Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 19910 del 23/03/2018


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 19910 Anno 2018
Presidente: SAVANI PIERO
Relatore: MENGONI ENRICO

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
BRAVETTI MASSIMILIANO nato il 02/02/1977 a PIACENZA

avverso la sentenza del 23/06/2017 della CORTE APPELLO di BOLOGNA
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere ENRICO MENGONI;

Data Udienza: 23/03/2018

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 23/6/2017, la Corte di appello di Bologna, in parziale
riforma della pronuncia emessa il 3/12/2012 dal Tribunale di Piacenza,
rideterminava la pena inflitta a Massimiliano Bravetti in un anno, due mesi di
reclusione e 2.000,00 euro di multa, in ordine al delitto di cui agli artt. 81 cpv.,
cod. pen., 73, comma 5, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309.
2. Propone ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo del proprio difensore,

correttamente configurato il profilo giuridico della vicenda, ben riferibile
all’ipotesi di consumo di gruppo; del pari, nessuna prova certa sarebbe stata
raggiunta quanto alla destinazione dello stupefacente allo spaccio. Lamenta, da
ultimo, il mancato riconoscimento nel massimo delle circostanze attenuanti
generiche.

CONSIDERATO IN DIRITTO

3. Il gravame risulta manifestamente infondato.
Al riguardo, occorre innanzitutto ribadire che il controllo del Giudice di
legittimità sui vizi della motivazione attiene alla coerenza strutturale della
decisione di cui si saggia l’oggettiva tenuta sotto il profilo logico-argomentativo,
restando preclusa la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della
decisione e l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e
valutazione dei fatti (tra le varie, Sez. 6, n. 47204 del 7/10/2015, Musso, Rv.
265482; Sez. 3, n. 12110 del 19/3/2009, Campanella, n. 12110, Rv. 243247).
In tal modo individuato il perimetro di giudizio proprio della Suprema Corte,
osserva allora il Collegio che le censure mosse dal ricorrente al provvedimento
impugnato si evidenziano come inammissibili; ed invero, dietro la parvenza di
una violazione dì legge o di un vizio motivazionale, lo stesso di fatto tende ad
ottenere in questa sede una nuova ed alternativa lettura delle medesime
emergenze istruttorie già esaminate dai Giudici di merito, sollecitandone una
valutazione diversa e più favorevole.
Il che, come riportato, non è consentito.
4. La doglianza, inoltre, oblitera che la Corte di appello – pronunciandosi
proprio sulla questione qui riprodotta – ha steso una motivazione del tutto
congrua, fondata su oggettive risultanze dibattimentali e non manifestamente
illogica; come tale, quindi, non censurabile. In particolare, il Collegio ha
evidenziato che la responsabilità del Brevetti in ordine alle condotte di spaccio
emergeva: a) dalla diretta osservazione della polizia giudiziaria, che ne aveva

chiedendo l’annullamento della sentenza. La Corte di merito non avrebbe

studiato per giorni i movimenti sospetti; b) dall’esito della perquisizione svolta
dai Carabinieri in occasione dell’appostamento conclusivo (che aveva confermato
natura e scopo dei movimenti dell’imputato e del correo Timothi Fummi); c) da
quanto riferito dal medesimo coimputato e dai due acquirenti Febbrili e
Zavattoni, reciprocamente confermato e del tutto convergente nell’ottica
dell’imputazione; d) dall’assenza di qualsivoglia indice rilevatore dell’uso di
sostanza di gruppo, qui rivendicato in termini fattuali e generici. Da ultimo, la
sentenza di appello ha richiamato dichiarazioni parzialmente confessorie rese dal

Piacenza. Dal che la prova che il ricorrente – che di certo acquistava anche per
sé, quale tossicodipendente – era solito cedere a terzi la sostanza, come da
congrui elementi istruttori richiamati.
5. Infine, quanto alle circostanze attenuanti generiche, la sentenza di
appello ne ha motivato la concessione – in misura non massima – ancora con
argomento congruo e non censurabile; al riguardo, infatti, ha per un verso
evidenziato l’ammissione di responsabilità compiuta dall’imputato, e, per altro
verso, la solo parziale collaborazione da questi fornita, giunta peraltro a seguito
di un’attività illecita protratta per almeno un anno e mezzo.
6. Il ricorso, pertanto, deve essere dichiarato inammissibile. Alla luce della
sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella
fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che «la parte abbia proposto il
ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di
inammissibilità», alla declaratoria dell’inammissibilità medesima consegue, a
norma dell’art. 616 cod. proc. pen., l’onere delle spese del procedimento nonché
quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende,
equitativamente fissata in euro 3.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle
ammende.
Così deciso in Roma, il 23 marzo 2018

DEPOSiTATA

Bravetti, a mente delle quali aveva ceduto dosi di cocaina ad alcuni amici a

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