Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 19731 del 21/03/2018


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 19731 Anno 2018
Presidente: DAVIGO PIERCAMILLO
Relatore: PELLEGRINO ANDREA

Data Udienza: 21/03/2018

SENTENZA

sui ricorsi proposti, con un unico atto, nell’interesse di Di Berardino
Corrado, n. a Chieti il 02/09/1945, e di Di Berardino Sara, n. a
Teramo il 05/02/1981, entrambi rappresentati e assistiti dall’avv.
Roberto Moroni, d’ufficio, avverso la sentenza della Corte di appello di
L’Aquila, n. 2327/2015, in data 10/03/2016;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed i ricorsi;
sentita la relazione della causa fatta dal consigliere dott. Andrea
Pellegrino;
udita la requisitoria del Sostituto procuratore generale dott. Luca
Tampieri che ha concluso per la declaratoria di inammissibilità dei
ricorsi;
sentita la discussione del difensore degli imputati, avv. Roberto
Moroni, che ha concluso per l’accoglimento dei ricorsi.

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza in data 10/03/2016, la Corte d’appello di

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L’Aquila, in parziale riforma della pronuncia resa dal Tribunale di
Pescara in data 16/03/2015 nei confronti di Corrado Di Berardino e di
Sara Di Berardino, assolveva il primo dal reato di cui agli artt. 81 cod.
pen., 2 d.l. n. 463/1983 (capo G) limitatamente alle annualità 2007 e
2008 perché il fatto non è previsto dalla legge come reato; assolveva
Sara Di Berardino dal reato di cui agli artt. 81 cod. pen., 2 d.l. n.
463/1983 (capo I) limitatamente all’omesso versamento concernente

il mese di gennaio 2009 perché il fatto non è previsto dalla legge
come reato; dichiarava non doversi procedere nei confronti di
Corrado Di Berardino in relazione ai reati D (artt. 81, 640, comma 2
cod. pen.), E (artt. 81, 640, comma 2 cod. pen.), F (artt. 81 cod.
pen., 37 I. n. 689/1981) perché estinti per prescrizione; dichiarava
non doversi procedere nei confronti di Sara Di Berardino in ordine al
capo I, limitatamente all’omesso versamento di ritenute relative alle
mensilità di aprile e maggio 2008 perché estinto per prescrizione;
rideterminava la pena nei confronti di Corrado Di Berardino in
relazione al residuo capo C (artt. 56, 629 cod. pen.), in anni due di
reclusione ed euro 800,00 di multa e nei confronti di Sara Di
Berardino in relazione al capo H (artt. 81, 640, comma 2 cod. pen.) e
alla residua imputazione sub I, in anni uno, mesi due di reclusione ed
euro 400,00 di multa; eliminava la pena accessoria applicata a
Corrado Di Berardino e confermava nel resto la sentenza di primo
grado.
2. Avverso detta sentenza, nell’interesse di Corrado Di
Berardino e di Sara Di Berardino, viene proposto ricorso per
cassazione per lamentare:
– primo motivo (nell’interesse di Corrado Di Berardino): vizio di
motivazione in relazione all’affermazione di penale responsabilità;
– secondo motivo (nell’interesse di Corrado

Di

Berardino):

inosservanza o erronea applicazione della legge penale;
– terzo motivo (nell’interesse di Sara Di Berardino): vizio di
motivazione in relazione all’affermazione di penale responsabilità;
-quarto motivo (nell’interesse di Sara Di Berardino): inosservanza o
erronea applicazione della legge penale e avvenuta maturazione del
termine prescrizionale.
2.1. In relazione al primo motivo, si censura la sentenza
impugnata che ha erroneamente ritenuto provata la condotta

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dell’imputato che si sarebbe sostanziata nell’aver tentato di far
sottoscrivere alle lavoratrici un verbale in sede sindacale foriero di
“pregiudizi economici” per le lavoratrici. In realtà, innanzi alla
oggettiva mancanza di prova del fatto che la retribuzione offerta alle
lavoratrici potesse essere più bassa rispetto a quella dovuta viene
meno l’elemento oggettivo del reato contestato e cioè il “pregiudizio
economico” che ci sarebbe stato per le lavoratrici se avessero firmato

il verbale di conciliazione sindacale. Inoltre, risulta del tutto illogico
l’iter motivazionale del giudice di appello che sul medesimo
presupposto (mancanza della prova che la retribuzione spettante alle
lavoratrici fosse superiore a quella realmente pagata ed a quella
realmente offerta) ha assolto l’imputato per il primo dei due capi
d’imputazione (B) e condannato per il secondo (C).
2.2. In relazione al secondo motivo, si evidenzia la ricorrenza di
un reato impossibile, ovvero di un c.d. tentativo inidoneo. Invero,
avendo il ricorrente prospettato alle lavoratrici, in caso di mancata
sottoscrizione del verbale di conciliazione, il licenziamento, aveva
finito per prospettare un

facere impossibile (in presenza di una

situazione di fatti tutelata dall’art. 2112 cod. civ.) che, come tale, non
poteva concretizzare l’elemento costitutivo del reato di estorsione
(minaccia).
2.3. In relazione al terzo motivo, si censura l’affermazione di
penale responsabilità della ricorrente in ordine ad entrambi i reati
ritenuti resa sulla base delle dichiarazioni della teste Erica Maffei,
inidonee a far ritenere integrata la certezza della prova dei fatti
contestati.
2.4. In relazione al quarto motivo, si evidenzia come l’art. 2,
comma 1-bis d.l. n. 463/1983 convertito nella I. n. 638/1983 sia
stato modificato dall’art. 3, comma 6 d.lgs. n. 8/2016. Alla luce della
novella così introdotta, ai fini della configurabilità del reato, occorre
accertare se l’omesso versamento annuale delle ritenute superi o
meno i diecimila euro: detta prova, nella fattispecie, non risulta
essere stata raggiunta. In ogni caso si deduce la sopravvenuta
prescrizione del reato in ragione del tempo decorso, considerati anche
gli eventi interruttivi verificatisi.

CONSIDERATO IN DIRITTO

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1. I ricorsi sono inammissibili.
2.

Va preliminarmente evidenziato come, secondo la

giurisprudenza della Suprema Corte (cfr., Sez. 6, n. 10951 del
15/03/2006, Casula, Rv. 233708), anche alla luce della nuova
formulazione dell’art. 606, comma primo lett. e) cod. proc. pen.,
dettata dalla L. 20 febbraio 2006 n. 46, il sindacato del giudice di

legittimità sul discorso giustificativo del provvedimento impugnato
deve mirare a verificare che la relativa motivazione sia: a) “effettiva”,
ovvero realmente idonea a rappresentare le ragioni che il giudicante
ha posto a base della decisione adottata; b) non “manifestamente
illogica”, ovvero sorretta, nei suoi punti essenziali, da argomentazioni
non viziate da evidenti errori nell’applicazione delle regole della
logica; c) non internamente “contraddittoria”, ovvero esente da
insormontabili incongruenze tra le sue diverse parti o da
inconciliabilità logiche tra le affermazioni in essa contenute; d) non
logicamente “incompatibile” con altri atti del processo, dotati di una
autonoma forza esplicativa o dimostrativa tale che la loro
rappresentazione disarticoli

l’intero

ragionamento svolto dal

giudicante e determini al suo interno radicali incompatibilità così da
vanificare o radicalmente inficiare sotto il profilo logico la motivazione
(nell’affermare tale principio, la Corte ha precisato che il ricorrente,
che intende dedurre la sussistenza di tale incompatibilità, non può
limitarsi ad addurre l’esistenza di “atti del processo” non
esplicitamente presi in considerazione nella motivazione o non
correttamente interpretati dal giudicante, ma deve invece identificare,
con l’atto processuale cui intende far riferimento, l’elemento fattuale
o il dato probatorio che da tale atto emerge e che risulta
incompatibile con la ricostruzione adottata dal provvedimento
impugnato, dare la prova della verità di tali elementi o dati invocati,
nonché dell’esistenza effettiva dell’atto processuale in questione,
indicare le ragioni per cui quest’ultimo inficia o compromette in modo
decisivo la tenuta logica e l’interna coerenza della motivazione).
2.1. Non è dunque sufficiente che gli atti del processo invocati
dal ricorrente siano semplicemente “contrastanti” con particolari
accertamenti e valutazioni del giudicante e con la sua ricostruzione
complessiva e finale dei fatti e delle responsabilità né che siano

