Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 19437 del 08/03/2018


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 19437 Anno 2018
Presidente: TARDIO ANGELA
Relatore: MINCHELLA ANTONIO

SENTENZA

Sul ricorso proposto da:

GNAI Luciano, nato il 10/06/1971;

Avverso la sentenza n. 381/2015 della Corte di Appello di Trento in data 07/12/2016;

Udita la relazione svolta dal Consigliere dott. Antonio Minchella;

Udite le conclusioni del Procuratore Generale, in persona del dott. Francesco Mauro
Iacoviello, che ha concluso per la declaratoria di inammissibilità del ricorso;

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Data Udienza: 08/03/2018

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza in data 20/07/2015 il Tribunale di Trento condannava Gnai Lucio
alla pena di mesi uno di arresto per violazione del foglio di via obbligatorio. Rilevava
il Tribunale che in data 07/09/2014 l’imputato veniva colto in strada in Trento
nonostante il fatto che in data 05/09/2014 egli era stato attinto da divieto di rientro
in Trento per tre anni emesso dal Questore: ciò perché risultava essere un soggetto

trattenersi in quella città, dove era stato recentemente arrestato per resistenza e
violenza a pubblico ufficiale e lesioni personali ai danni di una persona anziana.

2. Interponeva appello l’imputato, deducendo la nullità della citazione in giudizio,
notificata al domicilio eletto presso il difensore, poiché l’elezione di domicilio non
implicava un rapporto di fiducia e comunque non implicava l’accettazione del
designato e, peraltro, la sua condizione personale lasciava intendere che non era a
conoscenza del processo; contestava che due soli giorni di trattenimento in Trento
dopo il provvedimento di allontanamento fossero un arco di tempo suscettibile di
punizione; censurava poi il trattamento sanzionatorio.

3. Con sentenza in data 07/12/2016 la Corte di Appello di Trento confermava la
condanna di primo grado. Rilevava la Corte territoriale che il provvedimento di
allontanamento era stato emesso legittimamente e che l’imputato si era
indebitamente trattenuto in Trento per due giorni ed era stato colto in strada mentre
ingiuriava i passanti; la notificazione del decreto di citazione a giudizio era stata
corretta, poiché l’elezione di domicilio era stata volontaria e consapevole e poneva
l’interessato nella condizione di venire a conoscere ogni dettaglio del processo, non
potendo la legge dare tutela ad un volontario disinteresse; il tempo per allontanarsi
da Trento era stato ragionevole ed infine non vi erano elementi utili per il
riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, giacchè le condizioni di
emarginazione sociale erano state già valutate nella dosimetria della pena.

4. Avverso detta sentenza propone ricorso l’interessato per mezzo del difensore
Avv. Giuliano Valer.
4.1. Con il primo motivo deduce, ex art. 606, comma 1, lett. c), cod.proc.pen.,
inosservanza di norme: sostiene che il ricorrente aveva eletto domicilio presso il
difensore di ufficio senza averlo mai conosciuto e che il processo era terminato senza
che egli ne avesse realmente avuto conoscenza, giacché non vi era mai stato un
contatto tra imputato e difensore e l’interessato non aveva compreso il reale

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pluripregiudicato per reati contro il patrimonio e non aveva alcun lecito motivo per

significato della elezione di domicilio, per cui non poteva parlarsi di un suo
disinteresse.
4.2. Con il secondo motivo deduce, ex art. 606, comma 1 lett. b) ed e),
cod.proc.pen., erronea applicazione di legge e manifesta illogicità della motivazione:
lamenta che la sentenza impugnata non si era soffermata sull’elemento soggettivo
dell’imputato, il quale viveva in uno stato di disagio sociale tale da far capire che la
decisione di non lasciare Trento non era stata determinata dallo spregio verso
l’ordine del Questore, non potendo bastare, per questa conclusione, la sola notifica

4.3.

Con il terzo motivo deduce, ex art. 606, comma 1, lett. c) ed e),

cod.proc.pen., inosservanza di norme e manifesta illogicità della motivazione:
sostiene che le circostanze attenuanti generiche erano state negate in modo
incongruo, senza considerare il disagio sociale del ricorrente e senza motivare sulla
mancata sostituzione della pena inflitta con una sanzione sostitutiva.

5. Il P.G. ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilità del ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso deve essere rigettato poiché infondato.
L’esame dei motivi di doglianza seguirà l’ordine di esposizione dei medesimi.

