Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 19905 del 23/03/2018


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 19905 Anno 2018
Presidente: SAVANI PIERO
Relatore: MENGONI ENRICO

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
MACIDONIO ANTHONY nato il 03/07/1988 a MARINO

avverso la sentenza del 07/11/2016 della CORTE APPELLO di ROMA
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere ENRICO MENGONI;

Data Udienza: 23/03/2018

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 7/11/2016, la Corte di appello di Roma confermava la
pronuncia emessa il 5/2/2014 dal Tribunale di Velletri, ufficio periferico di
Frascati, con la quale Anthony Macidonio era stato giudicato colpevole di plurime
violazioni ex d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, d. Igs. 22 gennaio 2004, n. 42, art.
349 cod. pen.
2. Propone ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo del proprio difensore,

confermato la condanna pur a fronte di mere opere interne di risanamento
conservativo; quanto al trattamento sanzionatorio, il Macidonio avrebbe meritato
le circostanze attenuanti generiche prevalenti, anche alla luce della giovane età.
Da ultimo, ben avrebbe potuto trovare applicazione la causa di non punibilità di
cui all’art. 131-bis cod. pen.
E’ stata depositata memoria con motivi aggiunti.

CONSIDERATO IN DIRITTO

3. Il gravame risulta manifestamente infondato.
Al riguardo, occorre innanzitutto ribadire che il controllo del Giudice di
legittimità sui vizi della motivazione attiene alla coerenza strutturale della
decisione di cui si saggia l’oggettiva tenuta sotto il profilo logico-argomentativo,
restando preclusa la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della
decisione e l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e
valutazione dei fatti (tra le varie, Sez. 6, n. 47204 del 7/10/2015, Musso, Rv.
265482; Sez. 3, n. 12110 del 19/3/2009, Campanella, n. 12110, Rv. 243247).
In tal modo individuato il perimetro di giudizio proprio della Suprema Corte,
osserva allora il Collegio che le censure mosse dal ricorrente al provvedimento
impugnato si evidenziano come inammissibili; ed invero, dietro la parvenza di
una violazione di legge o di un vizio motivazionale, lo stesso di fatto tende ad
ottenere in questa sede una nuova ed alternativa lettura delle medesime
emergenze istruttorie già esaminate dai Giudici di merito, sollecitandone una
valutazione diversa e più favorevole.
Il che, come riportato, non è consentito.
4. La doglianza, inoltre, oblitera che la Corte di appello – pronunciandosi
proprio sulla questione qui riprodotta – ha steso una motivazione del tutto
congrua, fondata su oggettive risultanze dibattimentali e non manifestamente
illogica; come tale, quindi, non censurabile. In particolare, la sentenza ha
evidenziato che la disciplina della DIA non risultava applicabile al caso di specie,

chiedendo l’annullamento della pronuncia. La Corte di appello avrebbe

relativo a lavori da eseguirsi su manufatti originariamente abusivi e mai
condonati; sicché gli interventi ulteriormente compiuti su tali immobili “ripetono
le caratteristiche di illegittimità dell’opera principale alla quale ineriscono
strutturalmente”. Argomento adeguato e corretto, sul quale, peraltro, il gravame
non spende alcuna considerazione.
5. Con riferimento, poi, alle circostanze attenuanti generiche, richieste come
prevalenti sull’aggravante contestata, la sentenza di appello ha ben affermato
che già il giudizio di equivalenza rendeva congrua la pena, anche alla luce del

6. Quanto, poi, al calcolo della pena effettuato dal primo Giudice, e
confermato in appello, si osserva che ogni eventuale questione in punto di
corretta individuazione dle

quantum

potrà esser dedotta al giudice

dell’esecuzione.
7. Da ultimo, in ordine alla causa di non punibilità ex art. 131-bis cod. pen.,
basti qui osservare che la stessa non era stata richiesta in appello, come
possibile, sì da non poter formare oggetto di domanda – per la prima volta innanzi a questa Corte (per tutte, Sez. 3, n. 19207 del 16/3/2017, Celentano,
Rv. 269913).
8. Il ricorso, pertanto, deve essere dichiarato inammissibile. Alla luce della
sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella
fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che «la parte abbia proposto il
ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di
inammissibilità», alla declaratoria dell’inammissibilità medesima consegue, a
norma dell’art. 616 cod. proc. pen., l’onere delle spese del procedimento nonché
quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende,

equitativannente fissata in euro 3.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle
ammende.
Così deciso in Roma, il 23 marzo 2018

Il

t

oulyigliere estensore

Il Presidente

precedente specifico a carico.

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