Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 19740 del 21/03/2018


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 19740 Anno 2018
Presidente: DAVIGO PIERCAMILLO
Relatore: DI PISA FABIO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
MIANO CLAUDIO nato il 05/09/1983 a BARCELLONA POZZO DI GOTTO

avverso la sentenza del 31/03/2017 della CORTE APPELLO di MESSINA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere FABIO DI PISA
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore LUCA TAMPIERI che ha
concluso per l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata per prescrizione;
Udito il difensore dell’ imputato Avvocato TODARO ANTONINO il quale si è associato alle
conclusioni del P.G. chiedendo l’accoglimento del ricorso.
RITENUTO IN FATTO

1. La Corte di Appello di Messina, con sentenza del 31/03/2017, ha confermato la
sentenza del Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto in data 25/07/2013 in forza della quale
MIANO Claudio è stato riconosciuto responsabile del reati di ricettazione di tre assegni di
provenienza delittuosa e condannato alla pena ritenuta di giustizia.

2. Avverso detta sentenza propone ricorso per Cassazione il MIANO a mezzo difensore
deducendo nove motivi:
1

Data Udienza: 21/03/2018

a. violazione di norme processuali stabilite a pena di nullità.
Lamenta che la corte territoriale aveva erroneamente disatteso l’ eccezione di nullità,
già dedotta in primo grado, della notifica dell’ avviso di conclusioni delle indagini ex art. 415
bis cod. proc. pen. e del consequenziale decreto di citazione a giudizio, notifica effettuata in
violazione delle specifiche indicazione del Pubblico Ministero il quale aveva chiesto che la
notifica del avviso ex art. 415 bis cod. proc. pen. avvenisse senza ricorrere al servizio postale;
b. violazione di norme processuali, art. 34 e 178 lett. a) cod. proc. pen.

collegio della corte territoriale, Dott.ssa Celli, era il medesimo giudice che, in primo grado,
aveva inizialmente trattato il procedimento a carico dell’ imputato, rigettando le eccezioni
preliminari di nullità reiterate in grado di appello; in via subordinata ha sollevato eccezione di
illegittimità costituzionale dell’ art. 34 cod. proc. pen. quanto alla mancata previsione fra le
cause di incompatibilità di quella relativa al compimento di atti compiuti nel medesimo
procedimento, per violazione degli artt. 3 comma 1, 24 comma 2, 25 comma 1, 27 comma 2 e
111 comma 2, Cost;
c. violazione di legge e difetto di motivazione in ordine al mancato accoglimento della
eccezione di incompetenza territoriale del giudice adito, reiterata nel corso del giudizio di primo
grado;
d.

difetto di motivazione e travisamento della prova mancando una univoca

dimostrazione che fosse stato l’ imputato a negoziare gli assegni de quibus;
e. difetto di motivazione in ordine al diniego della ammissione di una prova decisiva vale
a dire l’ audizione quale teste della sig.ra Marzì Alba, direttrice dell’ ufficio postale di Sant’
Arcangelo di Romagna ove gli assegni erano stati presentati per l’ incasso;
f.

erronea applicazione della legge penale e difetto di motivazione quanto alla

sussistenza dell’elemento psicologico previsto dall’art. 648 cod. pen.;
g. difetto di motivazione in ragione delle carenze argomentative del provvedimento
impugnato ed al mancato esame delle censure formulate specie relativamente alla contestata
insussistenza del dolo con riferimento alla specificità del caso ed alle complessive risultanze
istruttorie;
h.

inosservanza ed erronea applicazione della legge penale nonchè mancanza e

manifesta illogicità della motivazione quanto alla dosimetria della pena.
Lamenta che la corte, nel confermare trattamento sanzionatorio, aveva omesso di
motivare adeguatamente e non aveva preso in esame le specifiche censure formulate;
i. inosservanza ed erronea applicazione della legge quanto all’ omessa declaratoria di
prescrizione del reato.
Assume che in ordine alla contestata recidiva non poteva operare alcun automatismo,
con la conseguenza che trovando applicazione i termine ordinari di prescrizione e considerato il
tempus commissi delicti

(02/05/2003) alla data della decisione la prescrizione era già

maturata.
2

Viene dedotto che la sentenza doveva essere ritenuta nulla in quanto il Presidente del

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile per le ragioni appresso specificate.

