Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 20161 del 11/04/2018


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 20161 Anno 2018
Presidente: DAVIGO PIERCAMILLO
Relatore: BORSELLINO MARIA DANIELA

SENTENZA

Sul ricorso proposto da
Procuratore generale presso la Corte di appello di Genova
nei confronti di:
Mamone Gino, nato a Cittanova il 3 luglio 1961
Mamone Vincenzo, nato a Taurianova il 20 dicembre 1959
e da Mamone Gino
avverso il decreto emesso dalla Corte di appello di Genova il 19 ottobre 1917
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione della causa svolta dal consigliere Maria Daniela Borsellino;
lette le conclusioni del Pubblico Ministero,nella persona del sostituto Procuratore
generale Antonietta Picardi, la quale ha chiesto che venga annullato il
provvedimento emesso nei confronti di Mamone Gino, per la valutazione
dell’istanza di pericolosità qualificata e rigettato il ricorso del Procuratore nei
confronti di Mamone Vincenzo; che venga

dichiarato inammissibile il ricorso

avanzato dalla difesa di Mamone Gino.
Lette la memoria difensiva depositata il 28/3/2018 dall’avv. Zadra nell’interesse
di Vincenzo Mamone che ha chiesto dichiararsi il ricorso del Procuratore generale
inammissibile o infondato;

1

Data Udienza: 11/04/2018

lette le note depositate il 3/4/2018 dall’avv. Gaito e dall’avv. Campanile
nell’interesse di Mamone Gino con cui si chiede dichiararsi inammissibile o
infondato il ricorso del Procuratore generale e si insiste nell’impugnazione
proposta.

RITENUTO IN FATTO

1.Con il decreto impugnato la Corte di appello di Genova, in parziale

provvedimento del Tribunale di Genova del 6 luglio 2017, che aveva respinto la
richiesta di applicazione della misura di prevenzione nei confronti di Mannone
Gino, Luigi, classe 1936, Vincenzo e Luigi classe 1986,quali indiziati di
appartenere all’associazione di stampo mafioso ‘Ndragheta, ai sensi dell’art.4
lett. A e B della legge 159/2011, ha applicato al solo Gino Mamone la misura
della sorveglianza speciale per anni due, sul presupposto della ritenuta
pericolosità generica prevista dall’art. 1 1.159/11, respingendo le altre richieste
dell’appellante.
Avverso il detto provvedimento propone ricorso per Cassazione il
Procuratore generale presso la Corte di appello di Genova, deducendo violazione
dell’art.4 comma 1 lettere A e B della legge 159/2011, sul rilievo che la corte di
appello avrebbe erroneamente ritenuto che le norme suindicate richiedano quale
presupposto per l’applicazione della misura di prevenzione la prova
dell’inserimento organico dei proposti nella organizzazione di stampo mafioso,
mentre con l’espressione “indizi di appartenenza” la legge fa riferimento ad una
situazione di contiguità con l’organizzazione criminale, che è nozione ben diversa
dall’inserimento strutturale nel consorzio mafioso.
A sostegno del proprio assunto il ricorrente evidenzia tutti gli elementi
desumibili dagli atti che possono ritenersi idonei a formulare una valutazione di
contiguità dei due proposti con ambienti della criminalità organizzata.
Propone ricorso anche Gino Mamone tramite i suoi difensori di fiducia,
deducendo:
1) violazione di legge per mancanza di motivazione circa i presupposti
della misura di prevenzione e l’attualità della pericolosità sociale del proposto. A
sostegno del proprio assunto il ricorrente evidenzia che, a dispetto di quanto
sostenuto dalla corte di appello, Gino Mannone non è mai stato raggiunto da
alcuna condanna definitiva; tutte le società facenti capo a Gino Mamone e
funzionali alle attività imprenditoriali della EcoGe.s.p.a., posta in liquidazione
nell’aprile 2013, sono state liquidate o cancellate da tempo; Mamone è stato
coinvolto in un procedimento per i reati di associazione a delinquere e turbativa
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accoglimento dell’appello proposto dal Pubblico Ministero avverso il

