Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 19387 del 26/02/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 19387 Anno 2018
Presidente: BRUNO PAOLO ANTONIO
Relatore: AMATORE ROBERTO

SENTENZA
sui ricorsi proposti da:
PUGLISI FRANCESCO nato il 15/09/1978 a CATANIA
DAINOTTI EMANUELE nato il 10/01/1980 a CATANIA

avverso la sentenza del 16/06/2016 della CORTE APPELLO di CATANIA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere ROBERTO AMATORE
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore FELICETTA
MARI NELLI
che ha concluso per

Il Proc. Gen. conclude per l’inammissibilita’
Udito il difensore

Data Udienza: 26/02/2018

RITENUTO IN FATTO
1.Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Catania, in parziale riforma della sentenza
di condanna emessa in data 20.11.2015 dal Tribunale di Ragusa, appellata dagli imputati
PUGLISI FRANCESCO, PARISI GIACOMO e DAINOTTI EMANUELE, ha rideterminato la pena
irrogata a Parisi Giacomo, confermando nel resto la condanna per gli altri due imputati per il
reato di cui agli artt. 110, 56, 624 bis, 625, comma 1, nn. 2 e 5 cod. pen..
Avverso la predetta sentenza ricorrono separatamente gli imputati PUGLISI FRANCESCO e

motivi di doglianza.
1.1 Denunzia il ricorrente PUGLISI FRANCESCO, con il primo ed unico motivo di doglianza,
violazione, ai sensi dell’art. 606., primo comma, lett. b ed e, cod. proc. pen., degli artt. 178,
179, 185 e 390, medesimo codice, e comunque vizio argomentativo sul medesimo punto.
Si eccepisce la nullità dell’udienza di convalida dell’arresto in ragione della mancata tempestiva
comunicazione al difensore di fiducia della fissazione della udienza di convalida, atteso che
quest’ultima era stata fissata alle ore 11.00 del 2.10.2015 e la comunicazione al difensore era
stata effettuata a mezzo pec alle ore 10.20 del medesimo giorno, a nulla valendo che per una
serie di ragioni contingenti l’udienza fosse stata celebrata alle ore 13,40. Si tratta – secondo la
tesi difensiva – di una nullità di ordine generale riconducibile, ai sensi dell’art. 179, comma 1,
cod. proc. pen., alle nullità assolute e rilevabili d’ufficio, per violazione dell’art. 178 comma 1
lett. c e 185, sempre codice di rito.
2. Con separato ricorso impugna la sentenza in esame anche l’imputato DAINOTTI EMANUELE,
proponendo due ragioni di censura.
2.1 Con la prima si denunzia, ai sensi dell’art. 606, primo comma, lett. b ed e, cod. proc. pen.,
violazione di legge in relazione all’art. 27 Cost. e 624 bis cod. pen..
Si evidenziano, nel tessuto argomentativo della sentenza impugnata, due gravi incongruenze,
determinate, la prima, dalla circostanza che la parte offesa aveva dichiarato che alle ore 10.45
i malfattori si trovavano ancora all’interno della abitazione e che, invece, i carabinieri
intervenuti sul posto avevano dichiarato di aver fermato gli agenti ben venti minuti prima del
predetto orario ; la seconda, dalla irrilevanza, in chiave probatoria, del rinvenimento, davanti
all’abitazione della persona offesa, di una chiave svita candele, che invece era presente
all’interno dell’autovettura utilizzata per la realizzazione del furto.
2.2 Con il secondo motivo si censura la sentenza impugnata, ai sensi dell’art. 606, primo
comma, lett. b ed e, cod. proc. pen., in relazione all’art. 27 Cost. e all’art. 62 bis cod. pen..
Si evidenzia la mancata valutazione del comportamento post delictum adottato dall’imputato in
relazione alla mancata concessione delle attenuanti generiche e alla dosimetria della pena.

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DAINOTTI EMANUELE, per mezzo dei loro difensori, affidando la loro impugnativa ai seguenti

CONSIDERATO IN DIRITTO
3. I ricorsi sono inammissibili.
3.1 Il motivo di doglianza di carattere processuale contenuto nel ricorso del Puglisi è
manifestamente infondato.
3.1.1 Sul punto occorre ricordare che – sebbene l’omesso avviso dell’udienza al difensore di
fiducia tempestivamente nominato dall’imputato o dal condannato, integra una nullità assoluta
ai sensi degli artt. 178, comma primo lett. c) e 179, comma primo cod.proc.pen., quando di

