Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 19330 del 18/10/2017


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Penale Sent. Sez. 2 Num. 19330 Anno 2018
Presidente: FUMU GIACOMO
Relatore: TUTINELLI VINCENZO

SENTENZA
Sul ricorso proposto nell’interesse di:
PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE DI APPELLO DI MILANO
LAMPUGNANI LUCIANO N. IL 19/10/1955
VALLE FRANCESCO N. IL 27/09/1937
FERRERI MARIA TERESA N. IL 25/08/1956
PELLICANO’ SANTO N. IL 14/05/1986
avverso la sentenza14 giugno 2016 della Corte di appello di Milano
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
sentita la relazione della causa fatta dal consigliere dott. Vincenzo Tutinelli;
sentite le conclusioni del Pubblico Ministero, nella persona del Sostituto Procuratore
Generale dott. Delia Cardia , che ha chiesto il rigetto dei ricorsi
sentito il difensore dell’imputato LAMPUGNANI – Avv. Federico PAPA del Foro di Milano
che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso
RITENUTO IN FATTO
1. La vicenda processuale trae le mosse in relazione alla accertata sussistenza di una
associazione di cui all’art. 416 bis a carattere familiare, legata alla potente cosca di
indrangheta dei De Stefano di Reggio Calabria, operante da anni sul territorio di Bareggio,
Cisliano, Milano e province limitrofe e avente scopo di commettere delitti contro il patrimonio,
la libertà individuale ed in particolare estorsioni, usure, abusivo esercizio di attività
finanziaria, intestazione fittizia di beni, frodi attraverso l’esercizio di videogiochi, di acquisire
direttamente e indirettamente la gestione e/o il controllo di attività economiche. Nel processo,
risultano essere state oggetto di accertamento ulteriori 40 imputazioni – diversamente
attribuite – per lo più aventi ad oggetto episodi di usura in taluni casi aggravata anche ai sensi
1

Data Udienza: 18/10/2017

del comma 5 dell’art. 644 cod.pen. (capi nn. 2, 4, 6, 10, 11, 13, 14, 15, 16, 18, 20, 21, 26,
28, 32, 33, 34, 36, 37, 38, 39) nonché di estorsione consumata o tentata (capi 3, 12, 17,
19, 22 ) intestazione fittizia di beni ( capi 8, 23, 25, 40 ) esercizio abusivo di attività
finanziaria (capi 7, 35) e riciclaggio (capo 6).
In particolare, in precedente pronuncia questa Corte (Sez. F, Sentenza n. 47738 del 2015)
aveva escluso il carattere mafioso dell’associazione criminale prima del 2.11.2008. Tale
esclusione aveva determinato l’esclusione della circostanza aggravante di cui all’art. 7 del DL

