Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 20317 del 17/04/2018


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Penale Ord. Sez. 7 Num. 20317 Anno 2018
Presidente: GALLO DOMENICO
Relatore: DE SANTIS ANNA MARIA

ORDINANZA
sul ricorso proposto da
RONCALLI ROSA MARIA n. a Romano di Lombardia il 30/8/1971
avverso la sentenza resa in data 15/12/2016 dalla Corte d’Appello di Brescia
-dato atto del rituale avviso alle parti;
-sentita la relazione del Consigliere Anna Maria De Santis
FATTO E DIRITTO
1.Con l’impugnata sentenza la Corte d’Appello di Brescia confermava la decisione del Tribunale
di Bergamo che aveva riconosciuto l’imputata colpevole dei delitti di simulazione di reato e
truffa, condannandola alla pena di anni uno, mesi quattro di reclusione e al risarcimento del
danno in favore della costituita parte civile.
2.Ha proposto ricorso per Cassazione l’imputata a mezzo del difensore, deducendo la
violazione degli artt. 533 e 546 cod.proc.pen. con riguardo alla ritenuta sussistenza del dolo in
relazione al delitto ex art. 367 cod.pen nonchè all’apporto causale dell’imputata alla
consumazione del reato di truffa e correlato vizio della motivazione.
3. Il ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza delle censure proposte.
Deve preliminarmente ribadirsi che alla stregua del costante insegnamento di legittimità sono
inammissibili le censure attinenti la violazione degli artt. 125 e 546, comma primo, lett. e),
1

Data Udienza: 17/04/2018

4

cod. proc. pen., articolate allo scopo di censurare l’omessa o erronea valutazione degli
elementi di prova acquisiti, in una prospettiva atomistica ed indipendentemente da un raffronto
con il complessivo quadro istruttorio, in quanto i limiti all’ammissibilità delle doglianze
connesse alla motivazione, fissati specificamente dall’art. 606, comma primo, lett. e), cod.
proc. pen., non possono essere superati ricorrendo al motivo di cui all’art. 606, comma primo,
lett. c), cod. proc. pen., nella parte in cui consente di dolersi dell’inosservanza delle norme
processuali stabilite a pena di nullità (Sez. 6, n. 45249 del 08/11/2012, Cimini e altri, Rv.

Allo stesso modo e per le stesse ragioni la violazione di legge concernente i criteri terminativi,
e in particolare l’art. 533 cod.proc.pen.- cumulativamente dedotta – non si presta ad ampliare
la piattaforma del sindacato di legittimità in relazione ai vizi della motivazione (Sez. 3, n.
24574 del 12/03/2015 , Zonfrilli e altri, Rv. 264174;Sez. 1, n. 53512 del 11/07/2014 ,
Gurgone, Rv. 261600) giacchè il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio”,introdotto dalla
legge n. 46 del 2006, non ha mutato la natura e i limiti del giudizio di legittimità sulla
motivazione della sentenza e non può, quindi, essere utilizzato per valorizzare e rendere
decisivi elementi di contrasto e confutazione alla ricostruzione operata dal giudice di merito
una volta che gli stessi siano stati oggetto di attenta disamina da parte del medesimo (Sez. 5,
n. 10411 del 28/01/2013 , Viola, Rv. 254579).

La giurisprudenza di questa Corte è, infatti, pacifica nell’affermazione che il controllo del
giudice di legittimità sui vizi della motivazione tende alla verifica della coerenza strutturale
della decisione sotto il profilo logico argomentativo mentre è preclusa la rilettura degli
elementi di fatto posti a fondamento della decisione e l’autonoma adozione di nuovi e diversi
parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti .
3.1 Nella specie la Corte territoriale ha evaso il gravame difensivo in punto di responsabilità
in ordine ad entrambi gli addebiti elevati con congrua motivazione, priva di criticità
giustificative, che dà conto degli elementi dai quali i giudici di merito hanno desunto la
coscienza e volontà della falsa denunzia di smarrimento degli assegni, utilizzati per la
consumazione della truffa in danno di Belloli Mario, nonché delle circostanze fattuali a
fondamento dell’addebito concursuale della stessa alla Roncalli. Siffatte valutazioni appaiono
aderenti agli esiti processuali e vanno esenti da censura in quanto adeguatamente
argomentate.
4.Alla declaratoria d’inammissibilità consegue la condanna della ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della sanzione pecuniaria precisata in dispositivo, non ravvisandosi ragioni
d’esonero.
P.Q.M.
2

254274; Sez. 1, n. 1088 del 26/11/1998, Condello e altri, Rv. 212248).

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali
e al versamento della somma di tremila euro alla Cassa delle Ammende
Così deciso in Roma il 17 aprile 2018

Il Consigliere estensore

w■ww1YM.I

Anna Maria De Santis

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA