Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 19438 del 08/03/2018


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 19438 Anno 2018
Presidente: TARDIO ANGELA
Relatore: SANTALUCIA GIUSEPPE

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
PICCOLO FRANCO nato il 04/06/1964 a ROMA

avverso la sentenza del 05/12/2016 della CORTE APPELLO di ROMA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere GIUSEPPE SANTALUCIA
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore FRANCESCO
MAURO IACOVIELLO
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Il Procuratore Generale conclude per il rigetto del ricorso
Udito il difensore
L’avvocato ZINI EUGENIO MARIA insiste nei motivi del ricorso e ne chiede
l’accoglimento

Data Udienza: 08/03/2018

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Ritenuto in fatto
La Corte di appello di Roma ha confermato la sentenza con cui il giudice dell’udienza
preliminare del Tribunale di Tivoli ha condannato Franco Piccolo alla pena di anni otto di
reclusione per il delitto di tentato omicidio di Alessio Ventrone e per i connessi delitti di illegale
detenzione e porto della pistola utilizzata per l’aggressione. La Corte territoriale ha premesso
che la reticenza di tutti i protagonisti della vicenda ha impedito una ricostruzione dei fatti che
possa andare al di là delle evidenze fenomeniche, e ha lasciato irrisolto il tema del movente.

allontanatosi, fece ritorno sui luoghi in possesso di un’arma e, senza scendere dall’autovettura,
esplose contro la vittima alcuni colpi di pistola. Per la posizione assunta dall’agente al momento
degli spari, i colpi furono diretti dal basso verso l’alto, attingendo la vittima agli arti superiori,
alzati per istintiva protezione, e proseguirono la loro corsa secondo una direttrice
diagonale/verticale e non già orizzontale, in direzione ortogonale al torace. La Corte territoriale
ha quindi argomentato sulla sussistenza dei profili oggettivi del tentativo di omicidio, facendo
presente che l’esplosione a sorpresa e a breve distanza di colpi di arma da fuoco, reiterati e in
numero di tre, verso una persona, si connota per idoneità e univocità degli atti. Al di là
dell’intento soggettivo, fors’anche intimidatorio come dichiarato dall’imputato, i dati oggettivi
inducono a ritenere che gli atti compiuti sono stati qualificati dal dolo diretto nella forma del dolo
alternativo, nella rappresentazione, quale possibile risultato equipollente ed indifferentemente
voluto, che ben avrebbe potuto, allo stesso modo, uccidere o ferire la vittima.
La Corte territoriale ha quindi escluso l’attenuante della provocazione, proprio in ragione
delle modalità con cui si svolse l’aggressione e senza poter stabilire chi abbia provocato chi e chi
per primo abbia intrapreso l’azione volta ad innescare la drammatica spirale. Ha poi precisato
che la concessione delle attenuanti generiche avrebbe necessitato di qualche dato aggiuntivo
specifico da potersi valutare favorevolmente. Questo quid pluris non è possibile rinvenire in
ragione delle peculiari caratteristiche dell’azione, per gravità e intensità del dolo, e del pericolo
cagionato, oltre che per la personalità dell’imputato, quale emerge dalle complessive condizioni
di vita.
Avverso la sentenza ha proposto ricorso il difensore dell’imputato, che ha articolato più
motivi.
Col primo motivo ha dedotto il vizio di violazione di legge. La Corte territoriale ha violato
le regole che presiedono alla valutazione delle dichiarazioni della persona offesa, trascurando la
necessità di una particolare verifica della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità
intrinseca del racconto. Ha poi apoditticamente motivato circa la sussistenza del tentativo di
omicidio, movendo nella ricostruzione del fatto dalla indimostrata premessa che i colpi d’arma
da fuoco furono diretti al tronco. Circa poi l’affermazione del dolo alternativo, la motivazione è
generica ed incongrua, e non tiene conto delle circostanze concrete dell’azione; peraltro sembra
far riferimento ad un dolo eventuale, ad un’accettazione del rischio costituito dall’evento
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Dopo un primo alterco tra il Piccolo ed il Ventrone, avvenuto all’interno di un bar, il primo,

maggiormente lesivo. Il dolo, invece, deve essere oggetto di una puntuale ricostruzione
probatoria, senza semplificazioni o uso di schemi presuntivi ed è pertanto inaccettabile che, in
presenza di incertezze sulla dinamica degli accadimenti, la Corte territoriale si sia determinatg,
per la qualificazione più grave.
Col secondo motivo ha dedotto mancanza assoluta di motivazione in ordine al motivo di
appello relativo alla sussistenza dell’attenuante della provocazione e violazione dei criteri di
commisurazione della pena quanto al mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, con

trascurato di considerare le gravi condizioni di salute dell’imputato e la pesante aggressione
subita dallo stesso ed ha invece valorizzato irragionevolmente altri indici.
Considerato in diritto
Il ricorso è infondato per le ragioni di seguito esposte.
La Corte di appello dà adeguata motivazione delle conclusioni raggiunte circa la
qualificazione del fatto in termini di tentato omicidio e di individuazione del dolo d’omicidio, e
quindi di un dolo diretto, nella forma del dolo alternativo. Nella ricostruzione degli accadimenti
valorizza le dichiarazioni della persona offesa, sì come in precedenza fatto dal giudice di primo
grado, e sul punto precisa che quest’ultimo ha dato adeguatamente conto dell’attendibilità del
racconto e dell’inattendibilità delle dichiarazioni contrastanti (fl. 6-7). Nella sentenza di primo
grado si legge a tal proposito che è pur vero che la persona offesa, Alessio Ventrone, rese
dichiarazioni in parte reticenti sul punto della individuazione della persona che lo aveva ferito,
con ogni probabilità per il fatto di essere addentro ad ambienti criminali permeati da omertà e
sentimenti di vendetta; ma, si afferma, il resto del racconto, e quindi quel che attiene alle
modalità con cui si svolsero i due momenti dello scontro, è “perfettamente allineato alle ulteriori
acquisizioni probatorie di natura dichiarativa e documentale (le immagini di videosorveglianza)”
(fl. 6). Si dà quindi conto delle dichiarazioni di Sharol Di Guglielmo, compagna di Alessio
Ventrone, che ha confermato che vi fu una prima animata discussione all’interno del bar e che il
Piccolo era armato di coltello; si precisa poi che le immagini di videosorveglianza riscontrano il
racconto relativo al fatto che il Ventrone uscì dal bar su invito del Piccolo, che col capo gli fece il
cenno di seguirlo; che poi rientrò nel bar e afferrò una sedia di ferro, quella utilizzata per colpire
il Piccolo, che riportò la frattura di una falange di un dito della mano sinistra, come da referto
medico; che, ancora dopo, il Ventrone rientrò nel bar, evidentemente dopo ver colpito il Piccolo
e dopo che questi si era allontanato, seppure momentaneamente. Ancora, la sentenza di primo
grado precisa che la seconda fase dello scontro, quella che ha visto colpire la persona offesa con
i colpi esplosi da una pistola, “può essere solo indirettamente ricostruita sulla scorta dei filmati
successivi ossia sulla scorta delle reazioni delle persone presenti nel locale” (fl. 8).
Il giudice di primo grado, pertanto, ha valutato le dichiarazioni della persona offesa alla
luce dell’intero compendio probatorio, e ne ha saggiato l’attendibilità sulla base delle altre
risultanze. Non è dunque censurabile l’affermazione della sentenza impugnata, che riferisce di
questo vaglio critico operato dal giudice di prime cure, come invece denunciato in ricorso.
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correlato difetto di motivazione. La Corte territoriale, negando le attenuanti generiche, ha

Occorre sul punto rammentare che “le sentenze di primo e di secondo grado si saldano
tra loro e formano un unico complesso motivazionale, qualora i giudici di appello abbiano
esaminato le censure proposte dall’appellante con criteri omogenei a quelli usati dal primo
giudice e con frequenti riferimenti alle determinazioni ivi prese ed ai fondamentali passaggi
logico-giuridici della decisione e, a maggior ragione, quando i motivi di gravame non abbiano
riguardato elementi nuovi, ma si siano limitati a prospettare circostanze già esaminate ed
ampiamente chiarite nella decisione impugnata” – Sez. III, 1 dicembre 2011, n. 13926/12,

Quanto poi ai profili oggettivi del delitto tentato, idoneità e univocità degli atti, la Corte
di appello opportunamente afferma che, in forza del criterio della prognosi postuma a base
parziale, l’idoneità qualifica gli atti compiuti; prosegue aggiungendo che il carattere di univocità
si risolve nella riconoscibilità, attraverso l’esame del comportamento e delle circostanze che lo
connotano, della specifica intenzione criminosa. E opportunamente e condivisibilmente conclude
per l’esistenza di entrambi i requisiti negli atti in esame, costituiti dall’esplosione di colpi d’arma
da fuoco, a distanza ravvicinata, nei confronti della vittima.
In ordine al dolo d’omicidio muove ancora una volta, e correttamente, dalla
considerazione dei profili oggettivi degli atti compiuti. Questa Corte ha infatti affermato che, “in
tema cb omicidio tentato, la prova del dolo, in assenza di esplicite ammissioni da parte
dell’imputato, ha natura indiretta, dovendo essere desunta da elementi esterni e, in particolare,
da quei dati della condotta che, per la loro non equivoca potenzialità offensiva, siano i più idonei
ad esprimere il fine perseguito dall’agente. Ne consegue che, ai fini dell’accertamento della
sussistenza dell’animus necandi, assume valore determinante l’idoneità dell’azione, che va
apprezzata in concreto, con una prognosi formulata ex post, con riferimento alla situazione che
si presentava all’imputato al momento del compimento degli atti, in base alle condizioni
umanamente prevedibili del caso. – Sez. 1, 18 aprile 2013, n. 35006, Polisi,

C.E.D. Cass., n.

