Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 20133 del 11/04/2018


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 20133 Anno 2018
Presidente: DAVIGO PIERCAMILLO
Relatore: BORSELLINO MARIA DANIELA

SENTENZA

Sul ricorso proposto da:
La Rupa Franco nato ad Amantea il 25/10/1998, avverso le ordinanze
dibattimentali pronunziate il 30 novembre 2016 e 1’11 gennaio 2017 e la
sentenza emessa il 5 aprile 2017 dalla Corte di appello di Catanzaro,
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione della causa svolta dal consigliere Maria Daniela Borsellino;
sentite le conclusioni del Pubblico Minístero,nella persona del Sostituto
Procuratore generale Stefano Tocci, che ha chiesto il rigetto del ricorso;
sentite le conclusioni dell’avv. Gregorio Barba per l’imputato, che ha insistito nei
motivi di ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1.Con la sentenza impugnata la Corte di appello di Catanzaro, decidendo in sede
di rinvio dalla Corte di Cassazione, ha confermato il giudizio di responsabilità a
carico dell’imputato per il reato previsto dall’art. 416 ter cod.pen., formulato con
la sentenza pronunziata dal Tribunale di Castrovillari il 18 luglio 2011, e , previa
concessione delle circostanze attenuanti generiche, ha ridotto la pena inflitta al
La Rupa.
1

Data Udienza: 11/04/2018

Secondo l’accusa Franco La Rupa, nella veste di candidato per le elezioni
regionali del 2005, si accordava con Antonio Forastefano, capo dell’omonimo clan
della n’ndrangheta operante in Cassano Ionio, all’epoca sottoposto alla misura
cautelare degli arresti domiciliari, impegnandosi a corrispondere denaro in
cambio di voti.
Il giudizio di responsabilità a carico dell’imputato si fonda principalmente sulla
chiamata in correità di Antonio Forastefano, divenuto collaboratore di giustizia,
ed assunto dal tribunale ex art. 507 cod. proc.pen., dopo la chiusura della

ritenute dai giudici di merito intrinsecamente attendibili e confortate da
significativi riscontri esterni, offerti dal tenore di alcune intercettazioni, dalle
dichiarazioni di Lucia Bariova,del collaboratore Francesco Elia e di Adamo Bruno.
Questa Corte , con sentenza del 3 marzo 2016 ha, tuttavia, annullato con rinvio
la prima pronunzia emessa dalla corte di appello, poiché aveva rigettato la
doglianza relativa all’omessa escussione di Giuseppe Pulignano, soggetto che
avrebbe operato da intermediario tra l’imputato e il collaboratore Forastefano, e
del comandante pro tempore della stazione Carabinieri di Cassano allo Ionio,
affermando che tali prove orali,invocate dalla difesa dopo l’escussione ex art.
507 cod.proc.pen. del Forastefano e già ritenute superflue dal Tribunale,
sarebbero risultate, la prima, non attendibile ed entrambe non necessarie.
La Corte precisava che nel caso di assunzione d’ufficio di nuovi mezzi di prova, in
forza del combinato disposto dell’articolo 190, comma uno, in relazione
all’articolo 495, comma 2 cod.proc.pen., è riconosciuto alle parti il diritto alla
prova contraria, che può essere negato dal giudice solo in caso di prove
superflue o irrilevanti.
Annullava pertanto la sentenza di secondo grado, perché la corte territoriale
aveva erroneamente motivato il rigetto dell’istanza di rinnovazione
dibattimentale, applicando l’improprio parametro della non indispensabilità,
precisando tuttavia che il giudizio sulle eventuale superfluità delle stesse
competeva alla corte di merito.
Con le ordinanze istruttorie impugnate, emesse il 22 novembre 2016 e 1’11
gennaio 2017, la corte di appello, investita del giudizio di rinvio, ha respinto la
richiesta di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale avanzata nell’interesse del
La Rupa, relativamente all’escussione di Giuseppe Pulignano, indicato come
l’intermediario tra La Rupa e Forastefano, che si occupò altresì di consegnare il
corrispettivo pattuito, e del Comandante pro tempore della Stazione dei
Carabinieri, affermando che i detti mezzi istruttori si appalesano del tutto
superflui, giàcche volti ad accertare circostanze che, alla luce delle complessive
risultanze processuali, non necessitano di ulteriori chiarimenti o specificazioni.
2