d’asta che si sono già estinti per prescrizione; è stato infine coinvolto in altro
procedimento per associazione a delinquere finalizzata a false fatturazioni, ma la
sua posizione si è già estinta per prescrizione; è sotto procedimento penale per
reato associativo e corruzione che si sta svolgendo in primo grado.
Il ricorrente sottolinea, inoltre,

che alla luce della pronunzia De

Tommaso/Italia della Corte Edu del 23 /272017, la categoria della pericolosità
generica è stata sottoposta a critiche per il carattere indefinito ed imprevedibile
delle misure di prevenzione.

pericolosità sociale generica del proposto, ove si consideri che tutti i reati a lui
addebitati si riferiscono alla sua attività imprenditoriale, che è ormai cessata.
2) violazione degli artt. 581 e 591 cod.proc. pen. in quanto l’assoluta
genericità dell’atto di appello depositato dalla Procura della Repubblica avverso il
provvedimento del Tribunale che aveva respinto la richiesta di applicazione della
misura di prevenzione avrebbe dovuto comportarne l’inammissibilità per il suo
carattere apodittico, come riconosciuto dalla stessa Corte di appello nel
provvedimento impugnato.
3)violazione dell’art. 521 cod.proc.pen. per la mancata correlazione tra
la proposta formulata dalla Procura Distrettuale ai sensi dell’art. 4 lett. A)e B) del
d.l.vo 159/2011

e

la decisione adottata dalla Corte di appello.

Il ricorrente lamenta che la istanza di sostituzione della pericolosità
qualificata con quella generica è stata avanzata dal Procuratore Generale solo nel
corso della discussione del giudizio di appello sulla base di nuovi atti e documenti
non presenti nel fascicolo originario.

Considerato in diritto

1.11 ricorso proposto dal Procuratore Generale nei confronti di Mamone
Gino e Mamone Vincenzo non è fondato, poiché anche recentemente questa
Corte nella sua più autorevole composizione ha precisato che “Il concetto di
“appartenenza” ad una associazione mafiosa, rilevante per l’applicazione delle
misure di prevenzione, comprende la condotta che, sebbene non riconducibile
alla “partecipazione”, si sostanzia in un’azione, anche isolata, funzionale agli
scopi associativi, con esclusione delle situazioni di mera contiguità o di vicinanza
al gruppo criminale. (Sez. U, n. 111 del 30/11/2017 – dep. 04/01/2018,
Gattuso, Rv. 27151201
Ed infatti, per univoca interpretazione giurisprudenziale e dottrinale,
nell’ampio concetto di appartenenza, richiamato nell’art. 4 d.lgs. in esame, quale
condizione legittimante l’applicazione della misura, si ritengono rilevanti anche
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Lamenta inoltre che la corte nulla ha argomentato circa l’attualità della

condotte non connotate dal vincolo stabile, ma astrattamente inquadrabili nella
figura del concorso esterno di cui agli artt. 110, 416-bis cod. pen., per
definizione caratterizzata da una collaborazione occasionale, espressa in unico o
diluito contesto temporale, che si realizza con riferimento a circoscritte esigenze
del gruppo, in correlazione con la loro insorgenza, ed è quindi ontologicamente
priva della connotazione tipica della condotta partecipativa, costituita dallo
stabile inserimento nell’organizzazione criminale con caratteristica di spiccata e
persistente pericolosità.

