Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 19677 del 13/03/2018

Penale Sent. Sez. 3 Num. 19677 Anno 2018
Presidente: SAVANI PIERO
Relatore: SEMERARO LUCA

SENTENZA

sul ricorso proposto da
A.A.

avverso la sentenza del 09/03/2017 della CORTE APPELLO di BARI

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere LUCA SEMERARO;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Paolo
Canevelli, che conclude per l’inammissibilità del ricorso.

Data Udienza: 13/03/2018

RITENUTO IN FATTO

1. La Corte d’Appello di Bari con la sentenza del 9 marzo 2017, in parziale
riforma della sentenza del Tribunale di Foggia del 24 ottobre 2014, ha dichiarato
non doversi procedere nei confronti di A.A., legale rappresentante
della Cooperativa 133, per i reati di omesso versamento all’INPS delle ritenute
previdenziali ed assistenziali, commessi dal luglio 2008 all’agosto 2009, perché
estinti per prescrizione; ha confermato nel resto la sentenza di primo grado,

2. Il difensore di A.A. ha proposto ricorso avverso la sentenza
del 9 marzo 2017 della Corte d’Appello di Bari.
2.1. Con il primo motivo, la difesa ha dedotto la carenza assoluta della
motivazione ex art. 606 lett. c) cod. proc. pen.; per la difesa la Corte di appello di
Bari ha solo operato la verifica formale della correttezza della sentenza di primo
grado di cui, per relationem, ha condiviso le argomentazioni in fatto ed in diritto.
Per la difesa, la Corte di appello di Bari ha aggiunto solo che l’imputato non
ha assolto al proprio onere di allegazione degli elementi costitutivi della causa di
non punibilità ex art. 45 cod. pen., per l’assoluto ed irrimediabile stato di dissesto
in cui versava la cooperativa nel momento in cui il A.A. venne nominato
amministratore della stessa.
Per la difesa il vizio della motivazione consiste nell’omessa valutazione della
copiosa documentazione prodotta dalla difesa nell’appello.
Rileva la difesa che già dalla testimonianza del dottor Murino, in primo grado,
era emersa la volontà dell’imputato – nel momento in cui fu nominato
amministratore e si trovò a dover fronteggiare una esposizione debitoria con
Equitalia per diverse centinaia di migliaia di euro – di giungere ad un accordo, poi
confluito in un piano di rateizzazione, non più rispettato per il fallimento della
società dopo l’avvenuto pagamento di diverse rate. Per la difesa dalla deposizione
di tale teste era emersa la drastica situazione finanziaria in cui versava la
cooperativa e l’eccessiva morosità a suo carico.
Rileva la difesa di aver depositato, nel giudizio di appello, una serie di
sentenze di assoluzione dell’imputato per fatti relativi a reati tributari ma
sovrapponibili a quelli del processo e relativi allo stesso periodo temporale. Per la
difesa, le sentenze attestano la drammatica situazione economico-finanziaria in
cui versava la Cooperativa 133 al momento dell’ingresso del presidente A.A.
e, di conseguenza, la totale mancanza dell’elemento psicologico del reato: per la
difesa, la situazione di difficoltà economica che ha impedito la corretta osservanza
dell’obbligo fiscale non era imputabile al A.A.

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rideterminando la pena in mesi quattro di reclusione ed euro 600,00 di multa.

Sul punto la difesa ha riportato la motivazione della sentenza del Tribunale di
Foggia depositata il 11 marzo 2016 sul reato di cui all’art. 10

ter del D.Lgs

74/2000, ed ha fatto riferimento a quelle depositate in data 5 settembre 2016 e
in data 23 settembre 2016.
Per la difesa da tali sentenze emergeva la situazione economico-finanziaria
della cooperativa all’epoca dei fatti contestati; che già al momento in cui il Sig.
A.A. assunse la carica presidenziale della cooperativa nel novembre 2008
l’azienda versava in una pesantissima crisi; la liquidità di cassa era di appena C
12,80, per la mala gestio dei precedenti amministratori, a cui l’imputato, in buona

