Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 20626 del 07/12/2017


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 20626 Anno 2018
Presidente: CAVALLO ALDO
Relatore: ROSI ELISABETTA

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
TAIB ACHRAF nato il 14/04/1990 a MAROCCO( MAROCCO)

avverso la sentenza del 07/07/2017 del TRIBUNALE di MILANO
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere ELISABETTA ROSI;

Data Udienza: 07/12/2017

RITENUTO che con sentenza del 7 luglio 2017, il Tribunale di Milano, in funzione
di giudice monocratico, ha applicato su concorde richiesta delle parti ex art. 444
c.p.p., a Achraf Taib, ritenuta l’ipotesi di cui al comma 5 dell’art. 73 d.p.r. n. 309
del 1990, la pena di un anno e mesi sei di reclusione ed euro 900 di multa, per
la detenzione a fini di spaccio di grammi 12 di cocaina, nonché per la cessione di
un quantitativo analogo per il controvalore di euro 533, fatti accertati a Segrate
il 5 giugno 2017;
che l’imputato ha proposto, personalmente, ricorso per cassazione, lamentando

manifesta illogicità di motivazione in ordine alla sussistenza di eventuali clausole
di non punibilità;

Considerato che

nell’ipotesi di impugnazione di una decisione assunta in

conformità alla richiesta formulata dalla parte secondo lo schema procedimentale
previsto dall’art. 444 c.p.p., l’esigenza di specificità delle censure deve ritenersi
più pregnante rispetto ad ipotesi di diversa conclusione del giudizio, dato che la
censura sul provvedimento che abbia accolto la richiesta dell’impugnante deve
impegnarsi a demolire, prima di tutto, proprio quanto richiesto dalla stessa parte
(Sez. Unite, n. 11493 del 24/6/1998, Rv. 211468) e del pari deve essere attenta
la valutazione circa la sussistenza dell’interesse a ricorrere avverso una decisione
emessa in corrispondenza esatta all’accordo delle parti, e quindi all’interesse che
le parti stesse hanno ritenuto di potere soddisfare con la richiesta di
patteggiamento (in tal senso si veda parte motiva Cass. S.U. n. 4419 del
25/1/2005);
che inoltre l’accordo intervenuto da un lato, esonera l’accusa dall’onere della
prova e, dall’altro, comporta che la sentenza che recepisce l’accordo fra le parti
sia da considerare sufficientemente motivata con una succinta descrizione del
fatto (deducibile dal capo d’imputazione), con l’affermazione della correttezza
della qualificazione giuridica di esso, con il richiamo all’art. 129 c.p.p., per
escludere la ricorrenza di alcuna delle ipotesi ivi previste, con la verifica della
congruità della pena patteggiata ai fini e nei limiti di cui all’art. 27 Cost. (Sez. 4,
n. 34494 del 13/7/2006, P.G. in proc. Koumya, Rv. 234824), ciò in quanto la
richiesta consensuale di applicazione della pena si traduce in una scelta
processuale che implica la rinuncia ad avvalersi della facoltà di contestare
l’accusa i cui termini formali e sostanziali sono stati inequivocarnente “accettati”
dalle parti con la richiesta ex art. 444 c.p.p., salvo il potere -dovere del giudice
della motivata verifica ex art. 129 c.p.p., specificamente computa nella decisione
impugnata, dell’esistenza “ictu oculi” di cause di non punibilità, con relativo
obbligo di conseguente declaratoria;

\

violazione di legge in riferimento agli artt. 129 e 444 c.p.p. e mancanza e

che nel caso di specie il motivo risulta estremamente generico e prido di quei
contenuti minimi di specificità da renderlo ammissibile;
che in conclusione, per la sua manifesta infondatezza

e per la macroscopica

genericità, il ricorso va dichiarato inammissibile, con conseguente condanna del
ricorrente, ex art. 616 c.p.p., al pagamento delle spese processuali e della
somma di tremila Euro in favore della Cassa delle Ammende.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di tremila Euro in favore della Cassa delle
Ammende.

Così deciso in Roma, il 7 dicembre 2017

Il consigliere estensore
„.„

Il Presidente

P.Q.M.

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