collateralità, che non si sostanzi in sintomi di un apporto individuabile alla vita
della compagine (per una specifica disamina sul punto Sez. 1, n. 54119 del
14/06/2017, Sottile), che ha criticato quegli approcci interpretativi tesi a
degradarne il significato in termini di mera ‘contiguità ideologica’, comunanza di
‘cultura mafiosa’ o riconosciuta ‘frequentazione’ con soggetti coinvolti nel
sodalizio, frutto di una la dilatazione – impropria – del significato del termine
utilizzato dal legislatore, ove l’appartenenza evoca il ‘far parte’ o almeno il
rendere un contributo concreto al gruppo.
Nel caso in esame la corte, condividendo le argomentazioni al riguardo
del Tribunale, ha escluso la sussistenza di elementi indiziari da cui desumere una
condotta del Mamone funzionale all’interesse dell’associazione mafiosa, con
considerazioni giuridicamente corrette. Non ricorre nel provvedimento impugnato
il lamentato vizio di violazione di legge poiché gli elementi valorizzati dal
ricorrente non consentono di configurare un apporto concreto del Mamone al
sodalizio criminoso, pur lasciando emergere significative e risalenti relazioni che
delineano una vicinanza del soggetto ad alcuni esponenti di spicco della
consorteria mafiosa operante in Liguria.
Quanto poi al Mamone Vincenzo deve convenirsi con la corte di appello
che i dati indiziari a suo carico, costituiti principalmente dalle accuse, poi
ritrattate dalla ex-moglie, e da rapporti di frequentazione con alcuni esponenti
della criminalità organizzata sono ancora meno concreti e non consentono di
integrare i presupposti di una pericolosità qualificata.
2.Anche il ricorso proposto nell’interesse di Gino Mamone deve essere
disatteso.
2.1La giurisprudenza di legittimità, in diverse pronunce, ha affermato
che ” è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del
sistema normativo previsto in materia di misure di prevenzione, poiché il giudizio
di pericolosità, in un’ottica costituzionalmente orientata, si fonda sull’oggettiva
valutazione di fatti sintomatici collegati ad elementi certi e non su meri sospetti
senza alcuna inversione dell’onere della prova a carico del proposto, essendo
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Risulta di contro estranea al concetto di appartenenza la mera

incentrati sul meccanismo delle presunzioni in presenza di indizi, i quali devono
essere comunque provati dalla pubblica accusa, rimanendo a carico
dell’interessato soltanto un onere di allegazione per smentirne l’efficacia
probatoria (SS. UU., 25 marzo 2010 n. 13426, Cagnazzo ; Sez. 2 26235/2015,
rv. 264387; Sez. 6, 44608/2015, rv. 265056).
Recentemente questa Corte, proprio al fine di elidere le critiche di genericità ed
indeterminatezza ed evitare una pronuncia di incostituzionalità delle norme in
materia di prevenzione personale e patrimoniale, ha proceduto, in linea con

ad un’interpretazione del diritto interno convenzionalmente e costituzionalmente
conforme al dettato dell’art. 2 Protocollo 4 addizionale della Convenzione ed ha
sottolineato l’importanza della componente ricostruttiva del giudizio di
prevenzione tesa a rappresentare l’apprezzamento di fatti idonei a garantire
l’iscrizione del soggetto proposto in una delle categorie tipizzate di soggetti a
pericolosità generica, precisando che il soggetto coinvolto in un procedimento di
prevenzione non viene ritenuto colpevole o non colpevole in ordine alla
realizzazione di un fatto specifico, ma viene ritenuto”pericoloso o non
pericoloso” ,in rapporto al suo precedente agire per come ricostruito attraverso
le diverse fonti di conoscenza elevate ad indice rivelatore della possibilità di
compiere future condotte perturbatrici dell’ordine sociale e costituzionale o
dell’ordine economico e ciò in ragione delle disposizioni di legge che qualificano
le diverse categorie di pericolosità.
Si è inoltre specificato che in sede di verifica della pericolosità di soggetto
proposto per l’applicazione di misura ai sensi dell’art. 1, comma, 1 lett. a) e b)
D.Lgs. 6 settembre 2011, n. 159, il giudice della prevenzione, in assenza di
giudicato penale, può ricostruire in via autonoma la rilevanza penale di condotte
emerse durante l’istruttoria, dovendosi comunque attribuire rilevanza ai fini
applicativi della misura, all’abituale dedizione a “traffici delittuosi” per tali
intendendosi attività delittuose che comportino illeciti arricchimenti anche senza
il ricorso a mezzi negoziali fraudolenti ,ma anche tutte quelle che sono
caratterizzate dalla finalità patrimoniale o di profitto e che si caratterizzano per
la spoliazione (artt.314, 317, 624, 643, 646, 628, 629 cod. pen.),
l’approfittamento e in genere per l’alterazione di un meccanismo negoziale o dei
rapporti economici, sociali o civili (esemplificativamente: artt. 316-bis, 318, 640,
640-bis, 644, cod. pen.), ovvero alla condotta di vita di chi “vive anche in parte
con i proventi di attività delittuose”. (Sez. 1, 31209/2015, rv. 264320 ; Sez. 1,
51469/2017 , Bosco; Sez. 6 53003/2017 , D’Alessandro).
E’ vero che nessuna misura di prevenzione può essere applicata ove manchi una
congrua ricostruzione di «fatti» idonei a determinare l’inquadramento del
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quanto sollecitato dalla stessa Corte Costituzionale con la sentenza n. 49/2015

soggetto proposto in una delle «categorie specifiche» di pericolosità
espressamente «tipizzate» dal legislatore all’art. 1 e all’art. 4 dell’attuale D.Lgs.
n.159 del 2001, sicchè la espressione della prognosi negativa deriva, appunto,
dalla constatazione di una specifica inclinazione mostrata dal soggetto (dedizione
abituale a traffici delittuosi, finanziamento sistematico dei bisogni di vita almeno
in parte con i proventi di attività delittuose, condotte lesive della integrità fisica o
morale dei minori o della sanità, sicurezza o tranquillità pubblica, indiziati di
appartenenza ad associazioni mafiose e altre ipotesi tipiche, di cui all’art. 4).Le

esclusione dal settore in esame di quelle condotte che, pur potendo inquadrarsi
come manifestazione di pericolosità soggettiva, risultino estranee al «perimetro
descrittivo» di cui agli attuali articoli 1 e 4 del Decreto Legislativo n.159 del
2011.
Questa corte ha avuto modo di affermare che tale inquadramento, da
operarsi sulla base di idonei elementi di fatto (ivi compreso il riferimento alla
condotta e al tenore di vita) presuppone come realizzate con esito positivo, le
seguenti verifiche:
a) la realizzazione di attività delittuose non episodica ma almeno caratterizzante
un

significativo

intervallo

temporale

della

vita

del

proposto;

b) la realizzazione di attività delittuose che siano produttive di reddito illecito (il
provento);
c) la destinazione, almeno parziale, di tali proventi al soddisfacimento dei bisogni
di sostentamento della persona e del suo eventuale nucleo familiare.
Nel caso in esame, la corte territoriale ha adeguatamente esposto l’iter
argomentativo e logico esitato nel giudizio di pericolosità generica , che risulta
fondato su indubbi elementi di fatto.
Con argomentazioni giuridicamente corrette la corte ha affermato che
dai dati acquisisti risulta che il prevenuto vive abitualmente anche in parte con
proventi di attività delittuose ai sensi dell’art. 1 lett.B d.lgs 159/11, come
comprovato dai diversi procedimenti penali in cui è risultato coinvolto, alcuni dei
quali ancora in corso di svolgimento, dai quali emerge il suo frequente ricorso a
pratiche corruttive al fine di ottenere appalti pubblici con conseguente
alterazione delle regole in punto di concorrenza e buon andamento della pubblica
amministrazione.Non va infatti trascurato che l’unico limite all’autonomia del
giudizio di prevenzione è quello della negazione in sede penale, con pronunce
irrevocabili di determinati fatti : ciò in quanto la negazione penale irrevocabile di
un determinato fatto impedisce di ritenerlo esistente e quindi di assumerlo come
elemento iniziale del giudizio di pericolosità sociale.

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indicazioni del legislatore sono infatti da ritenersi ‘tipizzanti’ e determinano la

La condizione di incensurato del Mannone non è dirimente ove si
consideri che il predetto:
è stato imputato per reato associativo teso a turbativa d’asta,
nell’ambito dell’inchiesta Pandora della Procura di Genova avente ad oggetto la
spartizione di appalti pubblici, e già allora erano emersi contatti con affiliati a
sodalizi mafiosi, ma i reati a lui ascritti sono stati dichiarati estinti per
prescrizione;
è stato condannato per corruzione in primo grado in relazione alla

di riferimento, anche se il reato è stato successivamente dichiarato prescritto;
è stato condannato nel 2015, in primo grado, per false fatturazioni in
favore di una società inesistente costituita allo scopo;
è sottoposto a processo, unitamente ai suoi parenti, per associazione a
delinquere finalizzata alla turbativa d’asta , corruzione e abuso atti d’ufficio,
commessi sino al 2013.
Neppure sussistono dubbi in merito all’attualità della pericolosità sociale
del proposto, la cui schietta propensione a ricorrere a pratiche corruttive non può
ritenersi cessata in ragione della liquidazione della società Ecoge s.r.l. a lui
riconducibile, intervenuta nel 2013, poiché dai dati acquisiti emerge che il
predetto è risultato coinvolto anche in operazioni illecite realizzate in favore di
imprese riconducibili ai familiari e costituenti un gruppo imprenditoriale coeso,
che si è articolato nel tempo in oltre 40 società, spesso intrecciate tra loro.
Non ricorrono pertanto i presupposti per la dedotta violazione di legge,
che sussiste quando il provvedimento risulta privo di motivazione o affetto da
motivazione apparente.
2. La seconda censura difensiva con cui si denunzia la genericità
dell’appello del Pubblico Ministero è inammissibile per violazione del principio di
autosufficienza del ricorso, poiché tale atto processuale non è stato allegato al
ricorso e non può pertanto essere oggetto di valutazione. Va comunque rilevato
che dal tenore del decreto della corte di appello emerge che con l’impugnazione
sono state dedotte critiche specifiche all’interpretazione da parte del Tribunale di
dati indizianti già acquisiti al processo, e tanto basta a provocare l’effetto
devolutivo.
3.La terza censura difensiva è manifestamente infondata poiché è noto
che “Nel procedimento di prevenzione, l’autorità giudiziaria può operare una
diversa qualificazione giuridica della pericolosità del proposto, trattandosi di un
potere generale che spetta ad ogni giudice procedente che, se esercitato previa
interlocuzione delle parti sulle questioni dedotte o deducibili collegate alla
proposta, non comporta alcuna violazione del contraddittorio. (Fattispecie in cui
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bonifica di un ex oleificio, per la quale risultava avere versato tangenti ai politici

la proposta di applicazione delle misure di prevenzione personale e patrimoniale
era stata formulata dal pubblico ministero con riferimento alla pericolosità
qualificata del proposto, quale indiziato di appartenenza ad un’associazione
mafiosa, mentre sia il tribunale che la corte d’appello, sulla base dei medesimi
episodi ed elementi di prova dedotti nel corso del giudizio, avevano ritenuto
sussistente la sua pericolosità generica). (Sez. 6, n. 43446 del 15/06/2017 dep. 21/09/2017, Cristodaro e altri, Rv. 27122001).
Nel caso in esame il ricorrente lamenta una violazione del diritto di

base di documenti depositati nel corso di questo giudizio, ma ha implicitamente
riconosciuto di avere avuto piena contezza della richiesta del Pubblico Ministero e
della nuova produzione a suo sostegno, sicchè non emerge alcuna violazione del
principio del contraddittorio.
Si impone pertanto la dichiarazione di inammissibilità del ricorso anche
per genericità, cui consegue ai sensi dell’art. 616 c.p.p., la condanna del
ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento della somma,
ritenuta congrua, di euro duemila alla Cassa delle ammende.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso del Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di
Appello di Genova.
Dichiara inammissibile il ricorso di Mamone Gino e condanna il ricorrente al
pagamento delle spese processuali e della somma di euro duemila in favore della
cassa delle Ammende
Così deliberato in Roma, udienza in camera di consiglio dell’ 11.4.2018.
Il Consigliere estensore

Il P esidente

difesa poiché la diversa qualificazione è stata operata in sede di appello sulla

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