Rileva la difesa che la Corte di appello di Bari non ha effettuato alcun
riferimento alle sentenze depositate ma si è riportata integralmente alle
argomentazioni di fatto e di diritto del primo giudice senza motivazione sulle
deduzioni difensive.
La difesa ha contestato la motivazione sul mancato assolvimento dell’onere di
allegazione evidenziando di aver prodotto documenti non generici, perché fanno
esplicito riferimento alla situazione di illiquidità e di crisi dell’azienda nel periodo
temporale oggetto della contestazione; le sentenze prodotte in appello,
intervenute successivamente alla sentenza di primo grado, sono irrevocabili e
costituiscono prova ex art. 238 bis cod. proc. pen.
Rileva la difesa che la Corte di appello di Bari ha definito l’allegazione generica
ma non ha specificato su cosa il materiale probatorio offerto difetterebbe di
rilevanza: la questione proposta era di stabilire quali fossero le condizioni in cui
versava l’azienda, in quale momento e quali fossero stati i tentativi del legale
rappresentante in occasione del suo subentro, dati tutti riscontrabili
oggettivamente dalla lettura delle sentenze prodotte.
Per la difesa dunque, la sentenza è nulla per carenza assoluta di motivazione
sulle specifiche allegazioni probatorie prodotte dalla difesa.
2.2. Con il secondo motivo, la difesa ha ritenuto che la motivazione sia
apodittica, carente ed incongrua in relazione all’art. 192 cod. proc. pen.
Rileva la difesa che le dichiarazioni dei testi non presentano difficoltà di
lettura; però la Corte di appello, senza offrire un’adeguata esplicazione delle regole
legali di valutazione probatoria di cui all’art. 192 cod. proc. pen., si è limitata, nelle
ultimissime battute della sentenza, ad un richiamo della dichiarazione all’udienza
del 10 giugno 2014 del teste Murino, responsabile pro-tempore della direzione
provinciale di Equitalia, minimizzando però la portata delle sue dichiarazioni.
Rileva la difesa che il teste ha redatto il piano di rateizzazione finalizzato
all’obbligo di onorare tutti gli impegni fiscali; se il teste non ha riferito sulla
imputabilità o meno al A.A. della crisi però ha chiarito che era perfettamente

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fede, tentò di fronteggiare.

a conoscenza della drastica situazione finanziaria in cui versava la ditta, da cui le
trattative per la rateizzazione.
Il teste Murino ha riferito della mancanza di liquidità della cooperativa anche
per l’omesso pagamento di ingenti somme di cui la cooperativa era creditrice,
anche da enti istituzionali, come indicato anche nelle sentenze prodotte, tra cui il
Palazzo di Giustizia, il Comune ed altri enti pubblici.
Rileva la difesa che la Corte di appello ha immotivatamente ritenuto di non
dover attribuire alcun peso probatorio a tale testimonianza. Per la difesa da tale

circostanza questa che emergeva anche dalle sentenze prodotte.
Rileva la difesa che la Corte di appello di Bari ha ignorato le dichiarazioni rese
il 11 marzo 2014 del teste della pubblica accusa dottor Cotrufo (ispettore in
servizio presso l’I.N.P.S. di Foggia) sulla rateizzazione ottenuta dalla cooperativa
133; per la difesa, la rateizzazione era una circostanza dirimente sulla sussistenza
dell’elemento psicologico, pur se poi non adempiuta per la messa in liquidazione
della società il 8 giugno 2011, fino all’insediamento dei commissari liquidatori nei
primi mesi di luglio.
Per la difesa, la Corte di appello di Bari ha ignorato tali dichiarazioni e gli altri
elementi offerti dalla difesa rilevanti per escludere l’intenzionalità, la condizione di
reale ed incolpevole impossibilità ad adempiere in cui la ditta versava, la palese
riduzione della sua capacità economica.
Per la difesa, la Corte di appello di Bari non ha apprezzato o preso in
considerazione gli sforzi dell’imputato il quale ha-fatto l’impossibile – così come
acclarato dai due testi prima indicati – per ottenere -una rateizzazione, nel tentativo
di risollevare le sorti dell’intero complesso aziendale.
Per la difesa i testi indicati hanno dato atto che la cooperativa era attanagliata
da una rilevante crisi debitoria dovuta ai mancati pagamenti da parte degli enti
pubblici; che per tale motivo la stessa versava in una condizione di rilevante
morosità; che nulla il legale rappresentante aveva il potere di fare o disporre. Per
la difesa l’imputato, nonostante il continuo e perdurante protrarsi dei ritardi dei
pagamenti, ha rimandato l’adempimento dei vari oneri fiscali, ma non per sua
volontà tanto che, per mantenere fede agli impegni, ha presentato una richiesta
di rateizzazione del debito con l’obiettivo ultimo di rientrare.
Per la difesa la Corte di appello di Bari ha omesso di valutare le principali ed
oggettive emergenze processuali (tra cui le testimonianze dei testi escussi) e si è
resa artefice di una verità processuale distorta, oltre che illogica; la motivazione
non è conforme agli atti del procedimento ed è pertanto viziata.
Per la difesa il vizio di motivazione per omissione è esistente poiché la Corte
di appello ha trascurato elementi di importanza risolutiva: dalla motivazione non