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astrattamente idonei a fornire una ricostruzione più persuasiva di
quella fatta propria dal giudicante.
Ogni giudizio, infatti, implica l’analisi di un complesso di
elementi di segno non univoco e l’individuazione, nel loro ambito, di
quei dati che – per essere obiettivamente più significativi, coerenti tra
loro e convergenti verso un’unica spiegazione – sono in grado di
superare obiezioni e dati di segno contrario, di fondare il

convincimento del giudice e di consentirne la rappresentazione, in
termini chiari e comprensibili, ad un pubblico composto da lettori
razionali del provvedimento. E’, invece, necessario che gli atti del
processo richiamati dal ricorrente per sostenere l’esistenza di un vizio
della motivazione siano autonomamente dotati di una forza
esplicativa o dimostrativa tale che la loro rappresentazione sia in
grado di disarticolare l’intero ragionamento svolto dal giudicante e
determini al suo interno radicali incompatibilità, così da vanificare o
da rendere manifestamente incongrua o contraddittoria la
motivazione. Il giudice di legittimità è, pertanto, chiamato a svolgere
un controllo sulla persistenza o meno di una motivazione effettiva,
non manifestamente illogica e internamente coerente, a seguito delle
deduzioni del ricorrente concernenti “atti del processo”.
2.2. Tale controllo, per sua natura, è destinato a tradursi in una
valutazione, di carattere necessariamente unitario e globale, sulla
reale “esistenza” della motivazione e sulla permanenza della
“resistenza” logica del ragionamento del giudice.
Al giudice di legittimità resta, infatti, preclusa, in sede di
controllo sulla motivazione, la pura e semplice rilettura degli elementi
di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di
nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti,
preferiti a quelli adottati dal giudice di merito, perché ritenuti
maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa.
Queste operazioni trasformerebbero, infatti, la Corte nell’ennesimo
giudice del fatto e le impedirebbero di svolgere la peculiare funzione
assegnatale dal legislatore di organo deputato a controllare che la
motivazione dei provvedimenti adottati dai giudici di merito (a cui le
parti non prestino autonomamente acquiescenza) rispettino sempre
uno standard di intrinseca razionalità e di capacità di rappresentare e
spiegare l’iter logico seguito dal giudice per giungere alla decisione.

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Può quindi affermarsi che, anche a seguito delle modifiche dell’art.
606 cod. proc. pen., comma 1, lett. e) ad opera della L. n. 46 del
2006, art. 8, “mentre non è consentito dedurre il travisamento del
fatto, stante la preclusione per il giudice di legittimità di sovrapporre
la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta
nei precedenti gradi di merito, è invece, consentito dedurre il vizio di
travisamento della prova, che ricorre nel caso in cui il giudice di

merito abbia fondato il proprio convincimento su una prova che non
esiste o su un risultato di prova incontestabilmente diverso da quello
reale, considerato che in tal caso, non si tratta di reinterpretare gli
elementi di prova valutati dal giudice di merito ai fini della decisione,
ma di verificare se detti elementi sussistano” (Sez. 5, n. 39048 del
25/09/2007, Casavola e altri, Rv. 238215).
2.3. Pertanto, il sindacato di legittimità non ha per oggetto la
revisione del giudizio di merito, bensì la verifica della struttura logica
del provvedimento e non può quindi estendersi all’esame ed alla
valutazione degli elementi di fatto acquisiti al processo, riservati alla
competenza del giudice di merito, rispetto alla quale la Suprema
Corte non ha alcun potere di sostituzione al fine della ricerca di una
diversa ricostruzione dei fatti in vista di una decisione alternativa.
Nè la Suprema Corte può trarre valutazioni autonome dalle
prove o dalle fonti di prova, neppure se riprodotte nel provvedimento
impugnato. Invero, solo l’argomentazione critica che si fonda sugli
elementi di prova e sulle fonti indiziarie contenuta nel provvedimento
impugnato può essere sottoposto al controllo del giudice di
legittimità, al quale spetta di verificarne la rispondenza alle regole
della logica, oltre che del diritto, e all’esigenza della completezza
espositiva (Sez. 6, n. 40609 del 01/10/2008, Ciavarella, Rv. 241214).
2.4. La medesima giurisprudenza di legittimità considera,
inoltre, inammissibile il ricorso per cassazione fondato su motivi che
si risolvono nella pedissequa reiterazione di quelli già dedotti in
appello e motivatamente disattesi dal giudice di merito, dovendosi gli
stessi considerare non specifici ma soltanto apparenti, in quanto non
assolvono la funzione tipica di critica puntuale avverso la sentenza
oggetto di ricorso (v., tra le tante, Sez. 5, n. 25559 del 15/06/2012,
Pierantoni; Sez. 6, n. 22445 del 08/05/2009, p.m. in proc. Candita,
Rv. 244181; Sez. 5, n. 11933 del 27/01/2005, Giagnorio, Rv.

