francesco detenuto, chiaramente esplicative di una delega

5

pen., anche la deduzione di sottovalutazione di argomenti difensivi che, in

operativa nel settore delle estorsioni, nonché alle dichiarazioni di Giuseppina
Pesce che, nel confermare il ruolo di supplenza svolto dal proposto, ne ha solo
ridimensionato la personalità.
Ed a fronte della logica coerenza del percorso motivazionale del
decreto, puntualmente ancorato alle specifiche deduzioni difensive svolte con

rivalutazione degli elementi dimostrativi della pericolosità, inammissibile nella
presente sede di legittimità.
3.2 Deve, pertanto, escludersi che la motivazione del decreto
impugnato sia mancante o apparente, giacché le argomentazioni prospettate
dalla difesa sono state valutate nel ragionamento sviluppato dai giudici di
merito o comunque risultano logicamente assorbite dalle conclusioni da essi
raggiunte.
4. Attraverso l’argomentazione relativa alla pretesa sottovalutazione
della interruzione della latitanza del Pesce, il ricorrente prospetta una generica – censura in punto di valutazione della persistente condizione di
pericolosità sociale del sottoposto.
Anche a riguardo alcuna omissione essenziale del percorso
giustificativo è dato ravvisare nella motivazione del provvedimento
impugnato, trattandosi di iniziativa non solo – come rilevato dallo stesso
ricorrente – doverosa, ma sostanzialmente neutra ai fini della complessiva
valutazione della persistente condizione di pericolosità sociale del sottoposto,
correlata alla sua appartenenza al sodalizio familiare.
Sul punto il provvedimento impugnato appare coerente con i principi
enunciati e con il metodo di validazione declinato nella recente sentenza delle
Sezioni Unite n. 111/2018 del 3/11/2017, secondo cui nel procedimento
applicativo delle misure di prevenzione personali agli indiziati di
“appartenenza” ad una associazione di tipo mafioso, è necessario accertare in
concreto il requisito della attualità della pericolosità del proposto.
4.1 Devesi rilevare, a riguardo, come la necessità di attualizzazione
della valutazione di pericolosità sociale nell’ambito del giudizio di prevenzione
sia stata ampiamente affermata dalla giurisprudenza di legittimità, che ha
reiteratamente precisato come il giudice della prevenzione sia tenuto a
compiere una complessiva valutazione della persistente condizione di

6

il gravame, il ricorrente propone censure che si risolvono nella richiesta di una

pericolosità sociale del sottoposto che, senza alcun automatismo valutativo e
decisorio, tenga conto degli elementi originariamente acquisiti, correlandoli a
quelli relativi all’evoluzione della personalità in relazione all’eventuale periodo
di detenzione patito ed alle ulteriori emergenze processuali (Sez. 1, n. 19657
del 24/01/2017, Palermo, Rv. 269947; Sez. 6, n. 50128 del 11/11/2016,

Sez. 5, n. 2922 del 06/11/2013, Belcastro, Rv. 257938).
4.2 La pericolosità attuale del soggetto costituisce, difatti, presupposto
generale d’applicabilità delle misure di prevenzione con riguardo a tutte le
categorie criminologiche, alla stregua delle previsioni legislative e dei principi
costituzionali e convenzionali in materia, e le Sezioni Unite hanno ribadito la
necessità di accertarne la sussistenza anche nei confronti di indiziati di
appartenenza ad associazioni di tipo mafioso, evidenziando che solo nel caso
in cui sussistano elementi sintomatici di una “partecipazione” al sodalizio
mafioso, è possibile applicare la presunzione semplice relativa alla stabilità del
vincolo associativo, purché la sua validità sia verificata alla luce degli specifici
elementi di fatto desumibili dal caso concreto e la stessa non sia posta quale
unico fondamento dell’accertamento di attualità della pericolosità (ibidem, Rv.
271511). A tal fine, la massima di esperienza desumibile dalla tendenziale
stabilità del vincolo può applicarsi solo attraverso la previa analisi specifica dei
suoi presupposti di validità nel caso oggetto della proposta, non potendo da
sola genericamente sostenete l’accertamento di attualità.
4.3 Nella delineata prospettiva, le Sezioni Unite hanno enucleato
specifici indicatori, quali la natura storica del gruppo illecito a cui tale
appartenenza si riconduce; la tipologia della partecipazione, con particolare
riferimento all’apporto del proposto ed al suo accertamento con sentenza
definitiva; la particolare valenza del contributo individuale nella vita del
gruppo, per effetto, ad esempio, del ruolo verticistico rivestito
dall’interessato; elementi che costituiscono la base applicativa della regola di
esperienza da cui è tratta la presunzione di stabilità, desunta dalla natura e
tipologia del vincolo associativo.
4.4 L’approdo, sul punto, esplicita che «il concetto di appartenenza,
evocato dalla norma, è più ampio di quello di partecipazione, con il
conseguente rilievo attribuito in tema di misure di prevenzione a condotte che