l’annullamento senza rinvio delle precedenti decisioni di merito limitatamente alla
19.
del 1991, art. 7 per tutti i reati fine
contestazione dell’aggravante di cui alli)L. n. 20
consumati entro 1.11.2008, la necessità di rivalutare il decorso o meno del termine
prescrizionale per tutte le fattispecie descritte nel medesimo capo 8) dell’imputazione e la
rideterminazione del trattamento sanzionatorio.
Le contestazioni che in particolare riguardano la vicenda controversa oggetto di ricorso
sono quelle di cui al capo 8 (intestazione fittizia ai sensi dell’art. 12 quinquies DL [1.52/913 per
quanto riguarda le posizioni VALLE, FERRERI e PELLICANO’ e il fondamento del provvedimento
di confisca per equivalente a carico del LAMPUGNANI.
2.1 Per quanto riguarda le posizioni VALLE Francesco, FERRERI e PELLICANO’, in sede di
annullamento, questa Corte aveva evidenziato la primaria necessità di delimitare l’effetto
ricognitivo del giudicato parziale conseguenti alle precedenti decisioni di questa Corte e delle
Corti di merito in ordine ai fatti di reato in rapporto ai quali, alla data della pronunzia
rescindente, non fosse già maturato (per effetto della esclusione dell’aggravante) l’effetto
estintivo per prescrizione, tenuto conto delle variabili incidenti (in particolare delle eventuali
sospensioni dei termini intervenute nella fase di merito e in sede dì legittimità dovendosi
valutare in relazione a tale ultimo profilo la sospensione intervenuta dal 17 febbraio 2014 al 7
luglio 2014) e della concreta individuazione – da parte del giudice di merito – della effettiva
data di consumazione delle diverse condotte, in particolare per quanto concerne quelle di
intestazione fittizia contestate, in via cumulativa, al capo numero 8 del decreto di rinvio a
giudizio .
Questa Corte aveva testualmente segnalato che dette condotte, ritenute espressive di un
medesimo disegno criminoso, imponevano l’apprezzamento in rapporto a ciascuna delle
‘compagini societarie’ le cui quote risultano fittiziamente attribuite (trattasi delle società
ANAMEL, GESTIONI IMMOBILIARI MARILENA, EUROPLAY, GENERAL CONTRACT, RUFF
GARDEN, INTERNATIONAL CAFE, PLAYMONEY, SERICO CONSULTING, GERMI, JODY BAR,
SEGURO ) con conseguente necessità di una compiuta verifica, in rapporto a ciascuna
compagine societaria, della data di «consumazione» del reato di intestazione fittizia al fine di
stabilire – in rapporto a ciascuno dei soggetti coinvolti nelle specifiche operazioni – se operasse
o meno l’esclusione della circostanza aggravante di cui all’art. 7 d.l. n.152 del 1991 e,

2

152/91 per i “reati fine” consumati entro 1’1.11.2008. Da tale premessa era conseguito

tenendo conto delle altre variabili incidenti, se il reato fosse o meno prescritto alla data del 13
ottobre 2014.
Ancora, questa Corte aveva precisato che il reato di intestazione fittizia di cui all’art. 12
quinquies dl?. n. 306 del 1992 , risultando l’operazione complessiva accertata nel caso di
specie l’elaborazione di uno ‘schermo societario’ estrinsecantesi in più atti di attribuzione
fittizia tra di loro strettamente e funzionalmente collegati dovesse ritenersi che l’attività in
questione realizzasse un unico reato concorsuale (nell’ipotesi di coinvolgimento di più

essere al fine di realizzare la diversa «apparenza» della specifica compagine sociale.
2.2. Quanto alla posizione di LAMPUGNANI Luciano, questa Corte aveva segnalato
l’omessa o insufficiente valutazione di merito delle argomentazioni difensive in punto di
ricostruzione patrimoniale della capacità reddituale dell’imputato, ribadendo la necessità di una
compiuta ricognizione dei presupposti probatori che, nel caso specifico, giustificassero
l’ablazione con particolare riferimento alla dovuta verifica della sproporzione di valori, ferma
restando la legittimità dell’emissione da parte del giudice del dibattimento di un provvedimento
di confisca ai sensi dell’art. 12 sexies anche lì dove nel corso del procedimento fosse stata
ritenuta applicabile il giudice del rinvio. In sede di annullamento, questa Corte aveva anche
ribadito che lì dove l’affermazione di responsabilità fosse intervenuta in rapporto ad uno dei
reati-spia e lì dove non vi fosse – come nel caso di specie – questione alcuna circa la
riferibilità dei beni in sequestro alla persona del condannato la norma azionata consentiva di
procedere a confisca «estesa» (con dissoluzione dell’ordinario nesso pertinenziale) solo in
presenza di esito negativo della «giustificazione di provenienza» e di constatazione della
sproporzione tra il valore dei beni e il parametro del reddito dichiarato o della attività
economica comunque svolta dovendosi comunque considerare ai fini della comparazione di
valori anche i redditi derivanti da attività economiche lecite, svolte ma non dichiarate a fini
fiscali.
3. La Corte di appello di Milano, con la sentenza in questa sede oggetto di ricorso,
decidendo in funzione di giudice del rinvio a seguito della sentenza di questa Corte n. 47738
del 2015, ha dichiarato non doversi procedere nei confronti di RONCON GIULIANO in relazione
ai reati di cui al capo 8, lett. b) ed e) , nei confronti di PELLICANO’ SANTO in relazione al reato
di cui al capo 8, lett. c), nei confronti di VALLE ANGELA in relazione al reato di cui al capo 8,
lett. b) per essersi i medesimi estinti per intervenuta prescrizione rideterminando la pena nei
limiti ritenuti di giustizia; ha revocato la confisca disposta a carico dell’appellante LAMPUGNANI
LUCIANO limitatamente all’importo di euro 516.432,00, di cui ha disposto la restituzione in
favore del medesimo confermando nel resto la sentenza 20 luglio 2012 del Tribunale di Milano.
4. Avverso tale provvedimento propongono ricorso per cassazione il Procuratore Generale
della Repubblica presso la Corte di appello di Milano e i difensori dell’imputato.
4.1. Il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Milano articola i seguenti motivi
di ricorso:
3