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231708). In altri termini, è del tutto evidente che a fronte di una
sentenza di appello che ha fornito una risposta ai motivi di gravame,
la pedissequa riproduzione di essi come motivi di ricorso per
cassazione non può essere considerata come critica argomentata
rispetto a quanto affermato dalla Corte d’appello: in questa ipotesi,
pertanto, i motivi sono necessariamente privi dei requisiti di cui
all’art. 581 cod. proc. pen., comma 1, lett. c), che impone la

esposizione delle ragioni di fatto e di diritto a sostegno di ogni
richiesta (Sez. 6, n. 20377 del 11/03/2009, Arnone, Rv. 243838).
Sulla base di questi principi vanno esaminati gli odierni ricorsi.
3. Manifestamente infondato, oltre che generico, è il primo
motivo di ricorso.
Il ricorrente lamenta la mancanza di prova sul fatto che lo
stesso avrebbe tentato di far sottoscrivere alle lavoratrici un verbale
in sede sindacale foriero di “pregiudizi economici” per le stesse, anche
per l’assenza di un accertamento tecnico che avesse consentito di
accertare, oltre ogni ragionevole dubbio, che l’accordo che aveva in
animo di far sottoscrivere alle lavoratrici fosse effettivamente
peggiorativo per le stesse rispetto a quanto loro spettante.
Sul punto, la censurata motivazione spesa dalla Corte
territoriale appare in realtà del tutto congrua ed esente da vizi logicog i u ridici.
Nella stessa, si evidenzia come, dalle deposizioni testimoniali
acquisite, fosse emerso come le lavoratrici, assunte presso la
Eurogriffe di Corrado Di Berardino (Petrella Rosely, Della Penna
Sandra, Bisante Sonia, Caldoso Agnese, D’Addario Simonetta, Rosetti
Rossella, Colucci Ilaria, Martella Luciana, Zerbini Laura e Di Millo
Roberta), avessero lavorato per un monte ore ben superiore a quello
che risultava dalla loro busta paga, prevedendosi in questa una
retribuzione – sempre nell’ordine di 600,00-800,00 euro – che non
teneva conto degli straordinari e dei lavori svolti anche al sabato;
inoltre, era emerso che, già dal gennaio 2008, in azienda si parlasse
di chiusura della stessa, dal momento che il Di Berardino non riusciva
più a pagare gli stipendi e che un giorno, un avvocato ed un
sindacalista avevano spiegato alle lavoratrici che l’azienda stava
chiudendo, ma che avrebbe riaperto sotto altro nome e che le stesse
sarebbero state riassunte nell’altra ditta e di nuovo pagate, a

