Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 198 del 14/12/2016


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 198 Anno 2017
Presidente: CAMMINO MATILDE
Relatore: COSCIONI GIUSEPPE

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
GABRIELE PIERPAOLO, nato IL 29/06/1981
MORRONE ALESSANDRO nato il 09/02/1988

avverso la sentenza 1316/2011 della CORTE DI APPELLO DI CATANZARO del
19/05/2015,

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 14/12/2016 la relazione svolta dal Consigliere
Dott. GIUSEPPE COSCIONI;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott.
PERLA LORI che ha concluso chiedendo l’inammissibilità del ricorso
udito il difensore Avv. GIUSEPPE DE MARCO per MORRONE ALESSANDRO, che
ha concluso riportandosi ai motivi del ricorso.

Data Udienza: 14/12/2016

RITENUTO IN FATTO

1.

Gabriele Pierpaolo e Morrone Alessandro propongono ricorso per

cassazione avverso la sentenza della Corte di appello di Catanzaro in data
19/5/2015, confermativa della sentenza emessa il 3.12.2010 dal giudice per
l’udienza preliminare presso il Tribunale di Cosenza, con la quale gli imputati
erano stati condannati alla pena di anni due di reclusione ed euro 400,00 di
multa ciascuno, in ordine al delitto di tentata estorsione commesso in danno di

1.1.

Al riguardo, il ricorrente Gabriele deduce, innanzitutto, la mancanza o

manifesta illogicità della motivazione nella parte in cui mancavAna valutazione
critica sulle dichiarazioni rese dalle persone offese ( relativamente alle evidenziate
incongruenze anche rispetto alle indagini difensive / e una qualunque motivazione
circa la tesi difensiva del ruolo assunto dal ricorrente come intermediario dai
buoni uffici; inoltre il primo giudice non aveva tenuto in considerazione la
possibile derubricazione del reato contestato nella fattispecie di esercizio
arbitrario delle proprie ragioni, posto che la difesa aveva dimostrato che
l’imputato era creditore di somme per l’attività svolta nel supermercato delle
persone offese.
1.2. Il ricorrente deduce inoltre inosservanza della legge penale in riferimento
all’aggravante .’ di cui all’art. 628 comma 2 cod.pen, che doveva essere esclusa in
quanto non vi era mai stata la simultanea presenza dei due imputati atteso che,
come dichiarato dalla stessa persona offesa, Gabriele aveva accompagnato sul
posto il coimputato ma poi si era allontanato non assistendo alla presunta
richiesta estorsiva.
2.1 Il difensore di Morrone eccepisce la violazione di legge e dell’obbligo di
motivazione, essendo la sentenza carente e generica sotto il profilo della
individuazione e della determinazione della pena detentiva, essendo
manifestamente immotivata la sperequazione, risultante dal testo della
sentenza, tra l’entità della pena detentiva e quella della pena pecuniaria,
essendo la prima pari ad addirittura anni sette, assolutamente ingiustificata alla
luce della personalità di Morrone, all’epoca dei fatti incensurato, oltre che
giovanissimo; non si evinceva poi la ragione che aveva ispirato la diminuzione
per il tentativo in misura “lievemente superiore ad un terzo” ed era stata omessa
l’entità della pena da cui si era partiti per approdare alla pena su cui era stata,
da ultimo, operata la riduzione per il rito speciale prescelto.
CONSIDERATO IN DIRITTO
2. I motivi di ricorso proposti sono manifestamente infondati.
2.1 .Quanto al primo motivo, ritiene il collegio che nel ricorso per

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Filippelli Emanuele e Vivacqua Dario, titolari di un supermercato.

cassazione contro la sentenza di appello non può essere riproposta – ferma
restando la sua deducibilità o rilevabilità “ex officio” in ogni stato e grado del
procedimento – una questione che aveva formato oggetto di uno dei motivi di
appello sui quali la Corte si è già pronunciata in maniera esaustiva, senza errori
logico – giuridici, come è avvenuto nel caso di specie. Ne deriva, in ipotesi di
riproposizione di una delle dette questioni con ricorso per cassazione, che la
impugnazione deve essere dichiarata inammissibile a norma dell’art.606
cod.proc.pen comma 3, ultima parte, (Cass.sez.II sentenza n.22123

