Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 20730 del 29/03/2018


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 20730 Anno 2018
Presidente: DI NICOLA VITO
Relatore: GALTERIO DONATELLA

SENTENZA

sul ricorso proposto da
DI GIA’ MARCO nato a Roma il 18.11.1964

avverso la sentenza in data 31.5.2016 della Corte di Appello di Roma
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Donatella Galterio;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale dott.
Paola Filippi, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso

RITENUTO IN FATTO

1.Con sentenza in data 31.5.2016 la Corte di Appello di Roma ha
confermato la pronuncia resa all’esito del giudizio di primo grado dal Tribunale di
Velletri che aveva condannato Marco Di Già alla pena di dieci mesi di arresto ed
€ 28.000 di ammenda in quanto responsabile dei reati di cui agli artt. 44 lett. c),
93, 94 e 95 DPR 380/2001 e 181 d.lgs. 42/2004 per aver realizzato in zona
protetta rientrante nel Parco Regionale dei Castelli Romani un manufatto in
conglomerato cementizio e legno con tetto a due falde, in assenza di permesso
di costruire e di nulla osta paesaggistico.

Data Udienza: 29/03/2018

Avverso il suddetto provvedimento l’imputato ha proposto, per il tramite del
proprio difensore, ricorso per cassazione articolando quattro motivi di seguito
riprodotti nei limiti di cui all’art.173 disp. att. c.p.p..
2. Con il primo motivo deduce la nullità della sentenza impugnata per non
essere stato inviato all’imputato rimasto contumace l’avviso di udienza, svoltasi
pertanto in assenza delle garanzie defensionali.
3. Con il secondo motivo contesta, in relazione al vizio di violazione di legge
riferito agli artt. 27 e 31 DPR 380/2001 e 97 Cost. e al vizio motivazionale,

conseguito il nulla osta dell’ente Parco Regionale dei Castelli Romani che le
consentiva espressamente di demolire il preesistente manufatto risalente al 1978
e condonato giusta permesso di costruire in sanatoria e di ricostruirlo, con
conseguente inconfigurabilità del reato edilizio di cui all’art. 44 lett. c). Deduce al
riguardo che l’autorizzazione alla ricostruzione del manufatto consentiva la
realizzazione di un fabbricato anche del tutto diverso dal preesistente senza
necessità di rispettarne la sagoma originaria e senza che potesse ritenersi
accertata la più ampia superficie posto che le dimensioni constatate dal teste che
aveva eseguito il sopralluogo riguardavano un’opera ancora in corso con
impossibilità di definire gli interventi realizzati.
4. Con il terzo motivo deduce, in relazione al vizio di violazione di legge
riferito agli artt. 7,8, 10 e 22 DPR 380/2001 e al vizio motivazionale, di aver
presentato per la ristrutturazione del manufatto ormai fatiscente una DIA, come
previsto dall’art.22 T.U. dell’edilizia per gli interventi di ristrutturazione
comprendenti, secondo la previsione dell’art.3 dello stesso T.U., anche quelli di
demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria e sagoma dell’edificio
preesistente. Detti interventi non potevano ritenersi ricompresi nella disposizione
di cui all’art. 10 relativa alle opere subordinate al rilascio del permesso di
costruire in quanto non erano consistiti nella realizzazione di un’opera nuova,
bensì nella ristrutturazione del preesistente fabbricato che permane, secondo la
giurisprudenza amministrativa, quando il manufatto già esista nelle sue strutture
essenziali e presenti identità strutturale anche in relazione alla sua destinazione.
4. Con il quarto motivo lamenta, in relazione al vizio di violazione di legge
riferito all’art. 97 Cost. e al vizio motivazionale che la sentenza abbia omesso di
dar conto dell’esistenza di un preesistente manufatto, peraltro di recente
condonato, lasciando desumere che fosse stato realizzato un nuovo corpo di
fabbrica in zona vincolata, il quale soltanto avrebbe potuto essere
legittimamente assoggettato alla sanzione ripristinatoria con il rischio
dell’acquisizione dell’area all’ente locale in caso di inottemperanza al relativo
ordine. Deduce in ogni caso che anche qualora si fosse inteso sanzionare
l’esecuzione di lavori in difformità dal titolo abilitativo, anche in tal caso la

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l’assenza di titoli autorizzatori dell’opera realizzata, avendo invece l’imputato

sentenza si presenta carente sul piano motivazionale non venendo indicato in
cosa fossero consistite le rilevate difformità, né quali porzioni del fabbricato
fossero in contrasto con i titoli edilizi posseduti, né se le stesse fossero sanabili,
così precludendo all’imputato di comprendere per quali ragioni il manufatto fosse
stato ritenuto abusivo, tenuto conto che il T.U. Edilizia sanziona la realizzazione
di manufatti in difformità dal titolo con una pluralità di disposizioni incriminatrici
(artt. 27, 31, 32, 33, 34, 35 e 37) ciascuna delle quali corrispondente ad
un’autonoma fattispecie di illecito e che è contemplata una diversa risposta

l’acquisizione gratuita al patrimonio del Comune e la confisca amministrativa), in
correlazione alla gravità dell’abuso