2. Il primo motivo è manifestante infondato atteso che la circostanza che la notifica dell’
avviso di conclusioni delle indagini ex art. 415 bis cod. proc. pen. e del consequenziale decreto

Ministero non rientra fra le ipotesi di nullità delle notifiche tassativamente previste dall’ art.
171 cod. proc. pen., non essendo stato, peraltro, allegato che l’ imputato, il quale è stato
difeso sin dal primo grado da un difensore di fiducia, non abbia avuto cognizione di detti atti.

3. Il secondo motivo è totalmente privo di fondamento.
Invero l’esistenza di cause di incompatibilità ex art. 34 cod. proc. pen., allorché non
rilevata dal giudice con dichiarazione di astensione né tempestivamente dedotta con istanza di
ricusazione, non incide sulla capacità dello stesso e, conseguentemente, non è causa di nullità
ai sensi dell’art. 178, comma primo, lett. a), cod. proc. pen. (Fattispecie relativa a magistrato
che, dopo aver deciso in primo grado in ordine alle istanze in materia cautelare formulate
dall’imputato ed averne disposto il rinvio a giudizio, previo rigetto di richiesta di giudizio
abbreviato, aveva poi concorso a comporre il collegio di appello nel medesimo procedimento)
(Sez. 6, n. 12550 del 01/03/2016 – dep. 24/03/2016, K, Rv. 26741901).
Non avendo la parte formulato tempestivamente istanza di ricusazione non può, quindi,
in questa sede dolersi di alcunché, risultando, pertanto, irrilevante nell’ ambito del presente
giudizio, a fronte della tardiva contestazione mossa dall’ imputato, la sollevata questione di
incostituzionalità dell’ art. 34 cod. proc. pen. per violazione degli artt. 3 comma 1, 24 comma
2, 25 comma 1, 27 comma 2 e 111 comma 2, Cost.

4. Parimenti del tutto infondato è il quarto motivo riguardante la asserita incompetenza
territoriale del giudice adito atteso che la competenza territoriale del Tribunale di Barcellona
Pozzo di Gotto è stata stabilita, in accoglimento della specifica eccezione dell’ imputato, con
sentenza dichiarativa di incompetenza territoriale del Tribunale di Rimini in data 12/03/2008 a
fronte della quale non è stato sollevato alcun conflitto di competenza nei termini di legge.

5.

Prima di procedere all’esame degli ulteriori motivi di impugnazione proposti

occorrono alcune considerazioni preliminari circa l’ambito di esame, in sede di legittimità, delle
censure di merito che implicano una valutazione dei fatti, in considerazione, altresì, della
sostanziale riproposizione a riguardo da parte dei suindicati ricorrenti di tesi difensive
prospettate in entrambi i gradi del giudizio di merito, circostanza che sotto il profilo della
tecnica redazionale della sentenza impugnata giustifica il rinvio per relationem alla decisione di
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di citazione a giudizio è stata effettuata in violazione delle specifiche indicazione del Pubblico

primo grado, con le integrazioni strettamente necessarie (in realtà contenute proprio per la
ridotta novità dei motivi di appello rispetto alle tesi esaminate dal tribunale).
5.1. Al giudice di legittimità è, invero, preclusa – in sede di controllo della motivazione la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di
nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, preferiti a quelli adottati dal
giudice del merito perché ritenuti maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità
esplicativa. Tale modo di procedere trasformerebbe, infatti, la Corte nell’ennesimo giudice del

motivazione.
5.2. Secondo le Sezioni Unite “l’indagine di legittimità sul discorso giustificativo della
decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il sindacato demandato alla Corte di cassazione
essere limitato – per espressa volontà del legislatore – a riscontrare l’esistenza di un logico
apparato argomentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza possibilità di verificare
l’adeguatezza delle argomentazioni di cui il giudice di merito si è avvalso per sostanziare il suo
convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali; l’illogicità della motivazione,
come vizio denunciabile, deve essere evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile
“ictu ocu/i”,