257208 -.
Su questa premessa la Corte di appello rileva che l’esplosione di colpi d’arma da fuoco,
reiterati e in numero di tre, nei confronti di una persona, a sorpresa, da breve distanza, appena
qualche metro, non può avere altro significato che la piena rappresentazione e volontà
dell’evento morte.
Si tratta, dunque, di un dolo diretto, che tale resta pur quando si atteggia a dolo
alternativo.
La formula, infatti, non è indicativa di un elemento soggettivo diverso, di una diversa e
meno intensa relazione della volontà dell’agente con l’oggetto della rappresentazione; essa,
piuttosto, è espressione della permanenza del dolo, con le sue tipiche connotazioni, quando
l’agente si rappresenti due diversi esiti causali dei suoi atti e non abbia preferenza alcuna,
volendoli entrambi, seppure la verificazione dell’uno escluda la possibilità che si compia l’altro.
In questo senso si sono pronunciate da tempo le Sezioni unite di questa Corte – Sez. un.,
6 dicembre 1991, n. 3428/92, Casu e altri, C.E.D. Cass., n. 189405 – stabilendo che “il dolo
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Valerio, C.E.D. Cass., n. 252615 -.

eventuale e il dolo alternativo sono due distinte forme di dolo: il primo è caratterizzato dal fatto
che chi agisce non ha il proposito di cagionare l’evento delittuoso, ma si rappresenta la
probabiiità, od anche la semplice possibilità, che esso si verifichi e ne accetta il rischio. Il secondo
è contraddistinto dal fatto che il soggetto attivo prevede e vuole alternativamente, con scelta
sostanzialmente equipollente,

l’uno o l’altro evento e risponde per quello effettivamente

realizzato”.
In senso contrario non possono essere fatte valere, per il caso ora esaminato, alcune

il Piccolo non intendeva uccidere, prova ne sia che non mirò a parti vitali. La Corte di appello ha
risposto a questa prospettazione difensiva, spiegando che i colpi seguirono una traiettoria
frontale, perché, se la vittima si fosse messa di fianco per ridurre l’area del bersaglio, i colpi
avrebbero colpito il fianco e non già le mani e l’avambraccio; ancora, che la vittima fu raggiunta
alle mani e all’avambraccio perché istintivamente pose le braccia a protezione della parte alta
del corpo, compreso il volto, obiettivo dei colpi esplosi da una pistola che si trovava in posizione
significativamente più bassa. Il Piccolo si trovava seduto nella sua autovettura e, senza muoversi
da lì, chiamò il Ventrone, invitandolo ad avvicinarsi all’autovettura. Nel far ciò, ebbe cura di tener
nascosta la mano armata, sicché, quando sparò, la traiettoria dei colpi fu dal basso verso l’alto,
proprio perché le parti del corpo scelte come bersaglio erano quelle superiori, compreso il volto,
e potevano essere ragionevolmente raggiunte, data la postura dell’agente, soltanto da una
traiettoria di tal tipo.
In merito all’esclusione della circostanza attenuante della provocazione, la Corte di

appello ha ben motivato, evidenziando, per le incertezze ricostruttive del contesto in cui maturò
l’aggressione, chi, tra imputato e vittima, provocò l’altro e chi, tra costoro, iniziò lo scontro che
poi sfociò nel tentativo di omicidio. Non è quindi possibile stabilire se vi fu un fatto ingiusto,
posto in essere dalla vittima, capace di scatenare uno stato d’ira, o se, piuttosto, il fatto ingiusto,
inteso come provocazione di uno scontro fisico, fu compiuto dall’imputato medesimo in esordio
di litigio.
Infine, circa l’esclusione delle circostanze attenuanti generiche, la motivazione della
sentenza impugnata è sufficiente ed adeguata. Vale, a tal proposito, richiamare il principio di
diritto, secondo cui “nel motivare il diniego della concessione delle attenuanti generiche non è

necessario che il giudice prenda in considerazione tutti gli elementi favorevoli o sfavorevoli
dedotti dalle parti o rilevabili dagli atti, ma è sufficiente che egli faccia riferimento a quelli ritenuti
decisivi o comunque rilevanti, rimanendo tutti gli altri disattesi o superati da tale valutazione.

Se?. III, 19 marzo 2014, n. 28535, Lule, C.E.D. Cass., n. 259899 -. Entro quest’ambito la Corte
di appello si è correttamente mossa, negando la sussistenza delle attenuanti sulla base dell’a

valutazione del fatto, oggettivamente grave; dell’intensità del dolo; della personalità
dell’imputato, anche alla luce dei numerosi precedenti penali, “connotati anche da violenza alla
persona”.

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considerazioni legate alle parti del corpo attinte dai colpi, mani ed avambraccio, per inferirne che

Il ricorso deve dunque essere rigettato, con conseguente condanna del ricorrente al
pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, 8 marzo 2018.

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