del

Nel caso in esame, il ricorrente, anziché confrontarsi con le motivazioni
della Corte di appello, ripropone in maniera identica le stesse censure già
avanzate con l’atto di appello, senza considerare quindi le motivazioni della Corte
che a pag. 3 della sentenza ritiene pienamente attendibili le dichiarazioni delle
persone offese, neppure costituitesi parti civili, e che, quanto alla version-e-1-61V
“intermediario disinteressato” aveva osservato come era stato Gabriele a farsi
parte attiva a contattare Filippelli e a mostrare di essere a conoscenza dell’atto
intimidatorio con particolari fino ad allora ignoti all’interlocutore.
La censura poi secondo la quale il comportamento tenuto dagli imputati
integrava il reato di cui all’art. 393 e non 648 cod.pen. (sia pure nella forma del
tentativo) è inammissibile in quanto non proposta nell’atto di appello (come si
preciserà più avanti), nel quale il riferimento ad un presunto credito di Gabriele
nei confronti di Vivacqua era un elemento utilizzato soltanto per evidenziare
l’inattendibilità di quest’ultimo.
2.2. Analogo discorso per la censura secondo la quale non poteva essere
contestata l’aggravante di cui all’art. 628 comma 3n.1 cod.pen., che non è stata
proposta nel ricorso in appello, nel quale l’odierno ricorrente, oltre ad indicare
una diversa aggravante (art.628 comma 3 n.2 cod.pen.) non spiegava in alcun
tLLC

modo per quale motivo l’aggravante -Anon avrebbe dovuto essere contestata,
impedendo quindi alla Corte di Appello di esprimersi sul punto.
Da ciò deriva l’inammissibilità del ricorso, in quanto non possono essere
dedotte con il ricorso per cassazione questioni sulle quali il giudice di appello
abbia correttamente omesso di pronunciare perché non devolute alla sua
cognizione. (sez.5, Sentenza n. 28514 del 23/04/2013 Ud. (dep. 02/07/2013 )
Rv. 255577).
2.3 Passando al ricorso di Morrone, la censura proposte nei confronti del
trattamento sanzionatorio è inammissibile.
Secondo la consolidata giurisprudenza della Corte di legittimità la
determinazione in concreto del trattamento sanzionatorio è frutto di una
valutazione di merito insindacabile in sede di legittimità; il giudice di merito, con

3

08/02/2013, Rv. 255361).

la enunciazione, anche sintetica, della eseguita valutazione di uno (o più) dei
criteri indicati nell’articolo 133 cod. pen., assolve adeguatamente all’obbligo della
motivazione; infatti, tale valutazione rientra nella sua discrezionalità e non
postula un’analitica esposizione dei criteri adottati per addivenirvi in concreto
(Cass. Sez. 2, sent. n. 12749 del 19/03/2008, dep. 26/03/2008, Rv. 239754;
Sez. 4, sent. n. 56 del 16/11/1988, dep. 5/1/1989 rv 180075): la
determinazione in concreto della pena costituisce, infatti, il risultato di una
valutazione complessiva e non di un giudizio analitico sui vari elementi offerti

dell’impugnazione deve ritenersi compiutamente osservato, anche in relazione
alle obiezioni mosse con i motivi d’appello, quando egli, accertata l’irrogazione
della pena tra il minimo e il massimo edittale, affermi di ritenerla adeguata o non
eccessiva. Ciò dimostra, infatti, che egli ha considerato sia pure intuitivamente e
globalmente, tutti gli aspetti indicati nell’art. 133 cod. pen. ed anche quelli
specificamente segnalati con i motivi d’appello (Cass. Sez. 6, sent. n. 10273 del
4 20.5.1989 dep. 12.7.1989 rv 181825. Conf. mass. N. 155508; n. 148766; n.
117242).
Nel caso in esame, la Corte correttamente ha fatto riferimento alla gravità
e reiterazione delle condotte criminose degli imputati, che hanno tenuto un
contegno protrattosi per diversi giorni con crescente pressione sulle vittime
predestinate, per giustificare una pena base di anni sette di reclusione ed C
1.500,00 di multa per l’ipotesi del reato consumato; quanto alla diminuzione
della pena per il tentativo in misura di poco superiore ad un terzo, la stessa è
stata operata nei limiti di legge, posto che l’art. 56 cod.pen. prevede una
riduzione della pena per il reato tentato da un terzo a due terzi.
3. Il ricorso, pertanto, deve essere dichiarato inammissibile. Ai sensi
dell’art. 616 c.p.p , con il provvedimento che dichiara inammissibile il ricorso, la
parte privata che lo ha proposto deve essere condannata al pagamento delle
spese del procedimento nonché, ravvisandosi profili di colpa nella
determinazione della causa di inammissibilità, al pagamento a favore della cassa
delle ammende della somma di C 1.500,00, così equitativamente fissata in
ragione dei motivi dedotti.
P.Q.M.
Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese
processuali e della somma di C 1.500,00 ciascuno a favore della Cassa delle
ammende.
Così deciso il 14/12/2016
Il consigliere estensore

Il Presidente

dalla legge, sicché l’obbligo della motivazione da parte del giudice

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