discussione in primo grado. Le accuse del Forastefano sono state concordemente

2. Con il ricorso presentato nell’interesse del La Rupa, il difensore deduce:
1)

inosservanza degli artt. 178 lett. C e 420 ter cod.proc.pen., e vizio di

motivazione, nonché nullità delle sentenze di primo e secondo grado, per il
mancato riconoscimento all’udienza dibattimentale tenutasi dinanzi al Tribunale il
19 gennaio 2011 del legittimo impedimento a comparire per comprovati motivi di
salute dell’imputato, documentati nella certificazione sanitaria acquisita dal
giudice di rinvio. Al riguardo la difesa premette che tale censura era già stata
proposta e respinta nel precedente giudizio di appello ed era stata nuovamente

Suprema Corte aveva, tuttavia, ritenuto la detta censura assorbita
nell’accoglimento del primo motivo e non ne aveva pertanto esaminato
l’ammissibilità e la fondatezza.
Il ricorrente lamenta, la contraddittorietà e illogicità manifesta della motivazione
del giudice di rinvio che, dopo aver acquisito la documentazione sanitaria
attestante le precarie condizioni di salute del La Rupa all’epoca dell’udienza del
19 gennaio 2011, ha ribadito la correttezza della valutazione operata dal primo
giudice, sulla base del giudizio espresso dal sanitario incaricato, in merito al
rigetto della richiesta di rinvio per assenza di legittimo impedimento, pur dando
atto che quel giorno prima dell’arrivo del medico incaricato dal tribunale
l’imputato aveva assunto farmaci che avevano sensibilmente ridotto i sintomi
dell’insorto malessere, sicché l’istanza di rinvio dell’imputato non poteva ritenersi
strumentale e meritevole di censura, come affermato dal Tribunale.
Secondo il ricorrente tale argomentare sarebbe, per un verso, carente e ,per
altro verso, contraddittorio in quanto si afferma che l’istanza di rinvio sarebbe
stata correttamente respinta per mancanza di legittimo impedimento a
comparire, pur risultando provate le non buone condizioni di salute dell’imputato.
La difesa deduce inoltre la violazione del diritto di difesa dell’imputato poiché la
patologia attestata nella certificazione sanitaria è compatibile con il decorso
clinico in polmonite refertato in epoca immediatamente successiva e conferma
che il predetto si trovava in una situazione invalidante, tale da integrare i
presupposti contemplati dall’articolo 420 ter cod.proc.pen..
2) inosservanza dell’art. 627 comma tre cod.proc.pen. per violazione dell’obbligo
del giudice di rinvio di uniformarsi alla sentenza di annullamento della Corte di
cassazione del 3 marzo 2016; mancata assunzione di prove orali e documentali
decisive; inosservanza degli artt. 178, 187,190 comma 1,495 comma due
603,125 comma 3, 146 comma tre cod.proc.pen. nonché, 24, 111 comma 3 e
117 Costituzione, e artt.1 e 6 comma 3lett. D) e 13 CEDU.
Secondo il ricorrente, con le ordinanze impugnate, la corte di appello è venuta
meno all’obbligo del giudice di rinvio di uniformarsi alla sentenza rescindente
3

dedotta con il secondo motivo nuovo del primo ricorso per Cassazione. La

della corte di legittimità e, nel ribadire la ritenuta superfluità della sollecitata
escussione dei testi a discarico, ha adottato una motivazione carente,
meramente assertiva, palesemente illogica e contraddittoria.
Rileva il ricorrente che in un sistema processuale caratterizzato dalla dialettica
delle parti il giudice deve limitarsi a valutare la pertinenza della prova al

thema

decidendum mentre ogni altra diversa valutazione, connessa alla attendibilità
della prova e al risultato della stessa esula dai poteri del giudice.
Sottolinea, inoltre, che il giudice di appello avrebbe dovuto decidere ex art. 190

