Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 20789 del 15/02/2018


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 20789 Anno 2018
Presidente: DIOTALLEVI GIOVANNI
Relatore: VERGA GIOVANNA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
GIOVE ARMANDO N. IL 13/01/1969
avverso l’ordinanza n. 1014/2017 TRIB. LIBERTA’ di BARI, del
09/10/2017
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. GIOVANNA VERGA;
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lette/sentite le conclusioni del PG Dott. Yto e,
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Uditi difensor Avv.;
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Data Udienza: 15/02/2018

RITENUTO IN FATTO
Ricorre per cassazione GIOVE Armando avverso il provvedimento del Tribunale del
Riesame di Bari che, il 9.10.2017, in accoglimento dell’appello del P.M. presentato
avverso l’ordinanza emessa dal GIP del Tribunale di Bari in data 16.8.2017, gli ha
revocato l’obbligo di presentazione alla P.G. e ripristinato la misura degli arresti
domiciliari.
Il Tribunale, premesso che GIOVE Armando è indagato per concorso nei reati di cui

accettato la promessa di procurare voti in cambio di denaro avanzata da esponenti
del clan Di Cosola e per aver impedito il libero esercizio del diritto di voto ad un
numero indeterminato di elettori, invitandoli, mediante l’esercizio della forza di
intimidazione promanante dall’associazione mafiosa locale, a votare per il candidato
al Consiglio regionale della Puglia, Mariella Natale, dava atto che l’indagato aveva
impugnato avanti il Tribunale del Riesame il provvedimento di rigetto del GIP di
sostituzione della detenzione in carcere applicata con la misura genetica e che la
decisione del Tribunale di applicazione degli arresti domiciliari era stata oggetto di
impugnazione da parte del P.M. avanti la Corte di Cassazione che, con sentenza in
data 21.6.2017, aveva confermato la decisione con conseguente formazione del
giudicato cautelare, su tutte le questioni dedotte e deducibili. Riteneva pertanto che
la successiva ordinanza del GIP con la quale era stata sostituita la misura degli
arresti domiciliari, da poco applicata, con l’obbligo di firma e che fondava la decisione
sulla scorta di elementi già valutati dal Tribunale del Riesame nel provvedimento di
sostituzione della misura genetica (incensuratezza, inserimento sociale, stabile
attività lavorativa, distanza temporale intercorsa fra la data di commissione del
delitto ed il momento di applicazione della misura cautelare inframuraria) non si
fondava su elementi nuovi se non il rispetto delle prescrizioni, elemento da
considerarsi neutro perché doveroso, così come doveva considerarsi irrilevante il
tempo trascorso alla luce dei numerosi arresti di questa Corte. Sottolineava anche
che la nuova misura, restituendo pienamente libertà di spostamento e di
comunicazione all’imputato, non si appalesava adeguata rispetto alle esigenze
cautela ri.
Deduce il ricorrente:
1. che l’appello del pubblico ministero doveva essere dichiarata inammissibile
per genericità dei motivi
2. che non vi era stata la formazione del giudicato cautelare perché il difensore
all’udienza davanti al tribunale ex articolo 310 c.p.p., udienza nella quale si
discuteva il rigetto della richiesta di revoca o sostituzione della misura della
custodia in carcere, allora in atto, aveva delimitato la sua richiesta alla

agli artt. 416 ter co 1 e 2 c.p., 90 Dpr 507/90, art. 7 L. n. 203/1991 , per aver

sostituzione della misura carceraria con quella degli arresti domiciliari. Ne
consegue che non erano necessari elementi nuovi.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso è infondato alla luce delle seguenti considerazioni.