dovendo il sindacato di legittimità al riguardo essere limitato a rilievi di

macroscopica evidenza, restando ininfluenti le minime incongruenze e considerandosi disattese
le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente
incompatibili con la decisione adottata, purché siano spiegate in modo logico e adeguato le
ragioni del convincimento (Cass. Sez. Un. sent. n. 24 del 24.11.1999 dep. 16.12.1999 rv
214794).
5.3. Va rimarcato che ai fini del controllo di legittimità sul vizio di motivazione, la
struttura giustificativa della sentenza di appello, trattandosi di c.d. doppia conforme, si salda
con quella di primo grado, per formare un unico complessivo corpo argomentativo, allorquando
il giudice del gravame, esaminando le censure proposte dall’appellante con criteri omogenei a
quelli del primo giudice ed operando frequenti riferimenti ai passaggi logico giuridici della
prima sentenza, concordi nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a
fondamento della decisione (Cass. Sez. 3, sent. n. 44418 del 16/07/2013, dep. 04/11/2013,
Rv. 257595). Nel giudizio di appello è, pertanto, consentita la

motivazione “per relationem”

alla pronuncia di primo grado, nel caso in cui le censure formulate dall’appellante non
contengano – come nel caso di specie – elementi di novità rispetto a quelle già
condivisibilmente esaminate e disattese dalla sentenza richiamata (Cass. Sez. 2, sent. n.
30838 del 19/03/2013, dep. 18/07/2013, Rv. 257056).
5.4. Occorre anche osservare che l’omesso esame di un motivo di appello da parte della
Corte di merito non da luogo a un difetto di motivazione rilevante a norma dell’art. 606 cod.
proc. pen., ne’ determina incompletezza della motivazione della sentenza allorché, pur in
mancanza di espressa disamina, il motivo proposto debba considerarsi implicitamente
disatteso perché incompatibile con la struttura e con l’impianto della motivazione, nonché con
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fatto, mentre la Corte, anche nel quadro della nuova disciplina, è – e resta – giudice della

le premesse essenziali, logiche e giuridiche che compendiano la ratio decidendi della sentenza
medesima. Secondo il disposto dell’art. 597 c.p.p., comma 1, l’appello attribuisce al giudice di
secondo grado la cognizione nel procedimento (limitatamente ai punti della decisione ai quali si
riferiscono i motivi proposti).
Pertanto il giudice d’appello deve tenere presente, dandovi risposta in motivazione,
quali sono state le doglianze dell’appellante in ordine ai punti (o capi art. 581, comma 1, lett.
e) investiti dal gravame, ma non è tenuto ad indagare su tutte le argomentazioni elencate in

motivazione, poiché in tal modo quelle argomentazioni si intendono assorbite e respinte dalle
spiegazioni fornite dal giudice di secondo grado. (Sez. 1, Sentenza n. 1778 del 21/12/1992 Ud.
(dep. 23/02/1993) Rv. 194804).
5.5. Deve osservarsi, altresì, che «In tema di motivi di ricorso per cassazione, non sono
deducibili censure attinenti a vizi della motivazione diversi dalla sua mancanza, dalla sua
manifesta illogicità, dalla sua contraddittorietà (intrinseca o con atto probatorio ignorato
quando esistente, o affermato quando mancante), su aspetti essenziali ad imporre diversa
conclusione del processo; per cui sono inammissibili tutte le doglianze che “attaccano” la
persuasività, l’inadeguatezza, la mancanza di rigore o di puntualità, la stessa illogicità quando
non manifesta, così come quelle che sollecitano una differente comparazione dei significati
probatori da attribuire alle diverse prove o evidenziano ragioni in fatto per giungere a
conclusioni differenti sui punti dell’attendibilità, della credibilità, dello spessore della valenza
probatoria del singolo elemento». (Sez. 6, n. 13809 del 17/03/2015 – dep. 31/03/2015, 0., Rv.
26296501).
5.6. Va, inoltre, ricordato che mentre è consentito dedurre con il ricorso per cassazione
il vizio di “travisamento della prova”, che ricorre nel caso in cui il giudice di merito abbia
fondato il proprio convincimento su una prova che non esiste o su un risultato di prova
obiettivamente ed incontestabilmente diverso da quello reale, non è affatto permesso dedurre
il vizio del “travisamento del fatto”, stante la preclusione per il giudice di legittimità a
sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti
gradi di merito, e considerato che, in tal caso, si domanderebbe alla Cassazione il compimento
di una operazione estranea al giudizio di legittimità, qual è quella di reinterpretazione degli
elementi di prova valutati dal giudice di merito ai fini della decisione (così, tra le tante, Sez.
3^, n. 39729 del 18/06/2009, Belluccia, Rv. 244623; Sez. 5^, n. 39048 del 25/09/2007,
Casavola, Rv. 238215).
E questo è tanto più vero laddove con l’impugnazione venga posto un mero problema di
interpretazione di espressioni o frasi, trattandosi di questione di fatto, rimessa
all’apprezzamento del giudice di merito, che si sottrae al giudizio di legittimità se – come nella
fattispecie è accaduto – la valutazione risulta logica in rapporto alle massime di esperienza
utilizzate.

