Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 19818 del 23/03/2018


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 19818 Anno 2018
Presidente: SARNO GIULIO
Relatore: BARONE LUIGI

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
BEN AICHA FAICAL nato il 12/11/1964

avverso l’ordinanza del 31/10/2017 del TRIB. LIBERTA’ di ANCONA
sentita la relazione svolta dal Consigliere LUIGI BARONE;
sentite le conclusioni del Procuratore Generale, nella persona del sost. PIETRO
GAETA, che ha chiesto l’inammissibilità del ricorso

Data Udienza: 23/03/2018

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1

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza del 31.10.2017, il Tribunale di Ancona, in funzione di giudice dell’appello
cautelare, rigettava l’impugnazione avverso il provvedimento della Corte di appello di Ancona
che aveva respinto, a sua volta, l’istanza di revoca o sostituzione della misura cautelare in
carcere presentata nell’interesse di Ben Aicha Faical, imputato del reato di tentato omicidio in
concorso e condannato, per tale fatto, in primo grado, alla pena di anni sette e mesi quattro

2. Ricorre per cassazione il difensore di Ben Aicha Faical eccependo, con un unico motivo,
violazione di legge in ordine alla ritenuta sussistenza delle esigenze cautelari.
Lamenta nello specifico il ricorrente che i giudici dell’appello cautelare avrebbero
sottovalutato l’incidenza a favore dell’imputato di due fattori: il consistente lasso di tempo già
sofferto dal predetto in custodia, in carcere e la revoca della misura cautelare disposta nei
confronti del coimputato Ghabi Ezzedine.
Il tribunale avrebbe, altresì, omesso di considerare che la persona offesa, posta
ritualmente a conoscenza dell’istanza di revoca o modifica della custodia cautelare in carcere,
non aveva fatto pervenire alcuno scritto difensivo in cui manifestava il proprio dissenso.
I profili evidenziati avrebbero, dunque, in tesi difensiva, consentito l’accoglimento
dell’istanza, quanto meno nella forma gradata degli arresti domiciliari con il controllo
elettronico a distanza, tenuto anche conto della disponibilità offerta da tale Ferrari Federica ad
accogliere l’imputato nella propria abitazione, ubicata in zona «assai distante» da quella ove
si erano svolti i fatti in contestazione.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile per l’assoluta sua genericità, in quanto si esaurisce nella mera
riproposizione delle doglianze, già dedotte innanzi nel giudizio di appello cautelare ed ivi
respinte, senza che il ricorrente abbia prospettato elementi di frizione dell’iter argomentativo
tali da evidenziarne la manifesta illogicità.

2. Ripetutamente questa Corte ha avuto modo di affermare che, in tema di impugnazione
delle misure cautelari personali, il ricorso per cassazione è ammissibile soltanto se denunci la
violazione di specifiche norme di legge ovvero la manifesta illogicità della motivazione del
provvedimento secondo i canoni della logica ed i principi di diritto, ma non anche quando
proponga censure che riguardano la ricostruzione dei fatti ovvero si risolvono in una diversa
valutazione delle circostanze esaminate dal giudice di merito. Il controllo di legittimità non
può, infatti, riguardare la ricostruzione dei fatti e sono inammissibili le censure che, pur
formalmente investendo la motivazione, si risolvono nella prospettazione di una diversa
2

di reclusione.

valutazione delle circostanze esaminate dal giudice di merito, dovendosi in sede di legittimità
accertare unicamente se gli elementi di fatto siano corrispondenti alla previsione della norma
incriminatrice (per tutte: Sez. 4, n. 18795 del 2.3.2017, Di Iasi, Rv. 269884 e Sez. 2,
n. 31553 del 17.5.2017, Paviglianiti, Rv. 270628).

3.

Con l’unico motivo di impugnazione proposto, il ricorrente eccepisce formalmente

violazioni di legge, ma nella sostanza deduce vizi di motivazione.

sul piano logico-giuridico, non scalfita dalle considerazioni puramente .confutative svolte dal
ricorrente.
Nello specifico, in merito alla pregnanza delle esigenze cautelari, il tribunale ha ritenuto
che sia «assai elevato» il rischio di ricaduta dell’imputato in condotte analoghe a quelle in
contestazione, ciò in ragione della estrema gravità del fatto, dei numerosi e gravi precedenti
a suo carico in materia di stupefacenti, senza che al riguardo possa attribuirsi efficacia
dissuasiva al periodo di detenzione già sofferto.
Ne consegue che, nonostante il tempo trascorso, la custodia in carcere costituisce l’unica
misura, adeguata a fronteggiare le esigenze cautelari e proporzionata rispetto all’entità della
pena inflitta in primo grado all’imputato.
La fondatezza sul piano giuridico di quest’ultima affermazione è confortata
dall’insegnamento della Cassazione secondo cui il tempo di custodia in carcere sofferto
dall’indagato – genericamente fatto valere – non assume un specifico rilievo in relazione
alle esigenze cautelari esaurendosi la sua valenza nel regime dei termini massimi di
custodia cautelare, tanto da risultare svincolato dalla disciplina degli artt. 274 e 299 cod.
proc. pen. (per tutte, Sez. 6, n. 1838 del 12/05/1995, Caputo, Rv. 201726).