7

Agui’, Rv. 26821501; Sez. 1, n. 23641 del 11/02/2014, Mondini, Rv. 260104;

non integrano (…) la presenza del vincolo stabile tra il proposto e la
compagine, ma rivelano una attività di collaborazione, anche non
continuativa. La differente struttura risulta essenziale nel senso di impedire,
anche sul piano logico ricostruttivo, la piena equiparazione tra situazioni
radicalmente diverse. Ne consegue che, nell’ipotesi in cui non siano apprezzati

strutturale con il gruppo illecito, nella consapevolezza della funzione del
proprio apporto stabile e riconoscibile dai consociati, la collaborazione
occasionalmente prestata, pur nel previo riconoscimento della funzione della
stessa ai fini del raggiungimento degli scopi propri del gruppo, per la
mancanza di stabilità connessa alla natura di tale cooperazione, non può
legittimare l’applicazione di presunzioni semplici la cui valenza è radicata nelle
caratteristiche del patto sociale, la cui ideale sottoscrizione, secondo il criterio
dell’id quod plerumque accidit, costituisce il substrato giustificativo (sul punto

Corte cost., n. 231 de12010) che l’apporto occasionate non possiede per
definizione. In tal caso l’accertamento di attualità dovrà logicamente essere
ancorato a valutazioni specifiche sulla ripetitività dell’apporto, sulla
permanenza di determinate condizioni di vita ed interessi in comune»
(ibidem).

4.5 Sulla base di siffatte considerazioni, le Sezioni Unite hanno
affermato che «il richiamo alle presunzioni semplici deve essere corroborato
dalla valorizzazione di specifici elementi di fatto che le sostengano ed
evidenzino la natura strutturale dell’apporto, per effetto delle ragioni di
collegamento espressamente enunciate sulla base degli atti, onde sostenere la
connessione con la fase di applicazione della misura»; e che «occorre
confrontarsi, al fine della valutazione di persistente pericolosità, con qualsiasi
elemento di fatto suscettibile, anche sul piano logico, di mutare la valutazione
di partecipazione al gruppo associativo, al di là della dimostrazione di un dato
formale di recesso dalla medesima – anche lì dove sia possibile evocare
astrattamente un recesso, che si può connettere solo ad attività partecipativa
– quale può ravvisarsi nel decorso di un rilevante periodo temporale o nel
mutamento delle condizioni di vita, tali da renderle incompatibili con la
persistenza del vincolo»«

8

elementi indicativi di tale partecipazione, individuabile nella collaborazione

4.6 In altri termini, la necessità di validazione della massima
d’esperienza che sottende l’applicazione di criteri presuntivi in punto di
positiva dimostrazione di pericolosità attuale è inversamente proporzionale
alla solidità e compattezza della forma di appartenenza al sodalizio, di guisa
che l’onere argomentativo è tanto più rinforzato quanto più ci si discosti dalla

esterno.
5. Applicando i suesposti principi al caso di specie, si rileva come gli
elementi enucleati nei provvedimenti emessi nei gradi di merito, nella loro
reciproca integrazione, conducano a un accertamento di attualità della
pericolosità pienamente rispondente ai richiesti parametri.
Giuseppe Pesce è stato, difatti, condannato, con sentenza confermata
in grado d’appello, per partecipazione alla cosca familiare, svolgendo
nell’ambito della stessa funzioni vicarie dei vertici detenuti, con conseguente
dimostrazione di una compartecipazione organica alla organizzazione
criminale e la condivisione dei medesimi interessi illeciti, una qualificata
ripetitività della condotta che connota l’adesione ad uno stile di vita
improntato alla violenza ed alla prevaricazione, l’assenza di un positivo
ripensamento, l’illecita accumulazione di ricchezza, come ampiamente
dimostrata attraverso le argomentazioni illustrate anche a fondamento della
misura patrimoniale; elementi che consentono di validare massime
esperienziali e che supportano una precisa prognosi di attuale ripetibilità del
contributo costantemente offerto all’associazione, alla luce della stabilità e
della agevole riproducibilità delle condizioni in cui è maturata la adesione.
5.1 Deve, pertanto, ritenersi che l’onere argomentativo gravante sui
giudici di merito sia stato assolto anche nella misura rinforzata declinata dai
più recenti orientamenti di legittimità.
6. Sono infondate anche le censure articolate in riferimento alla misura
patrimoniale.
6.1 Non sussiste la violazione di legge dedotta nel motivo sub I),
avendo svolto sul punto il giudice di merito una valutazione del tutto coerente
con i principi enunciati dalla giurisprudenza di legittimità, individuando
correttamente i dati comparativi rilevanti ai fini della formulazione del giudizio
di sproporzione, procedendo – con ragionamento del tutto coerente e logico,