5

sostegno dell’appello quando esse siano incompatibili con le spiegazioni svolte nella

5.7. Va, del resto, osservato che non è sindacabile in sede di legittimità, salvo il
controllo sulla congruità e logicità della motivazione, la valutazione del giudice di merito, cui
spetta il giudizio sulla rilevanza e attendibilità delle fonti di prova, circa contrasti testimoniali o
la scelta tra divergenti versioni e interpretazioni dei fatti. (Sez. 2, n. 20806 del 05/05/2011 dep. 25/05/2011, Tosto, Rv. 25036201). Infatti il giudizio sulla rilevanza ed attendibilità delle
fonti di prova è devoluto insindacabilmente ai giudici di merito e la scelta che essi compiono,
per giungere al proprio libero convincimento, con riguardo alla prevalenza accordata a taluni

difensivi, quando non sia fatta con affermazioni apodittiche o illogiche, si sottrae al controllo di
legittimità della Corte Suprema.

6. Tanto premesso deve rilevarsi che i motivi proposti sub. IV, V, VI e VII – i quali
possono essere esaminati congiuntamente in quanto fra loro connessi – sono totalmente
generici ed aspecifici non confrontandosi adeguatamente con le argomentazioni della sentenza
della corte d’appello la quale, nel richiamare le motivazioni della sentenza di primo grado e la
ricostruzione in fatto ivi contenuta, con motivazione congrua, corretta e logica, come tale non
censurabile in questa sede, valutando tutti gli elementi processuali acquisiti al processo costituiti dall’ esame degli assegni oggetto di ricettazione, dalla denunzia del reato
presupposto, dall’ esame della documentazione in atti e dalle dichiarazioni del teste Guerrini
dipendente della ditta intestataria del conto corrente sul quale gli assegni trafugati sono stati
tratti – ha ritenuto il predetto imputato responsabile del reato di ricettazione degli assegni
trafugati alla “Barberini & C. di Andrea Suzzi Barberini s.n.c.”.
6.1.

La Corte territoriale nel riconoscere il ricorrente – il quale è risultato avere

negoziato gli assegni in questione secondo quanto correttamente ritenuto dai giudici di merito
con congrua ricostruzione in fatto e non ha fornito alcuna giustificazione circa la provenienza
degli stessi – responsabile del reato di ricettazione si è correttamente conformata, quanto alla
qualificazione giuridica del fatto accertato, al consolidato orientamento della Corte di
Cassazione (per tutte, Sez. II, n. 29198 del 25 maggio 2010, Fontanella, rv. 248265), per il
quale, ai fini della configurabilità del reato di ricettazione, la prova dell’elemento soggettivo
può essere raggiunta anche sulla base dell’omessa o non attendibile indicazione della
provenienza della cosa ricevuta, la quale è sicuramente rivelatrice della volontà di
occultamento, logicamente spiegabile con un acquisto in mala fede; d’altro canto (Sez. II, n.
45256 del 22 novembre 2007, Lapertosa, rv. 238515), ricorre il dolo di ricettazione nella forma
eventuale quando l’agente ha consapevolmente accettato il rischio che la cosa acquistata o
ricevuta fosse di illecita provenienza, non limitandosi ad una semplice mancanza di diligenza
nel verificare la provenienza della cosa, che invece connota l’ipotesi contravvenzionale
dell’acquisto di cose di sospetta provenienza. Né si richiede all’imputato di provare la
provenienza del possesso delle cose, ma soltanto di fornire una attendibile spiegazione
dell’origine del possesso delle cose medesime, assolvendo non ad onere probatorio, bensì ad
6