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condizione “che ciascuna di loro avesse firmato un verbale di
conciliazione sottopostole, mentre, in caso di mancata firma di tale
verbale, la non firmante non sarebbe stata riassunta e sarebbe stata
licenziata …”: sorte che era capitata alla lavoratrice Di Millo Roberta e
ad altre undici lavoratrici che, non avendo voluto firmare il verbale,
dapprima erano state messe in ferie forzate e, quindi, erano state
licenziate. Altre deposizioni testimoniali avevano consentito di

accertare che le suindicate lavoratrici non avevano firmato in quanto,
essendosi rivolte ad altro sindacato, diverso rispetto a quello che
operava in azienda e che aveva predisposto il suddetto verbale di
conciliazione, era stato rifatto loro tutto il calcolo delle competenze
arretrate dovute dalla Eurogriffe fino all’aprile 2008 (epoca della
tentata conciliazione) ed era risultato “che le somme dovute erano
maggiori di quelle prospettate, per ciascuna lavoratrice, nel rispettivo
verbale di conciliazione”; veniva altresì accertato che, in molti casi,
detto conteggio alcune lavoratrici se lo erano potuto far fare solo
dopo il licenziamento in quanto non era stato consentito alle stesse
“di visionare o far visionare da altra persona di loro fiducia il verbale
di conciliazione prima della eventuale firma, ma era stato
sostanzialmente imposto loro di firmare subito e senza avere
preventivamente copia di detto verbale, pena il licenziamento ed il
mancato pagamento della mensilità di febbraio 2008 …”.
Su queste premesse, il giudice di merito ha ritenuto di poter
soprassedere su un’indagine di merito finalizzata a far accertare la
correttezza dei conteggi fatti alle lavoratrici dal loro sindacato,
riconoscendo che il fondamento delle “pretese” di queste ultime
trovasse un indiretto, significativo e decisivo riscontro nel
comportamento del Di Berardino che impedì alle medesime di vedere
o far vedere preventivamente il verbale di conciliazione, impose alle
stesse di firmarlo seduta stante e minacciò di licenziamento chi si
fosse rifiutato di sottoscriverlo, facendo seguire l’esecuzione della
minaccia all’effettivo rifiuto, a dimostrazione inequivoca di una sicura
determinazione nei propri intenti.
Ferma l’irrilevanza dell’assoluzione per l’omologo fatto di cui al
capo B) attesa la diversità storica e fattuale degli accadimenti, ritiene
il Collegio come la condotta contestata al capo C) integri la fattispecie
criminosa della tentata estorsione.

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Questa Suprema Corte (cfr., Sez. 2, n. 36642 del 21/09/2007,
Levanti e altro, Rv. 238918) ha già ritenuto, con orientamento
senz’altro consolidato, che il Collegio condivide e ribadisce, che integri
il delitto di estorsione la condotta del datore di lavoro il quale,
approfittando della situazione del mercato del lavoro a lui favorevole
per la prevalenza dell’offerta sulla domanda, costringa í lavoratori,
con la minaccia larvata di licenziamento, ad accettare la

corresponsione di trattamenti retributivi deteriori e non adeguati alle
prestazioni effettuate, e più in generale condizioni di lavoro contrarie
alle leggi ed ai contratti collettivi (Sez. 2, n. 677 del 10/10/2014,
dep. 2015, Di Vincenzo, Rv. 261553): situazione che, nella
fattispecie, per le dipendenti indicate nel capo C), si è arrestata al
livello di tentativo avendo le stesse rifiutato di sottoscrivere il
coartato verbale di conciliazione.
4. Manifestamente infondato è il secondo motivo di ricorso.
La condotta posta in essere dal Di Berardino integra il
contestato delitto di tentata estorsione, essendosi prospettata alle
persone offese la perdita del posto di lavoro (costituente male
ingiusto essendo la conservazione del posto di lavoro loro diritto ex
art. 2112 cod. civ.) al fine di costringerle a subire l’ingiusto
pregiudizio economico costituito dalla sottoscrizione del verbale di
conciliazione sindacale: minaccia pienamente idonea a tale fine,
considerati i poteri unilaterali di gestione dei rapporti di lavoro di cui il
datore di lavoro è dotato.
Né si può ritenere che si sia al cospetto di un tentativo inidoneo
o a un reato impossibile. Invero, ai fini della configurabilità del reato
impossibile,

l’inidoneità dell’azione deve

essere assoluta

per

inefficienza strutturale e strumentale del mezzo usato così da non
consentire neppure in via eccezionale l’attuazione del proposito
criminoso (cfr., Sez. 5, n. 9254 del 15/10/2014, dep. 2015, Semeraro
e altri, Rv. 263058): nella fattispecie, non si può affatto credere che
la minaccia non avrebbe potuto avere concreta esecuzione dal
momento che l’efficacia del licenziamento ben avrebbe potuto
scaturire dal semplice atto impositivo unilaterale del datore di lavoro
e la possibile caducazione dei suoi effetti sarebbe stata comunque
condizionata alla proposizione da parte delle persone offese di una
causa e al riconoscimento giudiziale del loro diritto al reintegro.

