Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 20202 del 21/03/2018


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 20202 Anno 2018
Presidente: CASA FILIPPO
Relatore: CENTOFANTI FRANCESCO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
SESTO GAETANO nato il 29/10/1949 a BITONTO

avverso l’ordinanza del 07/09/2017 del TRIBUNALE di BARI
sentita la relazione svolta dal Consigliere FRANCESCO CENTOFANTI;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale
MARIELLA DE MASELLIS, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilità
del ricorso;
udito l’avvocato MAURIZIO ALTOMARE, in difesa dell’indagato, che ha concluso
riportandosi alla memoria difensiva ed insistendo per l’accoglimento del ricorso.

Data Udienza: 21/03/2018

RITENUTO IN FATTO

1. Il Tribunale di Bari, investito di richiesta di riesame ex art. 309 cod. proc.
pen., con l’ordinanza in epigrafe confermava la misura della custodia cautelare in
carcere, applicata dal G.i.p. del medesimo Tribunale, in data 19 agosto 2017, nei
confronti di Gaetano Sesto, in relazione al reato di omicidio, aggravato dai motivi
abietti e futili, ai danni di Giuseppe Muscatelli.

morte della vittima, intervenuta per arresto cardiocircolatorio e respiratorio,
sferrandogli un unico fendente all’emitorace con un coltello a serramanico.
All’origine dell’accaduto, cui avevano assistito più testimoni, era il diverbio
insorto tra i due, a causa della rilevata presenza dell’autovettura della vittima
lungo la strada (Via Garibaldi, in Bitonto) su cui l’indagato parimenti procedeva
con il suo veicolo, impedito nel proseguire la marcia.
Secondo la ricostruzione fatta propria dall’ordinanza impugnata, il contatto
tra gli antagonisti avvenne con entrambi i soggetti all’esterno dei rispettivi
veicoli; circostanza che, da sé, lasciava escludere la legittima difesa, potendo
Sesto evitare lo scontro fatale semplicemente tornando nell’automobile, o
addirittura evitando di scendere da essa. Sesto era uscito dall automobile
brandendo il coltello, impugnato con la mano sinistra perché prelevato dal vano
porta-oggetti allocato sulla portiera del conducente; il suo intento era quello di
affrontare armato l’avversario, come fece, vincendo l’estremo tentativo della
figlia di trattenerlo per la maglietta. Moscatelli, reduce da una precedente
discussione con altro automobilista, aveva a sua volta sferrato un pugno contro
Sesto (non era chiaro se andato a segno), ma emergeva la sostanziale
contestualità tra le due azioni, indirettamente confermata sia dall’indagato, che
aveva ricollegato al movimento da lui fatto per schivare il colpo la ferita mortale
all’altro inferta, sia dal consulente tecnico medico-legale, che aveva desunto la
maggiore potenzialità lesiva del fendente dal concomitante movimento dei corpi.

3.

Ciò posto, pacifici (e non contestati dall’indagato) i gravi indizi di

colpevolezza, il giudice del riesame riteneva l’esigenza cautelare di cui all’art.
274, comma 1, lett. c), cod. proc. pen., stante il pericolo di reiterazione di
condotte analoghe. Era stato infatti sufficiente un alterco, determinato da banali
motivi di circolazione stradale, per accoltellare al petto un giovane disarmato,
ancorché egli stesso facinoroso, e ciò denotava un dato caratteriale incline alla
violenza, a prescindere dall’inserimento dell’indagato in circuiti criminosi, dalla
sua età non più giovanile e dall’assenza di precedenti penali.

2

2. L’indagato, nella tarda mattina del 16 agosto 2017, aveva cagionato la

L’indagato si era in definitiva dimostrato persona totalmente priva di
autocontrollo, dando sfogo ad inusitata e gravissima reazione, a fronte di
contrarietà del genere di quelle che abitualmente si presentano nella vita, onde
la concretezza e l’attualità del pericolo.
Rispetto a quest’ultimo, così connotato, la misura degli arresti domiciliari
appariva non adeguatamente contenitiva. Secondo il Tribunale permarrebbe
infatti inalterata, in caso di reclusione domestica, la possibilità di negative
stimolazioni esterne, idonee ad innescare altri raptus; ciò anche a fronte della

l’eventualità di ulteriori scatti di violenza potrebbe essere scongiurata dall’uso del
braccialetto elettronico, atteso l’inevitabile lasso di tempo tra l’attivazione
dell’allarme e l’intervento delle forze dell’ordine. Né si potrebbe escludere che
identici scatti di violenza originino da situazioni di stress interne alla famiglia.

4. Ricorre per cassazione il difensore di fiducia dell’indagato, sulla base di
unica articolata doglianza, che deduce – ex art. 606, comma 1, lett. e), cod.
proc. pen. – l’illogicità della motivazione.
Essendo vero che le liti stradali sono all’ordine del giorno, e saranno capitate
già innumerevoli volte anche all’indagato, il fatto che lui si fosse in precedenza
astenuto da atti non commendevoli (mai neppure una denuncia) costituirebbe la
migliore prova – opina il ricorrente – delle sue ordinarie capacità di
autocontrollo.
La libertà personale non potrebbe subire limitazioni per effetto di circostanze
fondate sulla vox populi, prive di ogni concretezza.
La personalità dell’indagato, quale desumibile anche dalla condotta
successiva al reato, ampiamente collaborativa, avrebbe meritato maggiore
considerazione.
L’affermata inidoneità contenitiva degli arresti domiciliari, ancorché
mediante impiego del c.d. braccialetto elettronico, sarebbe meramente astratta e
congetturale, essendo peraltro state sopravvalutate sia le caratteristiche
offensive del coltello sia la potenzialità lesiva del colpo con esso inferto e poi
risultato fatale.