potere, simmetrico rispetto al diritto alla prova della parte, di escludere le prove
manifestamente superflue e irrilevanti. Nel caso in esame la prova contraria
richiesta dalla difesa risultava decisiva sotto il profilo della attendibilità del
chiamante in correità, in quanto avrebbero potuto determinare un diverso
convincimento del giudice di merito.
La difesa deduce inoltre che le dichiarazioni rese dal collaboratore Francesco
Elia, che a giudizio della corte di appello confermerebbero quelle del Forastefano
rendendo superflua l’escussione del Pulignano, risultano inutilizzabili, in quanto
acquisite in altro procedimento penale relativo ad altra imputazione totalmente
eterogenea rispetto all’attuale, e non esauriscono il perimetro della prova
contraria richiesta per l’escussione di Pulignano, che erroneamente è stata
ritenuta superflue dalla corte.
A sostegno del proprio assunto il ricorrente sottolinea come l’audizione del
Pulignano avrebbe consentito di identificare l’intermediario attraverso il quale
sarebbe stato stretto l’accordo di scambio elettorale politico mafioso, nonché il
latore della somma di denaro al capo clan, dal momento che questo ruolo è stato
attribuito dal Forastefano a Pulignano mentre il tribunale avrebbe individuato tale
Fabio Di Bella come il soggetto che consegnò il denaro. Allo stesso modo
secondo la difesa risulta determinante la testimonianza del comandante pro
tempore della stazione dei carabinieri in merito alle modalità di controllo del
Forastefano.
Deduce inoltre che anche le informazioni sul periodo di detenzione carceraria di
Gennaro Ditto sono state, a torto, ritenute irrilevanti, sul presupposto che il Ditto
indicato dal Forastefano non fosse stato compiutamente identificato e potesse
essere soggetto omonimo del detenuto.
A sostegno di tale assunto, la difesa sottolinea che il Ditto indicato dal
Forastefano è stato specificamente individuato in Ditto Gaetano nella requisitoria
conclusiva svolta dal pubblico ministero. Inoltre lamenta che la documentazione
relativa allo stato di detenzione del Ditto in occasione del presunto incontro
riferito dal Forastefano , essendo stata inserita nella memoria difensiva, avrebbe
4

cod.proc.pen. e non ex art. 603 cod.proc.pen. esercitando adeguatamente il

comunque dovuto essere presa in considerazione dal giudice di rinvio, in quanto
l’omessa valutazione di una memoria difensiva costituisce violazione dell’articolo
121 cod.proc.pen. e determina una nullità di ordine generale.
3)

inosservanza dell’art. 416 ter cod.pen., 192, 533,535 cod.proc.pen. in

riferimento al principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio e manifesta illogicità
della motivazione su fatti decisivi sotto il profilo del travisamento della prova.
Il ricorrente deduce che con il quinto motivo nuovo del primo ricorso l’imputato
aveva dedotto violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla

cassata, anche in considerazione del giudicato cautelare riproposto dinanzi al
giudice di rinvio, ma la risposta della corte territoriale su tale motivo, che
essendo stato ritenuto assorbito dalla corte suprema, deve essere preso in
considerazione dal giudice del rinvio, risulta carente, manifestamente illogica e
tautologica. Il ricorrente reitera la censura di violazione di legge per la
inattendibilità intrinseca ed estrinseca della chiamata in correità, per la
mancanza di riscontri alle dichiarazioni del Forastefano,

per la carenza e

manifesta illogicità della sentenza impugnata rispetto alla valutazione delle prove
acquisite, nonché per il mancato perfezionamento dell’accordo avuto riguardo
alle stesse dichiarazioni del collaboratore per mancanza della metodologia
mafiosa nel procacciamento dei voti.
4) inosservanza ed erronea applicazione degli articoli 132 e 133 cod.proc.pen. in
ordine al trattamento sanzionatorio per la manifesta illogicità della motivazione e
omessa valutazione dei dati probatori emersi dal dibattimento. Il ricorrente
deduce che nel determinare il trattamento sanzionatorio la corte territoriale non
ha valutato il carattere, la condotta di vita dell’imputato e il suo stato di
sostanziale incensuratezza mentre ha fatto ricorso ai criteri previsti dall’articolo
133 cod.pen. solo per giustificare un trattamento sanzionatorio pregiudizievole
per l’imputato.