elementi probatori, piuttosto che ad altri, ovvero alla fondatezza od attendibilità degli assunti

un onere di allegazione di elementi, che potrebbero costituire l’indicazione di un tema di prova
per le parti e per i poteri officiosi del giudice, e che comunque possano essere valutati da parte
del giudice di merito (in tal senso, Cass. pen., Sez. un., sentenza n . (35535 del 12 luglio – 26
settembre 2007, CED Cass. n. 236914).
6.2. Va precisato, poi, che ricorre il dolo di ricettazione nella forma eventuale quando
l’agente ha consapevolmente accettato il rischio che la cosa acquistata o ricevuta fosse di
illecita provenienza, non limitandosi ad una semplice mancanza di diligenza nel verificare la

sospetta provenienza (Sez. II, n. 45256 del 22 novembre 2007, Lapertosa, rv. 238515).
Le argomentazioni del tribunale e dalla corte territoriale circa la assenza di prova di ogni
giustificazione idonea a comprovare la buona fede dell’ imputato contenute nella sentenza
impugnata (ove sono state valutate tutte le risultanze fattuali acquisite dal processo) devono
ritenersi, dunque, adeguate e tali da resistere alle censure dei ricorrenti.
6.3. In ordine alle altre censure formulate quanto al mancato accoglimento della
richiesta di rinnovazione della istruzione dibattimentale occorre sottolineare che il rigetto dell’
istanza di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale in appello si sottrae al sindacato di
legittimità quando la struttura argomentativa della motivazione della decisione di secondo
grado si fonda su elementi sufficienti per una compiuta valutazione in ordine alla
responsabilità. (Sez. 6, n. 30774 del 16/07/2013 – dep. 17/07/2013, Trecca, Rv. 25774101),
apparendo, pertanto, del tutto priva di pregio, alla luce delle argomentazioni della sentenza
impugnata, la censura relativa alla omessa audizione della teste Marzì Alba, direttrice dell’
ufficio postale di Sant’ Arcangelo di Romagna ove gli assegni erano stati presentati per l’
incasso.

7. L’ ottavo motivo relativo al trattamento sanzionatorio è anch’ esso manifestamente
infondato in quanto la graduazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito
che la esercita, così come per fissare la pena base, in aderenza ai principi enunciati negli artt.
132 e 133 cod. pen.; ne discende che è inammissibile la censura che, nel giudizio di
cassazione, miri ad una nuova valutazione della congruità della pena la cui determinazione non
sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico (Sez. 5, n. 5582 del 30/09/2013 04/02/2014, Ferrario, Rv. 259142), ciò che – nel caso di specie – non ricorre.

8. Premesso che la questione relativa alla recidiva, peraltro priva di fondamento, non ha
formato oggetto di censura in appello e, quindi, non può essere dedotta per la prima volta in
questa sede stante il disposto di cui all’ art. 606 ult. co . cod. proc. pen., osserva il collegio che
congrua e corretta in diritto è la motivazione della sentenza impugnata nella parte in cui tenuto
conto del termine prescrizionale ordinario, della “riconosciuta sussistenza della recidiva
contestata” e del tempus commissi delicti (01.05.2003) ha ritenuto che non si era verificata
alcuna prescrizione.
7

provenienza della cosa, che invece connota l’ipotesi contravvenzionale dell’acquisto di cose di

Va, invero, osservato che con la vecchia normativa di cui alli art. 157 cod. pen., più
favorevole alli imputato, il termine prescrizionale, compresi gli effetti della interruzione, è pari
ad anni 15, considerata la contestata e ritenuta recidiva specifica (oltre il periodo di mesi due
di sospensione); con la nuova normativa il termine prescrizionale, meno favorevole, considerati
gli effetti della interruzione, è di anni 18, oltre la sospensione.

9. Per le considerazioni esposte, dunque, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché al pagamento in favore
della Cassa delle Ammende di una somma che, ritenuti e valutati i profili di colpa emergenti dal
ricorso, si determina equitativamente in euro duemila.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali e della somma di euro duemila in favore della Cassa delle Ammende.

Così deciso in Roma, il 21 Marzo 2018

II consigliere estensore

II presidente

Alla declaratoria d’inammissibilità consegue, per il disposto dell’art. 616 cod. proc. pen., la

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