5. In successiva memoria il ricorrente argomenta ulteriormente in ordine
alla ritenuta non necessità della custodia in carcere, soffermandosi sull’età
avanzata dell’indagato, prossimo ai settant’anni, e sulle sue mediocri condizioni
di salute.

3

vox populi di possibili iniziative ritorsive di parenti ed amici della vittima. Né

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso non è fondato in punto di esistenza delle esigenze cautelari.
Esso trascura di considerare che, in relazione al contestato reato di omicidio
volontario, vige – a seguito dell’estensione del catalogo delle fattispecie di cui
all’art. 275, comma 3, cod. proc. pen., operata con il d.l. n. 11 del 2009, conv.
dalla I. n. 38 del 2009, e per le misure cautelari posteriormente applicate (Sez.
U, n. 27919 del 31/03/2011, Ambrogio, Rv. 250195), come quella in scrutinio –

giudice non ha l’onere di dimostrare in positivo la ricorrenza della pericolosità
dell’indagato, essendo detta presunzione anche idonea a comprendere i caratteri
di attualità e concretezza di cui all’art. 274, lett. c), cod. proc. pen. (Sez. 3, n.
33051 del 08/03/2016, Barra, Rv. 268664) ed essendo sufficiente che il giudice
medesimo dia atto, assieme ai gravi indizi di colpevolezza, dell’inidoneità a
superarla degli elementi eventualmente evidenziati dalla difesa, o comunque
risultanti dagli atti.
Ciò posto, l’ordinanza impugnata individua in modo esaustivo, e finanche
sovrabbondante, a fronte dell’«attenuato» standard motivazionale legale, teste
delineato, gli indici (oggettivi e soggettivi) che qualificano l’esigenza cautelare
special-preventiva del caso concreto, vale a dire l’assoluta gratuità del gesto
criminale e la totale mancanza di autocontrollo ad esso sottesa; a fronte di ciò,
nessun idoneo elemento di prova contraria risulta realmente addotto, non
valendo certo di per sé a fondare la prognosi di non recidivanza, nella specie
altrimenti necessaria, il solo mancato riscontro di comportamenti analoghi di
natura seriale.

2. Fondato deve, al contrario, giudicarsi il ricorso quanto alla scelta della
misura cautelare più appropriata, rispetto al grado dell’esigenza da soddisfare.
Anche sul punto vige, per la natura del reato, la presunzione relativa di
adeguatezza della custodia in carcere (Sez. 3, n. 48706 del 25/11/2015, J.A.,
Rv. 266029), con il simmetrico onere giudiziale di valutare i soli specifici
elementi, dai quali risulti che le esigenze cautelari possano essere tutelate con
misure diverse e meno afflittive.
E’ questo un giudizio che, nel quadro della ricordata presunzione, e al pari
del resto del precedente, deve essere pur sempre calato nella concretezza della
vicenda giudiziaria, oltre che rispondere a canoni di razionalità logica, onde
impedire che la duplice fattispecie presuntiva determini di fatto, nel suo
congiunto operare, la riedizione di meccanismi di «cattura» anche solo
tendenzialmente obbligatoria, viceversa non coerenti con il vigente modello

4

la presunzione, relativa, di sussistenza delle esigenze medesime; e, in tal caso, il

processuale rispetto a titoli di reato per i quali l’assoluta necessità della custodia
in carcere non risponda a dati generalizzati di esperienza (v., in particolare, a
proposito dell’omicidio volontario, Corte Cost. n. 164 del 2011).
Se la valutazione operata in sede di riesame appare completa ed esaustiva
nel rilievo delle concrete modalità violente dell’azione, e dei tratti negativi di
personalità, che rendono insuperabile nel caso di specie la necessità della
cautela, la stessa valutazione appare viceversa logicamente viziata riguardo
all’apprezzamento dell’idoneità contenitiva della misura gradata degli arresti

Tale idoneità è negata sulla base di voci correnti nel pubblico (riflettenti
incombenti vendette, capaci di innescare imprevedibili reazioni preventive da

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conoscitiva (arg. ex art. 194, comma 3, cod. proc. pen.), e sulla base di

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affermazioni ulteriori (su esplosioni di violenza legate a dinamiche familiari)

parte dell’indagato), bandite dall’ordinamento processuale come fonte

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meramente congetturali e prive di collegamento alcuno con il commesso reato.

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La stessa paventata intempestività dell’allarme – che dovesse partire dal
congegno elettronico di controllo ex art. 275-bis cod. proc. pen., eventualmente
associato agli arresti domiciliari, in ipotesi di loro trasgressione – appare

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argomento privo di tenuta logica, trascurando esso l’effetto deterrente dello

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strumento, ed enunciato in astratto, senza considerare la contingente

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conformazione dell’esigenza cautelare da prevenire.
Si impone pertanto, sul tema dell’«adeguatezza» della misura,
l’annullamento con rinvio dell’ordinanza impugnata, ai fini di ur rinnovato
esame, emendato dai rilevati vizi di motivazione e specificamente aderente alla
realtà processuale.

P.Q.M.
Annulla l’ordinanza impugnata limitatamente alla scelta della misura e rinvia
per nuovo esame sul punto al Tribunale distrettuale del riesame di Bari. Rigetta
nel resto il ricorso. Manda la cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94,
comma 1-ter, disp. att. c.p.p.
Così deciso il 21/03/2018

Il Consigliere estensore
France o Centpfanti

Il Presidente

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17

domiciliari.

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