Considerato in diritto

1. Al fine di delimitare il thema decidendum devoluto a questa corte, prima di
affrontare i singoli motivi di ricorso, occorre tenere presente che si è celebrato
altro precedente giudizio esitato con l’annullamento con rinvio della prima
sentenza di appello, e ricordare che “In caso di annullamento parziale ex art.
624 cod. proc. pen., la sentenza emessa dal giudice del rinvio è suscettibile di
ricorso in cassazione, oltre che per inosservanza dell’obbligo di uniformarsi alla
decisione di annullamento, anche in relazione ai “punti” annullati, a quelli in
rapporto di connessione essenziale con essi e a quelli non decisi dalla Corte di
5

interpretazione della frase attribuita al La Rupa a pag. 2 della sentenza poi

cassazione, in quanto ritenuti assorbiti nel motivo di ricorso accolto. (Sez. 6, n.
11949 del 31/01/2017 – dep. 13/03/2017, Aquilone e altro, Rv. 26938301).
Il giudice di rinvio è vincolato, ai sensi dell’art. 546, comma 1, cod. proc. pen.,
alla decisione della corte di cassazione limitatamente a ciò che concerne le
questioni di diritto decise, ma non in ordine a questioni che la Corte non ha
deciso, dichiarando i relativi motivi assorbiti in quello accolto con la pronunzia di
annullamento (Sez. 2, n. 2812 del 25/10/1991 – dep. 16/03/1992, Mastroleo ed
altri, Rv. 189311; Sez. 4, n. 2476 del 28/10/1985 – dep. 26/03/1986,

Di contro non può proporsi nuovo ricorso in relazione a punti della decisione che
non sono stati dedotti con la prima impugnazione, poiché la sentenza di
cassazione, inoppugnabile per dettato di legge, copre il dedotto e il deducibile.
Ciò posto, dalla lettura della sentenza di questa corte del 3/3/2016 emerge che
il primo ricorso del La Rupa deduceva unicamente violazione di legge e vizio di
motivazione in relazione ad una presunta immutazione del fatto contestato e al
rigetto dell’istanza dell’esame del Pulignano, e una censura in merito al diniego
delle attenuanti generiche.
Altre critiche relative alla pretesa nullità della sentenza e in merito
all’affermazione di responsabilità del La Rupa venivano sollevate con i motivi
nuovi presentati dall’attuale difensore, che ampliavano l’oggetto del devoluto.
La Corte respingeva la censura relativa alla presunta immutazione del fatto,
accoglieva il motivo relativo al rigetto dell’istanza istruttoria, e si pronunziava in
merito a quelle critiche che, pur essendo state devolute solo con i motivi nuovi,
erano ammissibili, poichè avrebbero potuto essere rilevate ex officio ex art. 609
comma 2 cod.proc.pen..
Di contro riteneva assorbiti e non si pronunziava sull’ammissibilità e sulla
fondatezza del secondo e del quinto motivo di ricorso.
2.Tanto premesso, va rilevato che l’eccezione di nullità del procedimento, per
mancato riconoscimento del legittimo impedimento dell’imputato da parte del
tribunale all’udienza del 30/11/2016, era stata dedotta solo con il secondo
motivo nuovo del primo ricorso per cassazione. Tale censura , risultando del
tutto eccentrica rispetto al ricorso originario, era inammissibile, poiché i motivi
nuovi devono intervenire nell’ambito di quanto già devoluto con quelli originali e
l’unica eccezione è costituita dalla deduzione di questioni rilevabili d’ufficio in
ogni stato e grado del processo.
Ed infatti è pacifico che “In tema di ricorso per cassazione, la presentazione di
motivi nuovi è consentita entro i limiti in cui essi investano capi o punti della
decisione già enunciati nell’atto originario di gravame, poiché la “novità” è
riferita ai “motivi”, e quindi alle ragioni che illustrano ed argomentano il gravame
6

