Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 20810 del 08/03/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 20810 Anno 2018
Presidente: BRUNO PAOLO ANTONIO
Relatore: ZAZA CARLO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
TAGLIABUE BARBARA nato il 15/02/1971 a MILANO

avverso la sentenza del 26/01/2017 del TRIBUNALE di MONZA__

Data Udienza: 08/03/2018

visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Carlo Zaza;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Maria
Francesca Loy, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso;
udito il difensore della parte civile avv. Giampiero Fagnani, che ha concluso per
l’inammissibilità del ricorso depositando nota spese;
udito il difensore di Barbara Tagliabue, avv. Francesco Falvo D’Urso, che ha
concluso per l’accoglimento del ricorso chiedendo in subordine l’applicazione

RITENUTO IN FATTO

1. Barbara Tagliabue ricorre avverso la sentenza del 26 gennaio 2017 con la
quale il Tribunale di Monza, confermando la sentenza del Giudice di pace di
Monza del 14 marzo 2016, riteneva la Tagliabue responsabile del reato di
diffamazione commesso il 3 novembre 2010 in danno dell’ex-marito Fausto
Moretti nel corso di un colloquio con i genitori dello stesso, Claudio Moretti e
Patrizia Pagliai.

2.

La ricorrente deduce violazione di legge e vizio motivazionale

sull’affermazione di responsabilità, lamentando la mancanza di una rigorosa
valutazione dell’attendibilità delle dichiarazioni della persona offesa, che peraltro
riportavano quanto alla stessa riferito dai genitori mai sentiti come testimoni,
con riguardo alle circostanze per le quali il clima di conflittualità esistente fra i
coniugi aveva inevitabilmente coinvolto gli altri familiari e numerose, precedenti
denunce del Moretti nei confronti della Tagliabue erano state archiviate.
Aggiunge che un riscontro esterno a tali dichiarazioni veniva erroneamente
individuato dal Tribunale nelle ammissioni dell’imputata sulla situazione di tempo
e luogo nella quale le espressioni offensive sarebbero state profferite, omettendo
di considerare che la Tagliabue dichiarava di aver seguito e avvicinato i suoceri
per chiedere loro spiegazioni dopo essersi avveduta che gli stessi la pedinavano;
e che non si teneva conto in senso contrario della querela presentata
dall’imputata sugli stessi fatti, anche ai fini della configurabilità dell’esimente
della provocazione e della causa di non punibilità di cui all’art. 34 d.lgs. 28
agosto 2000, n. 274.

2

della causa di non punibilità di cui all’art. 131-bis cod. pen.;

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso è inammissibile.
Le censure della ricorrente, lungi dal denunciare vizi logici della motivazione
della sentenza impugnata, si limitano a contrapporre difformi valutazioni di
merito, peraltro in gran parte fondate sulla versione difensiva dell’imputata, a
quanto osservato dal Tribunale sulla linearità e la coerenza della narrazione della
persona offesa e sul riscontro della stessa nell’ammissione della Tagliabue di

nell’occasione in cui il Moretti riferiva che l’imputata aveva aperto lo sportello del
veicolo ed aveva pronunciato la contestata frase «dovete smetterla di seguirmi
come fa quel pezzo di merda di mio marito».
Il ricorso è altresì generico ove ripropone le tematiche sulla configurabilità
della scriminante della provocazione e della causa di non punibilità della
particolare tenuità del fatto, omettendo di considerare quanto osservato nella
sentenza impugnata, per il primo aspetto, sull’ammissione dell’imputata di aver
seguito i suoceri ed avere pertanto dato origine con tale comportamento
all’asserita reazione offensiva dei predetti, e per il secondo profilo sulle
caratteristiche della condotta, preceduta dal pedinamento degli stessi suoceri.
Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso segue la condanna del
ricorrente al pagamento delle spese processuali, e di una somma in favore della
Cassa delle Ammende che, valutata l’entità della vicenda processuale, appare
equo determinare in euro 2000, e delle spese sostenute nel grado dalla parte
civile, che avuto riguardo alla contenuta dimensione dell’impegno processuale si
liquidano in euro 1500 oltre accessori di legge.

P. Q. M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 2000,00 in favore della Cassa delle
Ammende, nonché alla rifusione delle spese in favore della parte civile, liquidate
in euro 1500 oltre accessori come per legge.
Così deciso il 08/03/2018

aver seguito i suoceri ed essersi avvicinata al finestrino della loro autovettura,

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