Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 20767 del 23/02/2018


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 20767 Anno 2018
Presidente: BONITO FRANCESCO MARIA SILVIO
Relatore: CENTOFANTI FRANCESCO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
MARIANI MASSIMO nato il 01/08/1971 a ROMA

avverso l’ordinanza del 24/02/2017 della CORTE APPELLO di ROMA
sentita la relazione svolta dal Consigliere FRANCESCO CENTOFANTI;
lette le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale PAOLA FILIPPI, che ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso.

Data Udienza: 23/02/2018

RITENUTO IN FATTO

1. Massimo Mariani – consegnato al nostro Paese dalla Spagna, ai sensi
della decisione quadro relativa al mandato d’arresto europeo, recepita nel diritto
interno con la legge 22 aprile 2005, n. 69, in relazione al processo poi definito
con sentenza della Corte di appello di Roma 13.6.2014, irrevocabile il 4 giugno
2015 – cessava definitivamente di espiare la relativa pena detentiva il 20 ottobre
2015.

Procura generale presso la Corte di appello di Roma, in relazione alla pena
detentiva residua recata dal provvedimento di esecuzione delle pene c:oncorrenti,
ex art. 663 cod. proc. pen., emesso il 17 luglio 2015, comprendente la predetta
sentenza e titoli divenuti anteriormente irrevocabili.
Il Pubblico ministero riteneva eseguibile tale pena ulteriore, pur riferita a
fatti anteriori e diversi rispetto a quello per cui era stata disposta la consegna, in
quanto Mariani non aveva lasciato il territorio nazionale decorsi 45 giorni dal 20
ottobre 2015.
La pena detentiva ulteriore era stata determinata con l’inclusione di quella di
tre anni di reclusione, rinveniente dalla revoca dell’indulto ex legge n. 241 del
2006, concesso in relazione a condanne incluse nel citato provvedimento di
cumulo delle pene; revoca già, con quest’ultimo, richiesta al giudice
dell’esecuzione, in seguito alla commissione, nel quinquennio, da parte del
condannato, di reato a tal fine rilevante.
Allo stesso giudice dell’esecuzione si era rivolto anche il condannato,
sostenendo l’ineseguibilità della pena cumulata rinveniente dalla revoca
dell’indulto, in assenza del consenso della Spagna, e chiedendo comunque il
riconoscimento della continuazione in relazione a talune delle condanne unificate
ai sensi dell’art. 663 cod. proc. pen.

2. Con l’ordinanza in epigrafe, la Corte di appello di Roma, in funzione di
giudice dell’esecuzione:
– dava atto dell’eseguibilità della intera pena residua, oggetto del
provvedimento di cumulo, inclusa quella oggetto dell’indulto revocando, ed
osservava in proposito come il principio di specialità (ex artt. 26 e 32 legge n. 69
del 2015) fosse stato tacitamente derogato dall’interessato, trattenutosi in Italia
non solo oltre i 45 giorni dalla liberazione, ma anche ben oltre i 45 giorni da una
pregressa ordinanza dello stesso giudice dell’esecuzione, che aveva
interinalmente sospeso l’ordine di esecuzione avendo ritenuto provvisoriamente

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Il medesimo, l’11 dicembre 2015, era colpito da ordine di esecuzione della

giustificabile (per un incolpevole affidamento sino a quel momento
determinatosi) il mancato iniziale allontanamento;
– revocava l’indulto, accoglieva (per quanto di ragione) l’istanza di
continuazione e, corretto un errore materiale di computo, rideterminava la pena
residua espianda in quella di cinque anni e dieci mesi di reclusione.
Quanto alla prima statuizione, proprio dall’istanza presentata da Mariani per
il riconoscimento della continuazione, oltre che da quella separatamente rivolta
al Tribunale di sorveglianza per la concessione delle misure alternative alla

dell’esecuzione traeva definitiva conferma dell’accettazione della giurisdizione
italiana in executivis da parte del condannato.

3. Ricorre quest’ultimo per cassazione, tramite il difensore di fiducia,
mediante motivo unico che denuncia l’erronea applicazione degli artt. 26 e 32
legge n. 69 del 2015, in quanto la deroga al principio di specialità, ivi prevista, si
riferirebbe «a fatti che hanno dato origine ad un procedimento penale» e non a
«specifiche procedure esecutive finalizzate a rendere eseguibili condanne
sospese per effetto del beneficio del condono».

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è manifestamente infondato, e come tale esso deve essere
dichiarato inammissibile a norma dell’art. 606, comma 3, cod. proc. pen.