Barbagallo, Rv. 172246).

su singoli capi o punti della sentenza impugnata, già censurati con il ricorso
(Sez. 1, n. 40932 del 26/05/2011 – dep. 10/11/2011, Califano e altri, Rv.
25148201).
La censura è pertanto inammissibile ma è anche palesemente infondata poiché la
corte territoriale ha ribadito, con argomentazioni immuni da contraddizioni e vizi
logici, che l’istanza di rinvio fondata sulle precarie condizioni di salute
dell’imputato era stata correttamente respinta dal Tribunale, sulla base
dell’accertamento sanitario disposto che, pur riscontrando a carico dell’imputato

assoluta di presenziare all’udienza.
La successiva evoluzione della patologia presente alla data dell’udienza in
polmonite non appare rilevante ai fini della valutazione del carattere assoluto o
meno dell’impedimento a comparire con riguardo all’epoca dell’accertamento.
Il tribunale prima e la corte di appello dopo abbiano fatto buon governo dei
principi affermati in materia dalla giurisprudenza di legittimità, la quale ha più
volte ribadito che è sottratto al proprio sindacato il provvedimento con cui il
giudice di merito rigetta l’istanza di rinvio del dibattimento sulla base di una
motivazione immune da vizi logici e giuridici con la quale si dà ragione del fatto
che l’impedimento dedotto non riveste i caratteri di assolutezza richiesti dalla
legge. (Sez. 2, n. 36879 del 31/03/2017 – dep. 25/07/2017, T, Rv. 27116701).
4. Il secondo motivo di ricorso è palesemente infondato.
E’ noto che, a seguito di annullamento da parte della Corte di cassazione per
inosservanza o erronea applicazione di norme penali o processuali, il giudice del
rinvio deve ritenersi vincolato unicamente ai principi ed alle questioni di diritto
decise con la sentenza di annullamento, con esclusione di ogni altra restrizione
derivabile da eventuali passaggi di natura argomentativa contenuti nella
motivazione della sentenza di legittimità, soprattutto ove riferibile a questioni di
mero fatto attinenti il giudizio di merito. (Sez. 4, n. 41388 del 24/09/2013 dep. 07/10/2013, Di Gregorio, Rv. 25689301)
Nel caso in esame questa Corte ha annullato la sentenza poiché i giudici di
secondo grado avevano respinto la doglianza relativa al diniego da parte del
Tribunale della controprova alla audizione del Forastefano, affermando che i testi
di cui la difesa richiedeva l’escussione non erano assolutamente necessari ai fini
del decidere, mentre, trattandosi di controprova rispetto alla prova dichiarativa
assunta ex articolo 507 cod.proc.pen., avrebbe dovuto utilizzare il diverso
parametro previsto dall’articolo 190 comma unico.proc.pen. che consente al
giudice di escludere soltanto le prove manifestamente superflue o irrilevanti.

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uno stato patologico, non lo aveva ritenuto di entità tale da impedirgli in maniera

E tuttavia è stato affermato in modo esplicito che non compete alla cognizione
del giudice di legittimità l’apprezzamento della superfluità o irrilevanza delle
prove orali richieste ai giudici di merito.
Ed infatti deve ribadirsi che “Il diritto alla prova riconosciuto alle parti implica la
corrispondente attribuzione del potere di escludere le prove manifestamente
superflue ed irrilevanti, secondo una verifica di esclusiva competenza del giudice
di merito che sfugge al sindacato di legittimità ove abbia formato oggetto di
apposita motivazione immune da vizi logici e giuridici”. (Sez. U, n. 15208 del