9

stabile partecipazione ad associazione mafiosa verso ipotesi di concorso

che si sottrae a censure in questa sede di legittimità — alla relativa valutazione
secondo i parametri declinati dall’interpretazione giurisprudenziale, espressa a
proposito della confisca penale “estesa” prevista dall’art 12-sexies d.l.
8.6.1992, n. 306 conv nella I. 7.8.1992, n. 356, alla cui stregua solo la
positiva dimostrazione della provenienza lecita dei beni, in termini economici e

reddito-patrimonio oggettivamente sproporzionato (V. Sez. Unite, n. 920 del
17/12/2003, dep. 19/112004, Montella, Rv. 226491). Di guisa che l’onere di
allegazione difensiva in ordine alla legittima provenienza dei beni non può
essere soddisfatto attraverso la mera indicazione della esistenza di una
provvista sufficiente per concludere il negozio di acquisto degli stessi,
dovendo invece il soggetto sottoposto al procedimento di prevenzione indicare
gli elementi fattuali dai quali il giudice possa dedurre che il bene non sia stato
acquistato con i proventi di attività illecita, ovvero ricorrendo ad esborsi non
sproporzionati rispetto alla sua capacità reddituale (Sez. 6, n. 31751 del
9/6/2015, R v. 264461, che ha annullato, per difetto di motivazione, il decreto
che, con riferimento all’acquisto di un immobile mediante l’accensione di un
mutuo da parte di proposto titolare di reddito appena sufficiente alle
immediate necessità del suo nucleo familiare, aveva escluso la sussistenza
della sproporzione affermando che il patrimonio si era formato in larga parte
“attraverso il ricorso al sistema bancario”, anche in virtù di una garanzia
personale prestata dal padre del destinatario della misura ablatoria). Nella
medesima ottica, si è ritenuta legittima la confisca di prevenzione di beni
acquistati mediante il reimpiego dei proventi ricavati dalla dismissione di altri
beni, la cui acquisizione non trova conforto in una proporzionata disponibilità
finanziaria, reddituale o comunque lecita, nel periodo di riferimento (Sez. 6, n.
35240 de127/6/2013, Rv. 256267). Peraltro, occorre tenere presente che nella
confisca di prevenzione la sproporzione tra i beni posseduti e le attività
economiche del proposto non può essere giustificata adducendo proventi da
evasione fiscale, atteso che le disposizioni sulla confisca mirano a sottrarre
alla disponibilità dell’interessato tutti i beni che siano frutto di attività illecite o
ne costituiscano il reimpiego, senza distinguere se tali attività siano o meno di
tipo mafioso.

10

non solo giuridico-formali, costituisce valida “giustificazione” di un rapporto

Le indicazioni giurisprudenziali non supportano quindi in alcun modo la
tesi difensiva, atteso che il proposto non ha comunque assolto all’onere di
fornire una esauriente spiegazione, in termini economici, della derivazione dei
beni da attività lecite, come ampiamente argomentato nel provvedimento
impugnato.