soggetti) di attribuzione fittizia, con necessità di tener conto dell’ultima attribuzione posta in

4.1.1. Illogicità e contraddittorietà della motivazione in ordine alla somma di euro 300.000
consistente provento in nero della cessione dell’immobile di Lisanza effettuata in risparmio
fiscale.
Afferma in sostanza il ricorrente che gli elementi sulla base dei quali è stata ritenuta la
prova della lecita provenienza del denaro risulterebbero del tutto privi di effettiva valenza
probatoria e, qualora valutate alla stregua di indizi, non avrebbero il carattere dell’univocità.
4.1.2. Illogicità e contraddittorietà della motivazione in ordine alla somma di euro 240.000

Afferma il ricorrente che, per quanto attiene al denaro proveniente dall’assegno firma
Greco, rileva come chi aveva emesso l’assegno era stato citato in giudizio e non si era
presentata e quindi non vi era riscontro in ordine alla legittima provenienza.
Quanto all’assegno emesso a firma Rallo, afferma che le dichiarazioni del soggetto che
aveva emesso l’assegno sarebbero insufficienti da sole a provare alcunché in quanto valutata
in mancanza di documenti integrativi.
4.2. L’imputato LAMPUGNANI articola i seguenti motivi di ricorso.
4.2.1. Violazione dell’articolo 627 del codice penale (da ritenersi codice di procedura
penale) nonché articolo 111 della Costituzione articolo sei della Cbnvenzione europea dei diritti
dell’uomo.
Afferma in sostanza il ricorrente che la modificazione del titolo della confisca rispetto al
sequestro precedentemente disposto costituirebbe una violazione dei diritti della difesa in
quanto attinente all’effettivo svolgimento del contraddittorio sul punto. Afferma inoltre che il
Tribunale non avrebbe motivato sulle ragioni per cui si era ritenuto di andare oltre i margini su
cui si era concentrata l’istruttoria dibattimentale. Afferma inoltre che sarebbe anche mutata la
base del calcolo rispetto a quanto valutato in sede di cautela.
4.2.2. Manifesta illogicità della motivazione della sentenza in ordine alla valutazione del
quantum sequestrabile e contestuale omessa motivazione sul punto.
Afferma il ricorrente che la valutazione della somma globale di 4.221.453 EUR sarebbe
stata del tutto ingiustificata alla luce del provvedimento del Tribunale del riesame che aveva
decretato la restituzione all’imputato della somma di 2.246.145,39 EUR. Inoltre, a tale somma
sarebbe stata aggiunta l’ulteriore somma di 1.148.000 EUR in conseguenza della condanna in
ordine al capo di imputazione 35. Sotto tale aspetto, vi sarebbe un errore materiale consistito
nella considerazione dei valori assoluti di alcune operazioni (posizione Donato, posizione
Gentile) considerati però in Euro invece che in lire com’era nei capi d’imputazione.
4.2.3. Violazione dell’articolo 597 del codice di procedura penale.
Afferma il ricorrente che la Corte d’appello non avrebbe in alcun modo preso in
considerazione le argomentazioni del Tribunale ma avrebbe scelto di stravolgere
completamente l’ambito in cui si erano mosse le parti per alcuni anni. Su tale punto ritiene
irrilevante il fatto che le conclusioni della Corte d’appello siano state parzialmente favorevoli
alla difesa.
4

costituenti emolumenti non dichiarati ai fini fiscali provenienti dall’attività professionale.