d’ufficio e che in udienza sia stato presente un sostituto nominato ex art. 97, comma quarto,
cod. proc. pen. ( cfr., Sez. U, Sentenza n. 24630 del 26/03/2015 Cc. (dep. 10/06/2015 )
Rv. 263598 ; v. anche Sez. 1, Sentenza n. 16587 del 18/12/2015 Cc. (dep. 21/04/2016 )
Rv. 267366 ) – nel caso di specie, in realtà, la comunicazione dell’avviso della udienza vi è
stato, e ciò per stessa ammissione della difesa del ricorrente, che contesta solo ed
esclusivamente l’ulteriore profilo della non tempestività dell’avviso stesso.
Se così è, allora la scelta del rito abbreviato da parte dell’imputato deve ritenersi aver avuto un
effetto sanante su qualsiasi nullità ovvero invalidità processuale collegata alla dedotta
intempestività dell’avviso di fissazione dell’udienza innanzi al giudice della convalida
dell’arresto.
4. Il ricorso del Dainotti è, anch’esso, inammissibile.
3.1 Già il primo motivo di doglianza, per come formulato, è inammissibile.
3.1.1 Non può essere dimenticato che, in relazione al contenuto della doglianza, la Corte di
legittimità non può fornire una diversa lettura degli elementi di fatto, posti a fondamento della
decisione di merito. La valutazione di questi elementi è riservata in via esclusiva al giudice di
merito e non rappresenta vizio di legittimità la semplice prospettazione, da parte del
ricorrente, di una diversa valutazione delle prove acquisite, ritenuta più adeguata. Ciò vale, in
particolar modo, per la valutazione delle prove poste a fondamento della decisione. Ed infatti,
nel momento del controllo della motivazione, la Corte di Cassazione non può stabile se la
decisione del giudice di merito proponga la migliore ricostruzione dei fatti, né deve
condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi a verificare se questa giustificazione sia
compatibile con il senso comune e con i limiti di una “plausibile opinabilità di apprezzamento”.
Ciò in quanto l’art. 606 comma 1, lett. e, cod. proc. pen. non consente al giudice di legittimità
una diversa lettura dei dati processuali o una diversa interpretazione delle prove, perché è
estraneo al giudizio di cassazione il controllo sulla correttezza della motivazione in rapporto ai
dati processuali. Piuttosto è consentito solo l’apprezzamento sulla logicità della motivazione,
sulla base della lettura del testo del provvedimento impugnato. Detto altrimenti, l’illogicità
della motivazione, censurabile a norma dell’art. 606, comma 1, lett e) cod. proc. pen., è quella
evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile “ictu oculi”, in quanto l’indagine di
legittimità sul discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il
sindacato demandato alla Corte di cassazione limitarsi, per espressa volontà del legislatore, a
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esso è obbligatoria la presenza, a nulla rilevando che la notifica sia stata effettuata al difensore

riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo, senza possibilità di verifica della
rispondenza della motivazione alle acquisizioni processuali.
Orbene, secondo la giurisprudenza di questa Corte ricorre il vizio della mancanza, della
contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione della sentenza se la stessa risulti
inadeguata nel senso di non consentire l’agevole riscontro delle scansioni e degli sviluppi critici
che connotano la decisione in relazione a ciò che è stato oggetto di prova ovvero di impedire,
per la sua intrinseca oscurità ed incongruenza, il controllo sull’affidabilità dell’esito decisorio,

( Cass., Sez. 4, 14 gennaio 2010, n. 7651/2010 ).
Ciò posto, osserva la Corte come la parte ricorrente voglia sollecitarla ad una rivalutazione del
compendio probatorio già ampiamente e correttamente scrutinato dai giudici del merito,
proponendo censure che si pongono, all’evidenza, al di fuori del perimetro di cognizione del
giudizio di legittimità.
Né è possibile rintracciare, nel tessuto argomentativo della motivazione impugnata, aporie
ovvero contraddizioni logiche. Ed invero, sulla dedotta questione della discrasia oraria degli
eventi ( peraltro articolata, all’evidenza, come censura in fatto ), la Corte distrettuale ha
comunque fornito una adeguata risposta argomentativa, evidenziando che, in un primo
momento, era stato fermato dai carabinieri il PUGLISI all’interno della autovettura e, poi, gli
altri due complici.
Peraltro, va aggiunto come la motivazione impugnata abbia argomentato il giudizio di penale
responsabilità degli imputati valorizzando, nel ragionamento probatorio, plurimi elementi di
convergenza indiziaria, come tali discendenti, da un lato, dalla fuga degli imputati dalla
abitazione ove alcuni beni ( tv, motoseghe ed altro ) era stato rinvenuto dai carabinieri al
centro del soggiorno in attesa di essere asportati e, dall’altro, dalla già sopra evidenziata
consecuzione degli eventi.
3.2 Il secondo motivo di doglianza è anch’esso inammissibile.
3.2.1 La mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche è giustificata da
motivazione esente da manifesta illogicità, che, pertanto, è insindacabile in cassazione (Cass.,
Sez. 6, n. 42688 del 24/9/2008, Rv. 242419), anche considerato il principio affermato da
questa Corte secondo cui non è necessario che il giudice di merito, nel motivare il diniego della
concessione delle attenuanti generiche, prenda in considerazione tutti gli elementi favorevoli o
sfavorevoli dedotti dalle parti o rilevabili dagli atti, ma è sufficiente che egli faccia riferimento a
quelli ritenuti decisivi o comunque rilevanti, rimanendo disattesi o superati tutti gli altri da tale
valutazione (Sez. 2, n. 3609 del 18/1/2011, Sermone, Rv. 249163; Sez. 6, n. 34364 del
16/6/2010, Giovane, Rv. 248244).
Sul punto va detto come la motivazione impugnata sfugga ad ogni censura di illogicità, atteso
che il diniego delle reclamate circostanze generiche riposa sulla condivisibile valutazione della
esistenza di precedenti penali che colorano in senso negativo anche la condotta delittuosa qui
sub iudice.
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sempre avendo riguardo alle acquisizioni processuali ed alle prospettazioni formulate dalle parti

4. Alla inammissibilità consegue, ex art. 616 cod. proc. pen., la condanna di ciascun ricorrente
al versamento, in favore della cassa delle ammende, di una somma che appare equo
determinare in euro 2000.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese del
procedimento e della somma di Euro 2.000 in favore della Cassa delle Ammende.

Così deciso in Roma, il 12.2.2018

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