Nel caso in esame il collegio di rinvio ha fornito congrua motivazione in merito
alla superfluità dell’escussione testimoniale invocata, e a pag. 27 della sentenza
ha approfondito le ragioni delle ordinanze dibattimentali di rigetto della richiesta
di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, ribadendo la evidente superfluità
dei mezzi istruttori richiesti dalla difesa, sul rilievo che le dichiarazioni del
Forastefano in merito all’incontro avuto con l’imputato trovano conferma nelle
puntuali dichiarazioni del collaboratore Francesco Elia. Allo stesso modo
superflua è stata ritenuta l’invocata escussione del comandante pro tempore
della Stazione dei carabinieri di Cassano Ionio in ordine alle modalità dei controlli
presso l’abitazione in cui Forastefano era ristretto in regime di arresti domiciliari,
all’epoca dell’incontro, dal momento che nel corso del giudizio è pacificamente
emerso che l’incontro tra l’imputato e il Forastefano era intervenuto subito dopo
l’esecuzione di un controllo domiciliare di Polizia. Trattasi di motivazione congrua
e immune da manifeste illogicità.
La difesa ha contestato la carenza della motivazione resa al riguardo dalla corte
territoriale, sostenendo che le istanze istruttorie difensive a prova contraria
dovevano essere accolte, perché decisive, in quanto dirette ad introdurre altri
elementi di riscontro rilevanti ai fini del giudizio di attendibilità del collaboratore
di giustizia.
Non va, però, trascurato che può ritenersi “decisiva”, secondo la previsione
dell’art. 606 lett. d) cod. proc. pen., la prova che, confrontata con le
argomentazioni contenute nella motivazione, si riveli tale da dimostrare che, ove
esperita, avrebbe sicuramente determinato una diversa pronuncia; ovvero quella
che, non assunta o non valutata, vizia la sentenza intaccandone la struttura
portante (Sez. 4, n. 6783 del 23/01/2014 – dep. 12/02/2014, Di Meglio, Rv.
25932301), mentre nel caso di specie, le conseguenze che la difesa intende
trarre da tale escussione sembrano avere piuttosto carattere “meramente
congetturale” non risultando dal tenore del ricorso ciò che il Pulignano, ove
citato, avrebbe potuto “eventualmente” dimostrare.

8

25/02/2010 – dep. 21/04/2010, Mills, Rv. 24658501).

La censura appare, pertanto, generica poiché il ricorrente non deduce specifici
elementi che possano inficiare il giudizio di attendibilità già positivamente
formulato dalla corte nei confronti del Forastefano, limitandosi ad avanzare
congetture in merito al portato dichiarativo del Pulignano, di cui peraltro non è
certa la veste processuale.
Va poi evidenziato che l’eccezione di inutilizzabilità delle dichiarazioni di
Francesco Elia, indicato dalla corte territoriale come decisivo elemento di
riscontro delle dichiarazioni del Forastefano, deve ritenersi preclusa in questa

respinta con la sentenza del 18 aprile 2013 ( v.pagina 11), non è stata dedotta
dinanzi a questa corte con il primo ricorso e sulla stessa si è formata una
preclusione processuale.
Neppure è vero che le dichiarazioni del collaboratore Elia non esauriscano il
perimetro della prova contraria poiché la corte territoriale ha precisato che, a
dispetto di quanto sostenuto dal ricorrente, costui ha riferito non soltanto
relativamente al primo incontro tra Forastefano e l’imputato ma anche in ordine
alla consegna al Pulignano del denaro da portare all’imputato.
5. Anche il terzo motivo di ricorso con cui la difesa denunzia violazione di legge e
manifesta illogicità della motivazione in merito all’affermazione di responsabilità
dell’imputato, sotto il profilo dell’attendibilità intrinseca ed estrinseca del
Forastefano, deve ritenersi inammissibile, in quanto la detta censura è stata
avanzata nel primo giudizio dinanzi a questa Corte con il quinto dei nuovi motivi,
che hanno indebitamente cercato di ampliare il devoluto.
A ciò si aggiunga che la stessa si risolve in censure di merito precluse nel
giudizio di legittimità, a fronte di una specifica motivazione della corte di appello,
immune da vizi logici e contraddizioni interne e di una dettagliata sentenza del
G.U.P. che, stante la doppia affermazione di responsabilità, si fonde con la
prima.
Inammissibile si palesa anche il lamentato travisamento della prova, riguardo la
interpretazione del colloquio intercorso tra Forastefano e l’imputato.
A prescindere dalla tardiva deduzione con i motivi nuovi, occorre precisare che il
travisamento della prova consiste in un errore percettivo e non valutativo della
prova stessa, tale da minare alle fondamenta il ragionamento del giudice e il
sillogismo che adesso presiede. In particolare consiste nell’affermare come
esistenti fatti certamente non esistenti ovvero come inesistenti fatti certamente
esistenti.
Poiché il vizio riguarda la ricostruzione del fatto effettuata utilizzando la prova
travisata, se l’errore è imputabile al giudice di primo grado la relativa questione
deve essere devoluta al giudice dell’appello, pena la sua preclusione nel giudizio
9