4.2.4. Mancata assunzione di una prova testimoniale decisiva in ordine alla legittimità
della disponibilità di denaro in capo all’imputato.
Afferma il ricorrente che la Corte d’appello avrebbe disatteso la richiesta testimoniale
proveniente dalla difesa per motivi diversi da quelli opposti in primo grado e che quindi tale
provvedimento di rigetto dovrebbe essere valutato alla stregua di travisamento.
4.2.5. Violazione di legge e motivazione erronea, contraddittoria e comunque carente in
relazione alla mancata valutazione delle indagini difensive attinenti alla vendita di un

Generale.
Afferma il ricorrente che tale documentazione, acquisita con il consenso del Procuratore
Generale avrebbe dovuto essere quanto meno valutata anche al solo fine di essere disattesa;
valutazione che nel caso di specie mancherebbe.
4.2.6 Con memoria integrativa 31 maggio 2017, difesa ha ulteriormente motivato
chiedendo l’accoglimento dei motivi già proposti.
4.2.7. Con motivi nuovi depositati il 29 settembre 2017 la difesa ha ulteriormente
argomentato in ordine all’accoglimento del proprio ricorso e alla inammissibilità del ricorso del
Procuratore Generale e ha articolato un ulteriore motivo di ricorso lamentando la manifesta
illogicità ed il carattere apodittico della sentenza nella parte motiva in ordine alla consistenza
patrimoniale del ricorrente Lannpugnani.
La difesa contesta la generale illogicità della motivazione costituitct. dal fatto che già
nell’anno 2000 risultavano intestati all’imputato titoli per il valore complessivo di euro
1.670.320. Tale affermazione risulterebbe frutto di travisamento in quanto esito di un estratto
conto prodotto dalla difesa solo a titolo esemplificativo ma non idoneo a provare la consistenza
patrimoniale dell’imputato. Afferma la difesa che la consistenza patrimoniale esatta era di
2.992.805,49 EUR in titoli come da polizza che in questa sede il ricorrente ha depositato e
965.719,33 EUR come da documentazione che solo in questa sede il ricorrente ha depositato.
4.3. Gli imputati VALLE, FERRERI, PELLICANO’ articolano i seguenti motivi di
ricorso:
4.3.1. Violazione ed erronea applicazione dell’articolo 12 quinquies del decreto-legge
306/1992 nonché dell’articolo 27 della Costituzione e motivazione manifestamente illogica,
contraddittoria e comunque carente con particolare riferimento alla condanna per intestazione
fittizia di cui al capo 8 lettera E) per PELLICANO’ Santo e FERRERI Maria Teresa.
In particolare, i ricorrenti lamentano che la consumazione del reato avrebbe dovuto essere
valutata alla data del 18 maggio 2004 per il PELLICANO’ e 28 aprile 2005 per la FERRERI,
momento in cui è avvenuta l’intestazione delle quote in proprio favore e non alla data del 25
marzo 2009 in cui la corte ha ritenuto di individuare l’ultimo dei plurimi atti di intestazione
fittizia riconducibile agli imputati.
Affermano infatti i ricorrenti che il reato di intestazione fittizia deve pacificamente ritenersi
reato istantaneo e quindi non sarebbe possibile valutare – ai fini della determinazione del
5

appartamento depositata all’udienza del 14 giugno 2016 con il consenso del Procuratore

momento consumativo e della conseguente decorrenza del termine prescrizionale – condotte
successive alla prima fittizia intestazione. Sarebbe inoltre illogica la motivazione della corte
d’appello che individua la presenza di una condotta ulteriore rispetto all’intestazione pura e
semplice.
4.3.2. Violazione ed erronea applicazione degli articoli 125 del codice di procedura penale,
158-133 del codice penale e 27 della Costituzione in relazione alla condanna di VALLE
Francesco nonché motivazione manifestamente illogica, contraddittoria e comunque carente in