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deposizione emergeva l’estraneità del A.A. alla volontà di non adempiere,

è possibile cogliere il benché minimo riferimento alle principali informazioni e
deduzioni acquisite al processo, la cui analisi avrebbe senza dubbio indotto la Corte
ad una decisione diversa.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile per le seguenti ragioni.
1.1. La difesa ritiene che la Corte di appello di Bari abbia omesso di valutare

La difesa ha in sostanza dedotto il vizio della motivazione per il c.d.
travisamento della prova che si configura quando si introduce nella motivazione
una informazione rilevante che non esiste nel processo o quando si omette la
valutazione di una prova decisiva ai fini della pronuncia.
Il vizio di travisamento della prova deve essere desumibile dal testo del
provvedimento impugnato o da altri atti del processo purché specificamente
indicati dal ricorrente; è ravvisabile ed efficace solo se l’errore accertato sia idoneo
a disarticolare l’intero ragionamento probatorio, rendendo illogica la motivazione
per l’essenziale forza dimostrativa del dato processuale -probatorio (cfr. in tal
senso fra tante Cass. Sez. 3, n. 3141 del 10/12/2013, Rv. 259310, D.V.).
Quanto al vizio di «travisamento della prova dichiarativa», si ha quando abbia
un oggetto definito e non opinabile, tale da evidenziare in modo palese e non
controvertibile la tangibile difformità tra il senso intrinseco della singola
dichiarazione assunta e quello che il giudice ne abbia inopinatamente tratto: non
sussiste invece detto vizio laddove si faccia questione di un presunto errore nella
valutazione del significato probatorio della dichiarazione medesima (Cass. sez. 5,
Rv. 255087).
È invece intangibile la valutazione nel merito del risultato probatorio.
1.2. Attraverso tale controllo, non muta però la natura del sindacato di
legittimità, che rimane limitato alla struttura del discorso giustificativo del
provvedimento impugnato e non può comportare una diversa lettura del materiale

probatorio, anche se plausibile, sicché, per la rilevazione dei vizi della motivazione,
occorre che gli elementi probatori indicati in ricorso siano decisivi e dotati di una
forza esplicativa tale da vanificare l’intero ragionamento del giudice del merito.
Per poter far valere tale vizio, è necessario che il ricorrente indichi in maniera
specifica ed inequivoca le prove che si pretende essere state travisate, nelle forme
di volta in volta adeguate alla natura degli atti in considerazione, in modo da
rendere possibile la loro lettura senza alcuna necessità di ricerca da parte della
Corte, e non ne sia effettuata una monca individuazione od un esame parcellizzato
(Cass. Sez. 2, n. 7986 del 18 novembre 2016 Rv. 269217, La Gumina e altro).

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le sentenze prodotte dalla difesa e le deposizioni dei testi Murino e Cotrufo.

Cfr. anche Cass. Sez. 3, n. 43322 del 02 luglio 2014, Rv. 260994, Sisti per
la quale la condizione della specifica indicazione degli «altri atti del processo», con
riferimento ai quali, l’art. 606, comma primo, lett. e), cod. proc. pen., configura il
vizio di motivazione denunciabile in sede di legittimità, può essere soddisfatta nei
modi più diversi (quali, ad esempio, l’integrale riproduzione dell’atto nel testo del
ricorso, l’allegazione in copia, l’individuazione precisa dell’atto nel fascicolo
processuale di merito), purché detti modi siano comunque tali da non costringere
la Corte di cassazione ad una lettura totale degli atti, dandosi luogo altrimenti ad

581, comma primo, lett. c), e 591 cod. proc. pen.