sede, poiché la relativa doglianza, avanzata dinanzi alla corte di appello e

di legittimità, non potendo essere dedotto con ricorso per cassazione in caso di
cosiddetta doppia conforme, il vizio di motivazione in cui sarebbe incorso il
giudice di secondo grado se il travisamento non gli era stato rappresentato
(sez.5 numero 48703 del 24 settembre 2014, Biondetti, RV261438) a meno che
per rispondere alle critiche sollevate dal difensore il giudice di secondo grado
abbia richiamato dati non esaminati dal giudice di primo grado, nel qual caso il
vizio può essere eccepito. (Sezione quarta numero 4060 del 12 dicembre 2013
RV 258438).L’insufficienza o la errata valutazione del contenuto informativo della

Ma nel caso di specie la doglianza difensiva si appunta sull’interpretazione di una
frase attribuita dal Forastefano al La Rupa, già valorizzata dal primo giudice,
sicchè al più potrebbe configurarsi un vizio di motivazione, rilevante solo se
rientra nell’ambito della manifesta illogicità.
Anche la critica del rigetto della richiesta di acquisire informazioni sul periodo di
detenzione carceraria di Ditto Gennaro, ritenuta dalla corte territoriale superflua
alla luce del concreto tenore delle dichiarazioni rese dal Forastefano, era già
stata ritenuta infondata con la prima sentenza di appello, e non è stata poi
dedotta con il primo ricorso in sede di legittimità, neppure con i motivi nuovi,
sicché anche relativamente a tale censura opera un’evidente preclusione
processuale, poiché la sentenza di cassazione, inoppugnabile per dettato di
legge, copre il dedotto e il deducibile.
Va, in ogni caso, rilevato che il giudice di rinvio ha adeguatamente motivato in
merito al rigetto dell’istanza istruttoria e ha altresì ribadito l’inconducenza della
dedotta falsità della presenza del Ditto in occasione della consegna al
Forastefano dei manifesti elettorali, essendo il predetto all’epoca detenuto, in
quanto non era certa la corrispondenza tra la persona indicata dal Forastefano
con il solo cognome Ditto e il soggetto all’epoca detenuto.
6. Quanto alla censura in merito al trattamento sanzionatorio, la stessa è
preclusa in questa sede poiché non è mai stata dedotta con i motivi del primo
ricorso, se non sotto il profilo del diniego delle attenuanti generiche, ( v.pag. 2
della sentenza Cass.sez.2 n.16397/16), che sono state poi riconosciute dal
collegio di rinvio, il quale ha altresì ridotto la pena base fissandola nella media
edittale.
Va peraltro rilevato che la corte ha dato adeguata spiegazione in merito
all’inopportunità di contenere la pena nel minimo edittale, valorizzando le
esecrabili modalità esecutive del delitto,che hanno visto un candidato alle
istituzioni regionali chiedere appoggio elettorale al capo di un’organizzazione
criminosa all’epoca sottoposto a misura cautelare, e condividendo le
argomentazioni rese al riguardo dal primo giudice.
10

prova è cosa radicalmente diversa dal suo travisamento.

7.Si impone pertanto la declaratoria di inammissibilità del ricorso, cui consegue
ai sensi dell’art. 616 cod.proc.pen., la condanna del ricorrente al pagamento
delle spese processuali e al versamento della somma, ritenuta congrua, di euro
duemila alla Cassa delle ammende

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro duemila in favore della Cassa delle
Ammende.

Il Consigliere estensore
Il Presidente

Così deliberato in Roma, udienza in camera di consiglio dell’ 11.4.2018

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