Afferma la difesa che non sarebbe possibile individuare quale società sarebbe riconducibile
al VALLE. In sostanza, a parere dei ricorrenti, la corte si sarebbe sottratta a qualsivoglia
verifica in ordine alle modalità di commissione del reato, alla sussistenza di un contributo
causale alla realizzazione dello stesso, di fatto impedendo all’imputato di comprendere i motivi
della propria condanna.
4.3.3. Violazione ed erronea applicazione dell’articolo 125 del codice di procedura penale
nonché dell’articolo 7 del decreto-legge 152/91 nonché motivazione manifestamente illogica,
contraddittoria e comunque carente in ordine alla ritenuta sussistenza dell’aggravante
medesima.
Affermano i ricorrenti che la precedente sentenza di questa corte (numero 678 del 2015)
avrebbe specificato che prima del 1 novembre 2008 non poteva ritenersi sussistente
l’associazione mafiosa con la conseguenza che, prima di tale data, l’aggravante di cui
all’articolo 7 citato non poteva operare. Sotto dall’aspetto, non sarebbero sufficienti le
considerazioni esposte in sede di motivazione.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il primo motivo di ricorso articolato dalla difesa VALLE, PELLICANO’, FERRERI risulta

ria citxt

infondato.

Vani.

Deve infatti rilevarsi che il delitto relativo alla falsa

azi n di valori o quote societarie

si realizza sia quando un soggetto si presti fittiziamente ad apparire titolare del bene, sia
quando l’apparente titolare cede in maniera ulteriormente fittizia gli stessi beni ad un altro
prestanome perché anche con tale ulteriore cessione commette un nuovo atto rilevante ai fini
dell’articolo 12 quinquies DL 152/91. Nel procedimento che occupa, era stata questa stessa
Corte in sede di annullamento con rinvio a segnalare che “lì […] dove l’operazione complessiva
di elaborazione di uno ‘schermo societario’ si articoli in più atti di attribuzione fittizia tra di loro
strettamente e funzionalmente collegati va ritenuto che (come affermato, tra le altre, da Sez.
2, n. 39756 del 5.10.2011 r rv 251192) l’attività in questione realizza un unico reato
concorsuale (nell’ipotesi di coinvolgimento di più soggetti) di attribuzione fittizia, con necessità
di tener conto dell’ultima attribuzione posta in essere al fine di realizzare la diversa
«apparenza» della specifica compagine sociale”.
Pertanto è pienamente legittima la motivazione della corte territoriale quando individua
nell’ultimo atto di disposizione dell’apparente titolare l’ultima condotta rilevante ai fini della
6

relazione alla condanna intervenuta in ordine al capo 8 dell’imputazione.

norma incriminatrice e quindi il momento a partire dal quale poteva ritenersi decorrere il
termine di prescrizione che, secondo un calcolo in questi termini corretto non era ancora
trascorso alla data indicata.
2. Il secondo motivo di ricorso articolato dalla difesa VALLE, PELLICANO’, FERRERI risulta
parzialmente inammissibile e per il resto infondato.
Risulta infatti che l’annullamento disposto da questa corte non riguardasse la motivazione
della condanna già irrogata. Ne consegue che il giudice del rinvio non aveva la possibilità di

