Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 20787 del 26/04/2018


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 20787 Anno 2018
Presidente: DIOTALLEVI GIOVANNI
Relatore: PELLEGRINO ANDREA

SENTENZA

sul ricorso proposto nell’interesse di Di Alessandro Gino, n. a Livorno
il 11/12/1964, rappresentato e assistito dall’avv. Rodolfo Misiti, di
fiducia, avverso la sentenza emessa dalla Corte di appello di Firenze,
seconda sezione penale, n. 4511/2015, in data 03/10/2016;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
sentita la relazione della causa fatta dal consigliere dott. Andrea
Pellegrino;
udita la requisitoria del Sostituto procuratore generale dott.ssa
Elisabetta Ceniccola che ha concluso per il rigetto del ricorso.
RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con sentenza in data 03/10/2016, la Corte di appello di
Firenze, in parziale riforma della pronuncia emessa in primo grado dal
Tribunale di Livorno in data 26/03/2014, appellata da Gino Di
Alessandro, concedeva allo stesso il beneficio della sospensione
condizionale della pena inflitta in relazione al reato di cui agli artt.

Data Udienza: 26/04/2018

640, 61 n. 11 e 99 comma 2 cod. pen., revocando l’ammissione della
parte civile Mardari Spiridion e le relative statuizioni civili.
2. Avverso detta sentenza, nell’interesse di Gino Di Alessandro,
viene proposto ricorso per cassazione per lamentare:
-violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla ritenuta
sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 61 n. 11 cod. pen. (motivo
unico).

Lamenta il ricorrente come la Corte territoriale, dopo aver
ritenuta provata l’esistenza di un rapporto di lavoro tra la persona
offesa (dipendente) e l’imputato (datore di lavoro), ha ritenuto per
ciò solo la ricorrenza dell’aggravante dell’abuso di prestazione
d’opera, senza che fosse stata offerta alcuna dimostrazione
dell’esistenza di un rapporto di fiducia tra le parti, agevolativo alla
commissione del reato in virtù del particolare affidamento riposto
dalla persona offesa nell’agente.
3.

Il ricorso è manifestamente infondato e, come tale, da

ritenersi inammissibile.
Invero, per costante insegnamento della giurisprudenza di
legittimità, ai fini della configurabilità dell’aggravante di cui all’art. 61,
n. 11, cod. pen., il rapporto o contratto di lavoro rientra nell’ambito
delle “relazioni di prestazione d’opera” (cfr., Sez. 2, n. 677 del
10/10/2014, dep. 2015, Di Vincenzo, Rv. 261554; v. anche, Sez.2, n.
38498 del 01/10/2008, Ferro, Rv. 241463 e Sez. 2, n. 14651 del
10/01/2013, P.G. in proc. Chatbi, Rv. 255792, secondo cui la nozione
di abuso di relazione di prestazione d’opera, previsto come
aggravante dall’art. 61 n. 11 cod. pen., si applica a tutti i rapporti
giuridici che comportino l’obbligo di un “facere”, bastando che tra le
parti vi sia un rapporto di fiducia che agevoli la commissione del
reato, a nulla rilevando la sussistenza di un vincolo di subordinazione
o di dipendenza), in considerazione della relazione che s’instaura tra
le parti, ed a maggior ragione in presenza di un vincolo di
subordinazione o dipendenza.
4. Alla pronuncia consegue, per il disposto dell’art. 616 cod.
proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese
processuali nonché al versamento, in favore della Cassa delle
ammende, di una somma che, considerati i profili di colpa emergenti
dal ricorso, si determina equitativamente in euro duemila

2

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al
pagamento delle spese processuali e della somma di euro duemila
alla Cassa delle ammende.
Sentenza a motivazione semplificata.

Il Consigliere estensore
ANDREA PELLEGRINO

Il Presidente
NNI RIOTALLEVI

Così deciso il 26/04/2018

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