2. La «specialità», stabilita in materia di mandato di arresto europeo dall’art.
27 della decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002,
attutata nel nostro ordinamento con gli artt. 26 e 32 della legge n. 69 del 2015
(rispettivamente, per le procedure passive ed attive di consegna), è di tipo
attenuato, consistendo nel divieto, in relazione a fatti anteriori alla consegna e
diversi da quello per il quale essa è stata disposta, non di sottoporre l’interessato
a procedimento penale, bensì di assoggettarlo tanto a misure cautelari custodiali,
quanto all’esecuzione della pena (o della misura di sicurezza) detentiva in forza
di sentenza definitiva (Sez. 2, n. 14738 del 19/01/2017, Cascarino, Rv. 269430;
Sez. 3, n. 47253 del 06/07/2016, Bertoni, Rv. 268062; Sez. 2, n. 14880 del
12/12/2014, dep. 2015, Bindi, Rv. 263292; Sez. 1, n. 18778 del 27/03/2013,
Reccia, Rv. 256013; Sez. 6, n. 39240 del 23/09/2011, Caiazzo, Rv. 251366).
il principio di specialità non osta, in particolare, a che lo Stato di emissione
proceda, in giudizio o in executivis, nei confronti della persona consegnata, per
fatti anteriori e diversi da quelli per i quali il mandato è stato emesso, purché la

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detenzione, sempre in ordine alle ulteriori condanne cumulate, il giudice

stessa non sia privata della libertà personale, dovendo in questo caso richiedersi
l’assenso dello Stato di consegna; ne consegue che, in sede di esecuzione, è
consentito al giudice nazionale di disporre la revoca di un beneficio relativo a
pena inflitta per i fatti suindicati, ma non è invece legittimo il susseguente ordine
di carcerazione (Sez. 1, n. 4457 del 17/01/2017, Wahid, Rv. 269189).
L’applicabilità del principio in fase di esecuzione, di talché il condannato non
possa essere sottoposto a limitazione della libertà, in forza di provvedimento che
sia relativo a fatti anteriori e diversi da quelli di emissione del mandato, è stata

Morejon Rodriguez, Rv. 268663; Sez. 1, n. 8349 del 26/11/2013, dep. 2014, Rv.
259164; Sez. 1, n. 734 del 02/12/2010, dep. 2011, Moscovita, Rv. 249473).
Con il principio operano anche, tuttavia, i suoi limiti. Il divieto viene infatti
meno, tra l’altro, allorché «il soggetto consegnato, avendone avuta la possibilità,
non ha lasciato il territorio dello Stato al quale è stato consegnato decorsi
quarantacinque giorni dalla sua definitiva liberazione ovvero, avendcdo lasciato,
vi ha fatto volontariamente ritorno», come stabilito dall’art. 26, comma 2, lett.
a), legge n. 69 del 2015, richiamato (per le procedure di consegna attivate
dall’Italia) dall’art. 32 della stessa legge, in piena armonia con l’art. 27, par. 3,
lett. a), della decisione quadro.

3. La possibilità di procedere – che così nuovamente si determina, a
prescindere dal rinnovato consenso dello Stato di consegna – riguarda anche la
fase esecutiva della pena detentiva, senza che in contrario rilevi «che la sua
concreta espiazione, inizialmente solo potenziale, sia legata alle vicende relative
al beneficio applicato e al successivo intervento di una causa risolutiva del
beneficio medesimo, secondo la legge nazionale dello Stato consegnatario», così
come questa Corte ha già testualmente deciso (Sez. 1, n. 40627 del
18/03/2014, Porcacchia, Rv. 260705) in relazione a caso di estradizione in cui
essa, per la pena cui il beneficio si riferiva, era stata espressamente assentita,
anteriormente alla revoca del beneficio, dallo Stato consegnante; assenso di cui
nella specie non vi era tuttavia bisogno, proprio in funzione dell’accettazione
tacita della giurisdizione esecutiva italiana, per effetto del mancato
allontanamento dell’interessato dal relativo territorio nei termini stabiliti.
Ineccepibile appare, pertanto, la decisione impugnata, lì ove essa ha
reputato computabile, nel cumulo delle pene da eseguire, anche i tre anni di
reclusione per i quali l’indulto, concesso in epoca antecedente alla consegna in
Italia, era stato solo successivamente revocato.
Pur essendo il reato di riferimento anteriore alla consegna, l’assenso
suppletivo dello Stato consegnante non era infatti richiesto, una volta verificatasi

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costantemente affermata da questa Corte (Sez. 1, n. 53695 del 16/11/2016,

la citata condizione di deroga alla clausola di specialità (la permanenza del
condannato nello Stato consegnatario oltre i quarantacinque giorni).

4. Alla declaratoria di inammissibilità consegue, ai sensi dell’art. 616 cod.
proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e per i profili di colpa correlati all’irritualità dell’impugnazione (Corte cost.,
sentenza n. 186 del 2000) – di una somma in favore della cassa delle ammende
nella misura che, in ragione delle questioni dedotte, si stima equo determinare in

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro duemila in favore della cassa delle
ammende.
Così deciso il 23/02/2018

duemila euro.

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