stato effettuato nel decreto impugnato attraverso una puntuale disamina
critica del contenuto del decreto di primo grado e delle argomentazioni
prospettate nell’atto di appello. Il modello di ragionamento adottato dal
giudice di appello appare coerente con l’orientamento giurisprudenziale che
segnala la necessità di accertare l’illecita provenienza di ogni bene inserito nel
patrimonio comparando, al momento dell’acquisizione, il reddito disponibile
con l’incremento patrimoniale determinato dall’acquisto (Sez. 6, n. 1105
de113/3/1997, Rv. 208636), in modo da tenere nel debito conto tutti gli
esborsi e gli altri acquisti a titolo oneroso compiuti nel medesimo periodo, e
da determinare il valore del bene non sulla base degli atti pubblici di
compravendita, bensì dei prezzi di mercato. In quest’ottica, le scelte espresse
nel provvedimento impugnato sul metodo da utilizzare e sulle fonti di reddito
da considerare appaiono perfettamente ragionevoli e coerenti con le
indicazioni normative, come interpretate dalla prevalente giurisprudenza.
6.4 A fronte del predetto tessuto motivazionale, i ricorrenti hanno
sostanzialmente criticato la logicità delle argomentazioni poste alla base del
provvedimento impugnato, enunciando una serie di circostanze già
prospettate nel giudizio di appello e contrapponendo una propria tesi di segno
contrario fino a proporre una ricostruzione dei fatti alternativa a quella
delineata dal giudice di merito.
Anche sotto tale versante, la decisione impugnata appare corretta in
punto di diritto e compiutamente motivata, con conseguente formulazione dei
motivi di ricorso articolati a riguardo fuori dei casi d’impugnazione previsti
dalla legge.
7. E’ manifestamente infondato anche l’ultimo motivo di ricorso, con il
quale si censura violazione del principio del contraddittorio in riferimento alla
valutazione delle condizioni del contratto di mutuo, ritenute ulteriormente

11

6.3 Sul punto va, ulteriormente, rilevato che il giudizio di proporzione è

significative della qualificata pericolosità del preposto all’esito degli
approfondimenti istruttori svolti dalla Corte territoriale.
7.1 In ordine ai poteri del giudice nell’ambito del giudizio
prevenzionale, il consolidato orientamento di legittimità si esprime nel senso
che «In materia di misure di prevenzione, una volta avviata l’azione da parte

disporre, “ex officio”, le indagini più opportune e di acquisire le relative
risultanze ai fini della decisione sulla confisca, senza che l’esercizio di siffatto
potere possa far venire meno la correlazione della decisione con l’accusa, dal
momento che la contestazione attiene sempre e soltanto alla sproporzione tra
beni in sequestro e redditi apparenti o dichiarati» (Sez. 2, Sentenza
n.5248de123/01/2007Cc. (dep. 07/02/2007) Rv. 236129, N. 1254 del 1997
Rv. 207318) e che «Il giudice del procedimento di prevenzione ha il potere di
chiedere alle Autorità competenti i documenti e le informazioni necessarie,
con l’unico limite del rispetto del contraddittorio, e ciò sulla base del rinvio
mediato alle disposizioni codicistiche sul procedimento di esecuzione operato
dall’art. 4, comma sesto, L. n. 1423 del 1956» (Sez. 1, Sentenza
n.40153de130/09/2009Cc. (dep. 15/10/2009 ) Rv. 245374 N. 13789 del 2002
Rv. 221319, N. 7604 del 2003 Rv. 223453).
Trattasi di un potere integrativo – che trova il suo corrispondente nella
possibilità di operare anche una diversa qualificazione giuridica della
pericolosità del proposto (Sez. 6, Sentenza n.43446de115/06/2017Cc. (dep.
21/09/2017 ) Rv. 271220) o di qualificare diversamente la stessa proposta
(Sez. 6, Sentenza n.26820de107/06/2012Cc. (dep. 09/07/2012) Rv. 253116)
– che, se esercitato previa interlocuzione delle parti sulle questioni dedotte o
deducibili collegate alla proposta, non comporta alcuna violazione del
contraddittorio.
Nel caso in esame, le parti hanno potuto ampiamente interloquire sugli
esiti degli approfondimenti relativi al contratto di mutuo disposti dal giudice di
merito, disposti al fine di sottoporre a verifica le deduzioni difensive, sicchè
alcuna lesione del diritto al contradditorio appare ravvisabile.
7. Alla inammissibilità del ricorso consegue, ex art. 616 cod. proc.
pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ed al

12

del procuratore della Repubblica o del questore, il tribunale ha il potere di

t

pagamento in favore della Cassa delle ammende di una somma che si stima
equo determinare in C. 2.000,00.

P.Q.M.

delle spese processuali e della somma di C. 2.000,00 in favore della Cassa
delle ammende.
Così deciso in Roma, il 23 marzo 2018

Il Consigliere estensore

Il Presidente

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA