Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 20142 del 24/04/2018


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 20142 Anno 2018
Presidente: DAVIGO PIERCAMILLO
Relatore: BORSELLINO MARIA DANIELA

SENTENZA

Data Udienza: 24/04/2018

SENTENZA A MOTIVAZIONE
SEMPLIFICATA

Sul ricorso proposto dal
Boubagura Yassine, nato il 5/5/1988 in Marocco avverso la
sentenza della Corte di Appello di Salerno del 2/3/2017
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione della causa svolta dal consigliere Maria Daniela
Borsellino;
sentite le conclusioni del Pubblico Ministero,nella persona del
Sostituto Procuratore generale, Massimo Galli che ha chiesto
dichiararsi l’inammissibilità del ricorso.

RITENUTO IN FATTO E IN DIRITTO

1.Con la sentenza impugnata la Corte di appello di Salerno, ha
confermato la sentenza emessa dal Tribunale di Salerno il 16
settembre 2014 che ha condannato l’imputato per i reati di
detenzione per la vendita di 30 paia di scarpe riportanti il logo
contraffatto Nike e di ricettazione dei medesimi beni.
Dalla motivazione emerge che l’imputato veniva fermato mentre si
trovava alla guida di un’automobile, intento a trasportare 30 paia

di scarpe contraffatte, di cui il predetto non sapeva dimostrare la
provenienza e la destinazione
2. Avverso la sentenza ricorre l’imputato, tramite il suo difensore
di fiducia, deducendo con il primo motivo violazione ed errata
applicazione dell’art. 474 cod. pen., sul rilievo che la corte
territoriale ha ritenuto sufficiente ad integrare l’ipotesi illecita la
detenzione da parte dell’imputato di 30 paia di scarpe, in assenza
di adeguata giustificazione di tale possesso, mentre, a giudizio del

quid pluris, atto a dimostrare che la detenzione fosse anche
finalizzata alla rivendita dei beni.
Con il secondo motivo il ricorrente lamenta che la corte territoriale
non ha fornito adeguata motivazione in merito alla finalità della
detenzione.
Con il terzo motivo la difesa lamenta che non sia stata assunta
prova decisiva in merito alla contraffazione della merce
sequestrata, desunta esclusivamente dalle dichiarazioni del teste in
servizio presso la Stazione Carabinieri di Eboli, mentre sarebbe
stato necessario disporre consulenza a tal fine, non potendosi
trarre la prova della falsificazione del marchio esclusivamente per
via testimoniale. Tale profilo, pur essendo stato oggetto di
specifica doglianza nell’atto di gravame, non sarebbe stato preso in
considerazione dalla corte territoriale.
3.1 Il primo motivo di ricorso è palesemente infondato.
È opportuno precisare che nel delitto di detenzione per la vendita
di prodotti industriali con marchi o altri segni distintivi, nazionali o
esteri, contraffatti o alterati, l’elemento soggettivo è costituito dal
dolo specifico, atteso che la destinazione del prodotto alla vendita
rappresenta la finalità che caratterizza la condotta di detenzione.
(Sez. 5, n. 18641 del 17/02/2017 – dep. 14/04/2017,
Gambarrota, Rv. 26992101).
La sentenza di primo grado – sostanzialmente incontestata sul
punto – argomenta, in maniera logica e coerente alle risultanze
processuali richiamate, le ragioni per cui deve ritenersi che i
prodotti detenuti dall’imputato fossero destinati alla vendita e,
dunque, fornisce adeguata motivazione sulla sussistenza del dolo
specifico richiesto per la configurabilità del reato contestato,
valorizzando il numero elevato delle scarpe detenute, senza dubbio
eccedente le esigenze personali dell’imputato, e le caratteristiche

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ricorrente per configurare tale delitto, sarebbe stato necessario un

delle scarpe, di diversi modelli e di diversi numeri per ciascun
modello, unitamente all’assenza di adeguate giustificazioni in
merito alla loro destinazione da parte dell’imputato.
Tanto basta per ritenere dimostrato il dolo specifico della condotta
posta in essere dall’imputato.
3.2 La corte d’appello ha richiamato le relative argomentazioni,
condividendole in fatto e in diritto, e pertanto non sussiste il
dedotto vizio di omessa motivazione.

giudiziale è da considerarsi legittima quando: 1) faccia
riferimento, recettizio o di semplice rinvio, a un legittimo atto del
procedimento, la cui motivazione risulti congrua rispetto
all’esigenza di giustificazione propria del provvedimento di
destinazione; 2) fornisca la dimostrazione che il giudice ha preso
cognizione del contenuto sostanziale delle ragioni del
provvedimento di riferimento e le abbia meditate e ritenute
coerenti con la sua decisione; 3) l’atto di riferimento, quando non
venga allegato o trascritto nel provvedimento da motivare, sia
conosciuto dall’interessato o almeno ostensibile, quanto meno al
momento in cui si renda attuale l’esercizio della facoltà di
valutazione, di critica ed, eventualmente, di gravame e,
conseguentemente, di controllo dell’organo della valutazione o
dell’impugnazione (Sez. 6, n. 53420 del 04/11/2014 – dep.
22/12/2014, Mairajane, Rv. 26183901).
3.3 Il terzo motivo è inammissibile sotto un duplice profilo:
nell’atto di appello la difesa, pur affermando che non erano stati
eseguiti accertamenti incontrovertibili sulla contraffazione della
merce in sequestro, non ha avanzato alcuna specifica richiesta in
merito alla necessità di effettuare perizia sulla merce in sequestro.
Pertanto la difesa non può dolersi in sede di legittimità, per la
prima volta della mancata esecuzione di un accertamento peritale,
che non ha chiesto nella sede di merito.
A questa prima considerazione, deve aggiungersi la constatazione
che “In tema di prova testimoniale, il divieto di apprezzamenti
personali non opera qualora il testimone è persona particolarmente
qualificata, che riferisce su fatti caduti sotto la sua diretta
percezione sensoriale ed inerenti alla sua abituale e specifica
attività, giacchè, in tal caso, l’apprezzamento diventa inscindibile
dal fatto.” (Nella specie, la Corte ha rilevato che la contraffazione

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Ed infatti la motivazione “per relationem” di un provvedimento

di marchi, modelli e segni distintivi ben può essere accertata in via
testimoniale mediante escussione di soggetti qualificati, in virtù
delle conoscenze acquisite nel corso di abituale e specifica
attività). (Sez. 3, n. 29891 del 13/05/2015 – dep. 13/07/2015,
Diouf, Rv. 26444401)
Pertanto la prova testimoniale assunta in giudizio appare
assolutamente idonea a dimostrare la condotta illecita della
contraffazione.

orientamento giurisprudenziale, che il collegio ritiene di
condividere, “La mancata effettuazione di un accertamento peritale
non può costituire motivo di ricorso per cassazione ai sensi
dell’art.606, comma 1, lett. d), cod. proc. pen., in quanto la perizia
non può farsi rientrare nel concetto di prova decisiva, trattandosi
di un mezzo di prova “neutro”, sottratto alla disponibilità delle parti
e rimesso alla discrezionalità del giudice, laddove l’articolo citato,
attraverso il richiamo all’art. 495, comma 2, cod.proc.pen., si
riferisce esclusivamente alle prove a discarico che abbiano
carattere di decisivítà. (Sez. U, n. 39746 del 23/03/2017 – dep.
31/08/2017, A e altro, Rv. 27093601).
4.Per le considerazioni sin qui esposte, il ricorso deve essere
dichiarato inammissibile.
Alla inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente
al pagamento delle spese processuali, nonché, ai sensi dell’art. 616
c.p.p., valutati i profili di colpa nella determinazione della causa di
inammissibilità emergenti dal ricorso (Corte cost. 13 giugno 2000,
n. 186), al versamento della somma, che si ritiene equa, di euro
duemila a favore della Cassa delle ammende.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al
pagamento delle spese processuali e della somma di euro 2000 in
favore della Cassa delle ammende.
Motivazione semplificata.
Così deciso in camera di consiglio il 24 aprile 2018
Il consigliere est.

Il residente

Non va, infine, trascurato che secondo un consolidato

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