9

5. Manifestamente infondato è il terzo motivo di ricorso.
Si è in presenza di generiche censure in fatto che non tengono
conto dell’esistenza della c.d. “doppia conforme” di responsabilità.
Invero, come ricordato in premessa, secondo il costante
insegnamento di questa Suprema Corte, esula dai poteri del giudice
di legittimità quello di una “rilettura” degli elementi di fatto posti a
fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva,

riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di
legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente
più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (cfr., Sez. U, n.
6402 del 30/04/1997, Dessimone, Rv. 207944; Sez. 4, n. 4842 del
02/12/2003, dep. 2004, Elia, Rv. 229369).
La censura proposta tende, invece, ad ottenere una
inammissibile ricostruzione dei fatti mediante criteri di valutazione
diversi da quelli adottati dal giudice di merito, il quale, con
motivazione esente da vizi logici e giuridici, ha esplicitato le ragioni
del proprio convincimento.
6. Del tutto aspecifico e, in ogni caso, manifestamente infondato
è il quarto motivo di ricorso.
La Corte territoriale, con motivazione congrua e totalmente
esente da vizi logico-giuridici ha chiarito che, in relazione al capo I),
le produzioni del pubblico ministero hanno consentito di individuare,
per ciascun anno e mese di riferimento, gli omessi versamenti delle
ritenute previdenziali ad opera della Mode s.r.I.; si precisa, altresì,
come, pur a seguito del d.lvo n. 8/2016, che ha previsto la
depenalizzazione dell’omesso versamento per un ammontare non
superiore a 10.000,00 euro per ogni annualità di riferimento, risulti
permanere – con riferimento agli accertati omessi versamenti
concernenti l’annualità 2008 (da aprile a dicembre) – la fattispecie di
reato in contestazione, in ragione del superamento della soglia di
legge; si chiarisce, infine, che solo per le mensilità di aprile-maggio
2008 il reato risulti estinto per prescrizione, mentre per la restante
parte (giugno-dicembre 2008), il termine massimo, tenendo conto
della molteplicità degli atti interruttivi della prescrizione mediotempore intervenuti, alla data di pronuncia della sentenza di secondo
grado non risultasse ancora maturato.
A fronte di detta motivazione, la ricorrente non si misura,

10

limitandosi apoditticamente ad affermare che il reato (senza precisare
per quale segmento temporale) appare prescritto (senza indicare in
che data ciò sarebbe avvenuto) per decorrenza del termine
prescrizionale massimo comprensivo delle interruzioni genericamente
indicate (senza precisare altresì quale efficacia abbiano spiegato sul
termine prescrizionale le interruzioni e le sospensioni intervenute).
Va infine ricordato che, secondo la consolidata giurisprudenza di

infondatezza dei motivi non consente il formarsi di un valido rapporto
di impugnazione e, pertanto, la circostanza preclude la possibilità di
dichiarare le cause di non punibilità di cui all’art. 129 cod. proc. pen.,
ivi compresa la prescrizione intervenuta nelle more del procedimento
di legittimità (cfr.,

ex multis, Sez. 2, n. 28848 del 08/05/2013,

Ciaffoni, Rv. 256463).
7. Alla pronuncia consegue, per il disposto dell’art. 616 cod.
proc. pen., la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese
processuali nonché al versamento, in favore della Cassa delle
ammende, di una somma che, considerati i profili di colpa emergenti
dai ricorsi, si determina equitativamente in euro duemila per ciascuno

P.Q.M.

dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al
pagamento delle spese processuali e ciascuno della somma di euro
duemila a favore della Cassa delle ammende.
Così deciso il 21/03/2018

Il Consigliere estensore
Andrea Pellegrino

Il Presidente
ill

Davigo

legittimità, l’inammissibilità del ricorso per cassazione per manifesta

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