4. Di nessun pregio è anche il secondo rilievo difensivo volto a rappresentare l’avvenuta
revoca della misura cautelare nei confronti di Ghabi Ezzedine, coimputato del Ben Aicha.
Al di là di quanto, sul punto, affermato nel provvedimento impugnato, secondo cui il
tribunale non era a conoscenza della posizione processuale del coimputato, deve evidenziarsi
la palese inconsistenza dell’argomento in parola attesa la non sovrapponibilità delle posizioni
dei due rei, nei cui confronti le istanze cautelari si fondano, non soltanto sulla gravità del , fatto
commesso, ma anche sulla personalità di ciascuno. Rispetto a questo secondo profilo nulla
risulta dedotto in ricorso nel senso della sovrapponibilità delle due posizioni processuali.
A ciò si aggiunga che da quanto è dato leggere nell’ordinanza impugnata il predetto Ghabi
Ezzedine è stato tratto in arresto in flagranza di reato e sottoposto a misura cautelare il 4
gennaio 2010, ben cinque anni prima rispetto all’odierno ricorrente, fermato il 7 febbraio
2015.

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Queste doglianze sono state respinte dal giudice dell’appello con motivazione convincente

5. Del tutto eccentrico rispetto al tema della pericolosità sociale del Ben Aicha Faical è il
rilievo attribuito dalla difesa al mancato dissenso della persona offesa rispetto
all’accoglimento dell’istanza di revoca o modifica della custodia cautelare in carcere.
Invero, non soltanto il ricorrente attribuisce efficacia dirimente ad una puramente presunta
valutazione della vittima, ma confonde l’allarme sociale che, secondo il tribunale, scaturirebbe
dal ritorno in libertà dell’imputato, con lo specifico pericolo che quest’ultimo posa reiterare

6.

Anche con riferimento alle doglianze concernenti l’invocata misura degli arresti

domiciliari con il c.d. braccialetto elettronico, il ricorrente non si spinge oltre la confutazione
delle argomentazioni contenute nel provvedimento impugnato che, oltre a ribadire la estrema
pregnanza e gravità delle esigenze cautelari fronteggiabili soltanto con la custodia in carcere,
evidenziano come la disponibilità offerta dalla Ferrari Federica sia poco «rassicurante» non
risultando alcun legame tra quest’ultima ed il Ben Aicha.
La difesa ha censurato tale motivazione limitandosi a controbattere che il domicilio della
Ferrari era idoneo per l’esecuzione della misura in quanto distante dai luoghi di commissione
del fatto. In questi termini, la doglianza ripropone i limiti di genericità sopra evidenziati, in
quanto contrappone una diversa valutazione senza dedurre profili di manifesta illogicità di
quella censurata.
Più in generale, le argomentazioni del tribunale, sulla scelta della misura, valgono a
conferire piena legittimità alla decisione assunta.
E’ vero, infatti, che, a seguito della riforma introdotta dalla legge n. 47 del 2015, ove non
si sia al cospetto di una delle ipotesi di presunzione assoluta di adeguatezza, il giudice deve
sempre motivare sulla inidoneità della misura degli arresti domiciliari con braccialetto
elettronico (Sez. U, n. 20769 del 28/04/2016, Lovisi, Rv. 266651); tuttavia, qualora (come
nel caso di specie) il giudice ritenga che il pericolo di recidiva possa trovare concretizzazione
per il solo fatto della scarcerazione, quindi in qualsiasi ambiente diverso dal carcere, la
valutazione assume un valore assorbente e pregiudiziale rispetto a qualsiasi misura diversa
da quella più restrittiva, compresi gli arresti domiciliari con l’impiego di uno degli strumenti
elettronici di controllo a distanza previsti dall’art. 275-bis cod. proc. pen..
In termini non dissimili, è stato di recente affermato che il giudizio del tribunale del
riesame sull’inadeguatezza degli arresti domiciliari, con riferimento all’inidoneità
dell’abitazione a contenere il pericolo della reiterazione criminosa specifica per la
concomitante presenza in casa del soggetto passivo del reato, ha un valore assorbente e
pregiudiziale rispetto alla possibilità di impiego di uno degli strumenti elettronici di controllo a
distanza previsti dall’art. 275-bis cod. proc. pen., trattandosi di una valutazione che, in difetto
di altre possibili sistemazioni logistiche, preclude ogni possibilità concreta di una custodia
domiciliare (Sez. 1, n. 23352, del 23.3.2017, n.m.; Sez. 3, n. 43728 del 08/09/2016, L., Rv.
267933).
4

condotte violente nei confronti della medesima persona offesa.

Trasmessa copia ex art. 23
n. 1 ter L. 8-8-95 n. 332
‘Roma, lì

HA6. 201 8

7. Alla manifesta infondatezza del ricorso segue la dichiarazione di inammissibilità dello
stesso e la condanna del ricorrente, ai sensi dell’art. 616, comma 1, cod. proc. pen., al
pagamento delle spese processuali e, in mancanza di elementi atti ad escludere la colpa nella
determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost., sent. n. 186 del 2000), anche al
versamento a favore della Cassa delle ammende di una sanzione pecuniaria che si stima equo

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali e della somma di euro duemila in favore della cassa delle ammende.
Manda alla cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94, comma 1-ter, disp. att. cod.
proc. pen..

Così deciso il 23 marzo 2018.

determinare, tra il minimo e il massimo previsti, in euro duemila.

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