CONSIDERATO IN DIRITTO

1.In ordine al primo motivo, risulta dagli atti di causa cui questa Corte ha
necessariamente accesso in ragione della natura processuale della doglianza
svolta, che la notifica del decreto di citazione in appello, eseguita a mezzo del
servizio postale presso il domicilio dichiarato dall’imputato, si è ritualmente
perfezionata ai sensi dell’art. 157 ottavo comma c.p.p., in data 10.5.2016,
allorquando il destinatario ha ritirato la raccomandata contenente l’avviso di
avvenuto deposito presso l’ufficio postale, come comprovato dal relativo avviso
di ricevimento, e dunque nel rispetto del termine di 20 giorni prescritto dall’art.
601 c.p.p..
La doglianza deve ritenersi, perciò, manifestamente infondata.
2.11 secondo ed il terzo motivo devono ritenersi intrinsecamente connessi
afferendo entrambi ai titoli abilitativi necessari alle opere edilizie in contestazione
e sono, perciò, suscettibili di trattazione congiunta.
Le doglianze ivi svolte consistenti in disquisizioni teoriche sulla portata della
D.I.A. e del permesso di costruire non si confrontano con la sentenza impugnata
che incentra il fondamento della penale responsabilità dell’imputato sulla totale
diversità dell’opera realizzata, costituita dalla demolizione del preesistente
fabbricato e dalla edificazione di un immobile del tutto diverso da quello
consentito in base ai titoli autorizzativi da costui conseguiti, e sulla conseguente
inconfigurabilità dell’eccepita ristrutturazione edilizia, cui viene ricondotto dal
ricorrente l’intervento in contestazione.
Il D.P.R. n. 380 del 2001, art. 3, comma 1 – lett. d), – come modificato dal
D.Lgs. 27 dicembre 2002, n. 301 – definisce interventi di ristrutturazione edilizia
quelli “rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico
di opere che possono portare ad un organismo in tutto o in parte diverso dal

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sanzionatoria, per tipologia ed entità (la demolizione, la sanzione pecuniaria,

precedente. Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni
elementi costitutivi dell’edificio, l’eliminazione, la modifica e l’inserimento di
nuovi elementi ed impianti”. Essendo i suddetti interventi menzionati tanto
dall’art.10 tra quelli subordinati al permesso di costruire, quanto dall’art. 22
(primo comma lett.c) richiedenti invece una mera comunicazione, all’epoca
costituita dalla Denuncia di Inizio di Attività ed attualmente sostituita dalla
Segnalazione Certificata di Inizio di Attività, il discrimen tra le due tipologie è
esplicitato dallo stesso art. 10 che, nell’elencare le opere soggette al permesso di

complessive della volumetria complessiva degli edifici o dei prospetti, dal
mutamento della destinazione d’uso e dalla modifica della sagoma preesistente individua quale elemento caratterizzante la connessione finalistica delle opere di
ristrutturazione eseguite nel senso che devono ritenersi assoggettate al regime
concessorio quelle rivolte al recupero dello spazio c.d edilizio, concetto ben
diverso da quello di spazio architettonico, attraverso la realizzazione di un
edificio in tutto o in parte nuovo (in tal senso cfr. Sez. 3, n. 20350 del
16/03/2010 Ud. (dep. 28/05/2010, Magistrati, Rv. 247178).
Correttamente pertanto la Corte distrettuale ha escluso che la D.I.A. a suo
tempo comunicata dall’imputato legittimasse gli interventi eseguiti, richiedenti
invece il permesso di costruire, la cui mancanza integra il reato di cui all’art. 44
lett. c) DPR 380/2001. E ciò in primo luogo perché la denuncia di inizio di attività
all’ente locale contemplava interventi di ristrutturazione straordinaria, categoria
ben diversa dalla ristrutturazione edilizia nel cui ambito vengono ricondotte dallo
stesso ricorso le opere in contestazione, atteso che mentre quest’ultima non
essendo vincolata al rispetto degli elementi tipologici, formali e strutturali
dell’edificio, può ricomprendere, come previsto dall’art. 3 T.U., anche gli
interventi di demolizione e ricostruzione dell’edificio originario, la manutenzione
straordinaria è, per contro, limitata ad interventi su parti anche strutturali degli
edifici, che non comportino variazioni di volumi né alterazioni dell’originario stato
d’uso. In secondo luogo valore dirimente riveste l’accertamento compiuto dai
giudici di merito, con il quale il ricorrente omette ogni confronto, in ordine
all’intervenuto stravolgimento sia degli elementi plano-volumetrici rispetto al
manufatto preesistente, sia della superficie che dagli originari 61 mq. è risultata
pressocchè quadruplicata al momento dell’eseguito accesso, senza che possa
trovare ingresso in questa sede la doglianza, di natura squisitamente fattuale,
relativa all’impossibilità di accertare in via definitiva l’area di un’opera ancora allo
stato grezzo.
3. Il quarto motivo deve ritenersi inammissibile per la manifesta genericità
delle doglianze che si sviluppano in disquisizioni indeterminate che non si

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costruire – costituite dall’aumento delle unità immobiliari, dalle modifiche

confrontano con le puntuali argomentazioni spese dai giudici distrettuali in ordine
alla configurabilità del reato.
L’esistenza di un manufatto preesistente, che la Corte di merito menziona
espressamente proprio al fine di stigmatizzare come, una volta eseguitane la
demolizione, sia stato ricostruito al suo posto un nuovo manufatto che nulla
condivideva con quello originario – conclusione raggiunta sulla base delle
risultanze istruttorie raccolte -, non preclude la configurabilità del reato di cui
all’art. 44 lett. c) atteso che la difformità in termini di sagoma e di volumetria

prevenuto come di ristrutturazione edilizia assoggettato al regime concessorio di
cui all’art. 10 lett.c) DPR 380/2010.
Segue all’esito del ricorso la condanna del ricorrente, a norma dell’art.616
cod. proc. pen., al pagamento delle spese processuali e di una somma
equitativamente liquidata in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di C 2.000 in favore della Cassa
delle Ammende.
Così deciso il 29.3.2018

Il Consigliere estensore

Il Presidente

Donatella Galterio

Vito Di Nicola

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della nuova costruzione impone comunque di qualificare l’intervento ascritto al

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