2. Orbene, va in primo luogo osservato che le sentenze che per la difesa la
Corte di appello di Bari avrebbe omesso di valutare sono state prodotte solo
all’udienza di discussione dinanzi alla Corte di appello di Bari; la questione della
crisi di azienda è stata proposta con l’appello ma senza la produzione documentale.
2.1. In ogni caso, rispetto al vizio del travisamento della prova, la difesa non
ha adempiuto all’onere prima indicato, in quanto le fonti di prova che si assumono
omesse, le sentenze e le deposizioni testimoniali, non sono state indicate con
precisione né sono state allegate al ricorso per cassazione, con conseguente
inammissibilità del ricorso per le considerazioni già espresse.
2.2. Il motivo è poi manifestamente infondato perché la Corte di appello di
Bari ha specificamente valutato la deposizione del teste Murino; proprio da tale
deposizione secondo la Corte di Appello di Bari non sarebbe emersa l’estraneità
della crisi aziendale da parte dell’imputato e di conseguenza la sussistenza della
forza maggiore.
Dunque, le contestazioni difensive riguardano il significato della prova
dichiarativa e non il significante; in sostanza, si prospetta una diversa lettura delle
deposizioni testimoniali e si richiede alla Corte di cassazione una valutazione della
prova inammissibile nel giudizio di legittimità.

3. Va in ogni caso osservato che le deduzioni difensive non avrebbero potuto
portare all’esclusione della penale responsabilità del ricorrente.
Va ribadito l’orientamento espresso dalla sentenza della Corte di Cassazione,
Sez. 3, n. 43811 del 10/04/2017, Rv. 271189, Agozzino, che ha affermato che il
reato de quo è configurabile anche nel caso in cui si accerti l’esistenza del
successivo stato di insolvenza dell’imprenditore, in quanto è onere di quest’ultimo
ripartire le risorse esistenti al momento di corrispondere le retribuzioni ai lavoratori
dipendenti in modo da poter adempiere all’obbligo del versamento delle ritenute,
anche se ciò possa riflettersi sull’integrale pagamento delle retribuzioni medesime.

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una causa di inammissibilità del ricorso, in base al combinato disposto degli artt.

Va ricordato che la legge affida al datore di lavoro, in quanto debitore delle
retribuzioni nei confronti dei prestatori di lavoro dipendenti, il compito di detrarre
dalle stesse l’importo delle ritenute assistenziali e previdenziali da quelli dovute e
di corrisponderlo all’Erario quale sostituto del soggetto obbligato.
In questo senso il sostituto adempie contemporaneamente a un obbligo
proprio e a un obbligo altrui: di qui la conseguenza di ritenerlo vincolato al
pagamento delle ritenute allo stesso titolo per cui è vincolato al pagamento delle
retribuzioni. Di conseguenza, lo stato di insolvenza non libera il sostituto, dovendo

adempie a quello di pagare le retribuzioni di cui le ritenute stesse sono, del resto,
parte. Si è, perciò, ritenuto che anche il sopravvenuto fallimento dell’agente non
è sufficiente a scriminare il precedente omesso versamento delle ritenute, essendo
obbligo del sostituto quello di ripartire le risorse esistenti all’atto della
corresponsione delle retribuzioni in modo da poter adempiere il proprio obbligo,
anche se ciò dovesse comportare l’impossibilità di pagare i compensi nel loro intero
ammontare.
Inoltre, quando l’imprenditore, in presenza di una situazione economica
difficile, decida di dare la preferenza al pagamento degli emolumenti ai dipendenti
e di pretermettere il versamento delle ritenute, non può addurre a propria discolpa
l’assenza dell’elemento psicologico del reato, ricorrendo in ogni caso il dolo
generico.
In definitiva, a fronte della contestualità e della indefettibilità del sorgere
dell’obbligazione di versamento con il fatto stesso del pagamento della
retribuzione, manca ogni presupposto per invocare l’impossibilità di adempiere
l’obbligazione dovendo, la punibilità della condotta, essere individuata proprio nel
mancato accantonamento delle somme dovute all’Istituto, in nome e per conto del
quale tali somme sono state trattenute: pertanto, non può ipotizzarsi
l’impossibilità di versamento per fatti sopravvenuti, come appunto una pretesa
situazione di illiquidità della società rappresentata.
Il dolo generico può essere escluso solo in considerazione del modesto
importo delle somme non versate o della discontinuità ed episodicità delle
inadempienze (cfr. Cass. sez. 3 n.3663 del 8/1/2014, Rv.259097).

4. Pertanto, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.
Ai sensi dell’art. 616 cod proc. pen. si condanna il ricorrente al pagamento
delle spese del procedimento.
Tenuto conto della sentenza della Corte costituzionale del 13 giugno 2000, n.
186, e considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso sia stato
presentato senza versare in colpa nella determinazione della causa di

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questi adempiere al proprio obbligo di corrispondere le ritenute all’Inps, così come

inammissibilità, si condanna altresì il ricorrente al pagamento della somma di euro
2.000,00, determinata in via equitativa, in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di C 2.000 in favore della Cassa delle Ammende.

Così deciso il 13/03/2018.

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