2. Il primo motivo di doglianza attiene alla validità – ai fini della conoscenza del
processo – delle notifiche effettuate presso il domicilio eletto. Sostiene, cioè, il
ricorrente, che l’elezione di domicilio presso il difensore di ufficio non poteva essere
considerata come un valido modo di instaurare un corretto contraddittorio e di
portare a conoscenza dell’imputato ogni dettaglio del processo.
Si tratta di una argomentazione che deve essere respinta alla stregua di quanto
risulta in atti, esaminati da questa Corte che, con riguardo alla tipologia di questione
sollevata, è giudice anche del fatto: nel verbale di identificazione e di elezione del
domicilio in data 07/09/2014 il ricorrente aveva dichiarato di affidarsi al difensore di
fiducia ed in quella sede veniva nominato difensore di fiducia l’Avv. Giuliano Valer del

Foro di Trento. Dunque, p, smentito in atti che si trattasse di un difensore di ufficio,
bensì era un difensore di fiducia: e, parimenti, nei verbali delle udienze del processo
di primo e di secondo grado, il difensore dell’imputato veniva sempre qualificato
appunto come difensore di fiducia né mai il difensore (presente alle udienze) aveva
contestato quella nomina né aveva eccepito irregolarità di notifica nè contestato la
scelta volontaria del ricorrente.
Di conseguenza, la notifica andava eseguita correttamente presso il domicilio
eletto, così come è avvenuto: ciò che qualifica la validità dell’elezione di domicilio è
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del foglio di via obbligatorio.

l’individuazione della persona del domiciliatario, per cui la notifica così eseguita deve
ritenersi valida. Conseguentemente, essa era la valida forma di conoscenza del
processo per il ricorrente.

3. Il secondo motivo di ricorso non si confronta correttamente con la motivazione
impugnata: sostiene il ricorrente che la Corte territoriale non si era soffermata
sull’elemento soggettivo dell’imputato, il quale viveva in uno stato di disagio sociale
tale da impedirgli, pe svariati motivi, di allontanarsi da Trento tempestivamente.

questo tema, non ignorando le condizioni di emarginazione sociale, ma anzi
prendendole in esame in modo specifico nella determinazione della misura della
pena; inoltre, la Corte territoriale aveva sottolineato che tra l’emissione del foglio di
via obbligatorio e la commissione del reato da parte del ricorrente erano intercorsi
due giorni, vale a dire un tempo ragionevolmente sufficiente per adempiere: al
contrario, il ricorrente aveva scelto di restare in Trento e non aveva addotto alcuna
giustificazione per il suo comportamento violativo del dovere di corretto
comportamento; anzi, il giudice di appello non elude il tema dell’elemento
soggettivo, poichè evidenzia che non soltanto l’ordine di allontanamento era ben
presente nel ricorrente, ma che questi, due giorni dopo, era stato sorpreso, ancora
una volta, a porre in essere comportamenti antisociali.

4. L’ultimo motivo di doglianza è manifestamente infondato
Con esso il ricorrente lamenta una mancanza di motivazione in ordine alla scelta
del giudice di non applicare alla fattispecie una pena sostitutiva e del giudice di
appello di pronunziarsi sullo specifico motivo di impugnazione che era stato sollevato
già in quella sede.
Ma, dal verbale dell’udienza in data 20/07/2015 (tenuta dinanzi al Tribunale di
Trento) non risulta che fosse stata chiesta dall’imputato la sostituzione della pena
detentiva con una sanzione sostitutiva, ma soltanto l’assoluzione per difetto
dell’elemento soggettivo.
Di conseguenza, va qui ribadito che il Tribunale di Trento, a fronte della mancanza
di una esplicita richiesta, non era tenuto a pronunziarsi di ufficio: la sostituzione di
pene detentive brevi attiene all’esercizio di un potere discrezionale del giudice, che
non è tenuto a prendere in considerazione l’evenienza di ufficio e così a motivare per
la mancata sostituzione quando questa non è stata espressamente richiesta
dall’imputato, alla stregua di quanto accade in ordine alla concessione dei benefici
della sospensione condizionale della pena o della non menzione o al riconoscimento
delle circostanze attenuanti generiche (Sez. 1, n. 3225 del 12/01/1994, Rv. 198974).

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Ma, al contrario, la sentenza impugnata affronta espressamente e correttamente

E, pertanto, questa Corte può oggi rilevare la inammissibilità di quel motivo di
appello, ai sensi dell’art. 591, comma 4, cod. proc. pen., con quanto ne consegue in
termini di attuale ammissibilità.

5. Complessivamente il ricorso deve essere rigettato.
Al rigetto consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese
processuali.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso il dì 08 marzo 2018.

P.Q.M

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