L’impugnazione è inammissibile per genericità dei motivi se manca ogni indicazione
della correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste
a fondamento dell’atto di impugnazione, che non può ignorare le affermazioni del
provvedimento censurato, senza cadere nel vizio di aspecificità. Situazione che non
sussisteva nel caso in esame attesa l’enunciazione e l’argomentazione di rilievi critici
relativi alle ragioni di fatto o di diritto poste a fondamento del provvedimento
impugnato e considerato anche che lo stesso indagato nella memoria allegata in atti
concludeva per manifesta infondatezza dell’impugnazione, condizione che non è
espressamente menzionata quale causa di inammissibilità dell’appello (SSUU n.
8825 del 27/10/2016 Rv. 268823)
Il secondo motivo è infondato.
È principio consolidato attraverso reiterate pronunce delle Sezioni unite di questa
corte (sentenze 31 marzo 2004, n. 18339, Donelli, rv. 227359; 25 giugno 1997,
n. 8, Gibilras, rv. 208313; 8 luglio 1994, n. 11, Buffa, rv. 198213; 12 ottobre 1993,
n. 20, Durante, rv. 195354; 19 dicembre 2007 n. 14535, Librato Rv. 235908 ) che
rispetto alle ordinanze in materia cautelare, all’esito del procedimento di
impugnazione, si forma una preclusione processuale, anche se di portata più
modesta di quella relativa alla cosa giudicata, perché è limitata allo stato degli atti e
copre solo le questioni esplicitamente o implicitamente dedotte. Di conseguenza una
stessa questione, di fatto o di diritto, una volta decisa con efficacia preclusiva non
può essere riproposta, neppure adducendo argomenti diversi da quelli già presi in
esame. Altrimenti ogni questione sarebbe riproponibile un numero infinito di volte e
risulterebbe vanificata la previsione legislativa dei termini per impugnare i
provvedimenti cautelari.
Ciò premesso deve rilevarsi che questa Corte con la sentenza del 21.6.2017,
decidendo su ricorso del P.M. avverso l’ordinanza del Tribunale del riesame di Bari
che, provvedendo ai sensi dell’ad 310 cpp, sul rigetto della richiesta di revoca o
sostituzione della custodia in carcere da parte del Gip, aveva applicato a GIOVE
Armando la misura cautelare degli arresti domiciliari per i delitti di cui all’art 416 ter
2

Il primo motivo è manifestamente infondato.

cp e coercizione elettorale, aggravata ai sensi dell’ad 7 legge 203/91, ha affermato
che la motivazione dell’ordinanza che ha sostituito la custodia cautelare in carcere
con la misura degli arresti domiciliari in località diversa da quella che era stata
ritenuta come il centro operativo del sodalizio mafioso,con l’ulteriore divieto di
comunicazione anche tramite telefono, internet od altri mezzi, appariva in linea con
la lettera dell’alt 275/3 cpp e con l’interpretazione che la giurisprudenza di questa
Corte ne ha dato. In particolare è stato ricordato che la disposizione richiamata pone

attiene ai delitti di cui all’art 51/3 bis e 3 quater dello stesso codice, può essere
superata tramite l’acquisizione di elementi specifici dai quali risulti che, in relazione a
tutte le circostanze della fattispecie concreta, le esigenze ravvisate possano essere
salvaguardate con altre misure, meno afflittive. E’ stato così sottolineato che il
Tribunale aveva razionalmente osservato, così indicando gli elementi specifici tramite
il cui apprezzamento aveva superato la presunzione di adeguatezza della custodia in
carcere, che il delitto di cui GIOVE era incolpato presupponeva la necessità di una
completa libertà d’azione ed aveva aggiunto che l’indagato incensurato ed alla sua
prima esperienza detentiva, aveva già trascorso un apprezzabile periodo in custodia
carceraria, conseguendone un sicuro effetto deterrente ed aveva concluso che, alla
luce di tali premesse, non vi erano motivi per dubitare della sua capacità di
autocontrollo circa il rispetto delle prescrizioni degli arresti domiciliari.
In sintesi questa Corte nel provvedimento indicato aveva ritenuta idonea la misura
della detenzione domiciliare con l’ulteriore divieto di comunicazione sul presupposto
che il delitto di cui ricorrente era incolpato presupponeva la necessità di una
completa libertà d’azione valutando l’incensuratezza e il tempo trascorso.
E’ indubbio pertanto che all’esito di detta decisione si è formato giudicato cautelare
con riguardo alla adeguatezza della detenzione domiciliare, così come applicata,
sulla scorta delle questioni dedotte che hanno investito l’incensuratezza, il decorso
del tempo e la libertà di movimento con la conseguenza che detta preclusione può
essere superata solo laddove intervengano elementi nuovi che alterino il quadro
precedentemente definito. Situazione che, come correttamente indicato dal Tribunale
nella pronuncia impugnata non si è verificato nel caso in esame fondandosi il
provvedimento del GIP con il quale era stata sostituita la misura degli arresti
domiciliari, da poco applicata, con l’obbligo di firma, su elementi già valutati nel
provvedimento di sostituzione della misura genetica non mancando tra l’altro di
sottolineare, l’inadeguatezza della nuova misura che restituiva piena libertà di
spostamento.
Il ricorso deve pertanto essere respinto e il ricorrente condannato al pagamento delle
spese processuali.
3

una presunzione relativa di sussistenza delle esigenze cautelari che, per quanto

P.Q. M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 28 Reg. Esec. Cod. proc.
pen.
Così deliberato in Roma il 15.2.2018.

Giovanna VERGA
172.

Il Consigliere estensore

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