Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 19800 del 08/02/2018


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 19800 Anno 2018
Presidente: DI TOMASSI MARIASTEFANIA
Relatore: FIORDALISI DOMENICO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
DI LENA PIETRO nato il 28/01/1978 a TARANTO

avverso l’ordinanza del 10/04/2017 della CORTE APPELLO di LECCE
sentita la relazione svolta dal Consigliere DOMENICO FIORDALISI;
lette le conclusioni del PG

Data Udienza: 08/02/2018

Il Procuratore generale, Sante Spinaci, chiede dichiararsi l’inammissibilità del
ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1.

Di Lena Pietro propone ricorso avverso l’ordinanza emessa il 10.4.2017

dalla Corte di appello di Lecce, quale giudice dell’esecuzione, che aveva rigettato
la richiesta di revoca, per violazione del principio del ne bis in idem, della pena

del 25.5.2015 (irrevocabile dal 6.10.2016), per il delitto di cui all’art. 73 T.U. stup.
indicato col capo 48, per il delitto di cui all’art. 73 T.U. stup. indicato col capo n.
48 commesso il 6.3.2008.

2.

La Corte di appello nel 2015 aveva giudicato su altri fatti di detenzione di

droga (indicati in rubrica con i capi 26, 28, 47 e 46) ed aveva unificato le pene di
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detti reati sotto il vincolo della continuazione anchelu dla inflitta per il reato (capo
,
48) già giudicato dal G.i.p. del Tribunale di Taranto in data 6.6.2008 (detenzione
di 310 grammi di cocaina in data 6.3.2008).

3.

Il giudice dell’esecuzione aveva rigettato l’istanza del Di Lena, motivando

l’impugnato provvedimento col fatto che l’indicazione fatta da quest’ultima
sentenza del 2015 al capo 48 della rubrica in sede di condanna consistesse in un
refuso, essendo stato indicato per mero errore materiale il capo 48 al posto del
capo 46.
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Secondo il ricorrente, invece, la sentenza del 25/05/2015 nell’unificare ai

sensi dell’art. 81 cod. pen. tutti i reati contestati all’imputato per continuazione, si
sarebbe pronunciata nuovamente con un giudizio di condanna sul capo 48 della
rubrica, senza rendersi conto che lo stesso era stato già oggetto di giudizio con la
sentenza del G.i.p. del Tribunale di Taranto n. 402/2008 del 6.6.2008.
La Corte leccese pertanto nel 2015 in sede di applicazione della disciplina della
continuazione lo avrebbe unificato con gli altri reati, determinando due volte
l’aumento di pena, in riferimento al capo 48 della rubrica, una prima volta in sede
di determinazione della pena per tutti i nuovi reati giudicati nel merito con tale
sentenza (con l’aumento di un mese per ogni reato satellite) ed una seconda volta
aumentando la pena complessiva di mesi otto, per l’unificazione di detti reati con
quello già oggetto della sentenza di condanna pronunciata dal G.i.p. del Tribunale
di Taranto del 6.6.2008 per lo stesso fatto: aver detenuto ai fini di spaccio, grammi

2

determinata ex art. 81 cod. pen. con sentenza n. 957/2015 della predetta Corte

310 di sostanza stupefacente del tipo cocaina, con grado di purezza del 71% in
Napoli e Taranto il 6.3.2008.

5.

Secondo il ricorrente, contrariamente a quanto asserito nel provvedimento

impugnato del giudice dell’esecuzione, non c’era alcun errore materiale commesso
dalla Corte di appello nel 2015 nell’indicazione del capo 46 (oggetto del nuovo
giudizio) come capo 48 (oggetto del giudizio già effettuato dal G.i.p. di Taranto),
pertanto denuncia violazione dell’art. 606 comma 1 lett. b) cod. proc. pen. nel

669 e 130 cod. proc. pen., violazione dell’art. 606 comma 1 lett. e) cod. proc.
pen., per manifesta contraddittorietà e illogicità della motivazione, avendo la Corte
di appello, in tale ordinanza, ritenuto in maniera illogica e contradittoria che la
medesima Corte di appello, nella pregressa redazione della sentenza n. 957/2015,
fosse incorsa in un semplice errore materiale, in ordine agli indici rivelatori del
vincolo della continuazione tra il fatto rubricato al capo 48 e gli altri fatti giudicati
in sentenza, pur in presenza di un effettivo nuovo giudizio sullo stesso fatto già
oggetto di sentenza passata in giudicato.

6. Deduce, per gli stessi motivi, altresì, la violazione del principio di intangibilità
del giudicato.
Scrive, infatti, la Corte di appello nell’impugnato provvedimento: “Il Di Lena nel
procedimento definito con la sentenza emessa dalla Corte di appello di Lecce del
25.5.2015 non era chiamato a rispondere del capo 48, citato per refuso e per mero
errore materiale nella motivazione, ma dei capi 1, 26, 28, 46 e 47; sicché,
correttamente, nel calcolo della pena era stato previsto, come peraltro richiesto
nell’atto di appello, un aumento sia per il reato giudicato con la sentenza del G.i.p.
di Taranto n. 402/2008 – determinazione di cocaina accertata in Taranto il
6.3.2008) sia per i reati di cui ai capi 26, 28, 47 e 46 – salvo, per errore, indicare
quest’ultima imputazione (indicata col numero 46) come capo n. 48.”
Con memoria del 2.1.2018, il ricorrente insiste nella richiesta di accoglimento
del ricorso, sostenendo che non di errore materiale trattasi, bensì di errore di
giudizio che non avrebbe potuto più essere emendato, essendo trascorsi i termini
di impugnazione della sentenza del 2015 della Corte di appello.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1.

Ritiene il Collegio che il ricorso è manifestamente infondato, perché il

riferimento fatto dalla Corte di appello di Lecce nella sentenza del 2015 era con
tutta evidenza da intendersi al capo 46 commesso il 27.2.2008 e non al capo 48,

3

provvedimento impugnato, per inosservanza ed erronea applicazione degli artt.

come ha precisato la stessa Corte di appello, quale giudice dell’esecuzione della
propria sentenza pregressa, sicché la sentenza del 25.5.2015 non poteva essere
revocata come preteso dal ricorrente nella parte in cui era stato determinato per
il capo 48 un aumento di pena per la continuazione con gli altri reati. Il capo 46 è
richiamato infatti nella stessa sentenza ed è riferito con tutta evidenza ad altro
episodio di detenzione a fini di spaccio di sostanza stupefacente, ascritto
all’imputato.

Su tale profilo, nei procedimenti sopra richiamati si è svolto il pieno

contraddittorio col ricorrente, pertanto l’errore materiale di detta sentenza del
2015 della Corte di appello, risulta corretto già dall’ordinanza impugnata.

3.

Manifestamente infondata è, altresì, l’eccepita violazione del giudicato,

essendo chiaro (come si è detto) l’errore materiale in cui è incorsa la Corte con la
sentenza del 2015.

4.

Ne consegue l’inammissibilità del ricorso e la condanna del ricorrente al

pagamento delle spese del procedimento, nonché al versamento in favore della
Cassa delle Ammende di una somma determinata, equamente, in Euro 2000,00,
tenuto conto del fatto che non sussistono elementi per ritenere che “la parte abbia
proposto ricorso, senza versare in colpa nella determinazione della causa di
inammissibilità”. (Corte cost. n. 186 del 13/06/2000).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro duemila in favore della Cassa delle
ammende.

Così deciso il 08/02/2018.

2.

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