comunque fissati nei termini già decisi dalla medesima corte di appello.
Nel valutare quindi i profili relativi al momento a partire dal quale poteva ritenersi
decorrere la prescrizione, non era possibile in sede di rinvio e non è possibile quindi mettere in
discussione in questa sede le statuizioni afferenA’affermazione di penale responsabilità per i
delitti medesimi in quanto ormai coperti da giudicato. Sotto questo aspetto, i profili che
attengono alle condotte degli odierni ricorrenti vengono saldarsi con i profili che attengono alla
responsabilità del VALLE Francesco proprio perché è stata già affermata la responsabilità di
costui a titolo di mandante.
Di conseguenza le considerazioni che hanno portato al rigetto del primo motivo di ricorso
presentato nell’interesse principale degli imputati PELLICANO’ e FERRERI risultano riproponibili
anche in relazione alla posizione dell’imputato VALLE Francesco. In sostanza, infatti, essendo
stato individuato l’ultimo atto di disposizione rilevante ai fini dell’articolo 12 quinquies DL
152/91 nelle date meglio specificate in sede di motivazione nelle pagine 6 ss., rimangono
valide – al fine di valutare la decorrenza del termine di prescrizione – le considerazioni svolte
con riferimento ai coimputati relativamente al capo 8).
3. Anche il terzo motivo di ricorso presentato dalla comune difesa VALLE, PELLICANO’,
FERRERI, riguardante violazione di legge e carenza di motivazione in ordine all’insussistenza
dell’aggravante di cui all’articolo 7 del decreto-legge 152/91 risulta essere infondato.
La contestazione ai sensi dell’articolo 12 quinquies contenuta nel capo 8 della
contestazione comprende una pluralità di condotte avvinte dal vincolo della continuazione. La
più recente di tali condotte risulta avvenuta nel giugno del 2009 e quindi in data ben
successiva alla esplicitazione degli indici di mafiosità che hanno portato questa corte a ritenere
sussistente l’associazione a delinquere di stampo mafioso in data successiva al novembre
2008. Ne consegue che la finalità di favorire l’associazione mafiosa, con riferimento perlomeno
a tale condotta, risulta legittimamente affermata e ritenuta .Non va infatti dimenticato che i
profili relativi alla sussistenza dell’aggravante per come richiamati nella sentenza di
annullamento riguardavano aspetti essenzialmente temporali e, per converso, l’intera
valutazione già operata dai giudici di merito aveva evidenziato come vi fosse, perlomeno in
tale ultimo atto, la specifica consapevolezza e volontà di favorire il clan VALLE-LAMPADA.
Allo stesso modo, deve ritenersi implicitamente esclusa l’aggravante medesima in ordine a
tutte le rimanenti condotte, da ritenersi meno gravi rispetto a quella aggravata.
7

rivalutare i profili attinenti alla affermazione di penale responsabilità che rimanevano

Infine, con specifico riferimento alla valutazione della decorrenza della prescrizione, i
calcoli relativi al termine necessario prescrivere risultano essere stati effettuati in relazione al
normale termine prescrizionale, senza che sia stata valutata la influenza dell’articolo 7
medesimo.
4. Il primo motivo di ricorso LAMPUGNANI risulta infondato.
4.1. Con l’articolazione di tale motivo di ricorso, la difesa appare voler affermare
l’impossibilità di valutare, in sede di merito, la sussistenza dei presupposti e circostanze non

Si tratta di una affermazione radicalmente errata posto che il procedimento cautelare
risulta essere strumentale alla successiva valutazione di merito e che il giudizio di merito
risulta essere basato su prove ed elementi diversi e anche successivi rispetto agli indizi e agli
elementi utilizzabili in sede di indagine.
Peraltro, tra gli oneri difensivi in sede di articolazione dei mezzi di prova fin dal primo
grado, vi è proprio l’indicazione degli elementi utili anche relativamente al concreto esercizio
del diritto di difesa in relazione agli eventuali provvedimenti conseguenti al possibile
accertamento della penale responsabilità. Tra tali provvedimenti, in conseguenza dei reati
contestati, vi era ab origine la possibilità di una confisca rispetto a cui la difesa doveva
articolare le proprie richieste istruttorie e provvedere agli eventuali depositi documentali di
quanto utile a indicare le disponibilità patrimoniali lecite al momento dei fatti e in relazione al
periodo connesso alle contestazioni.
Sotto tale aspetto, risulta adempiuto l’onere di allegazione da parte del pubblico ministero
che di fatto aveva riproposto quanto già depositato in sede cautelare. A fronte di ciò, la difesa,
alla luce del contenuto delle contestazioni cautelari e alla luce della formulazione del capo
d’imputazione e di tutte le conseguenze giuridiche che la richiesta condanna avrebbe potuto
avere in termini di misure patrimoniali, risulta essere stata posta in condizione di esercitare
l’integralità delle facoltà connesse al diritto di difesa.
Nemmeno risulta esservi stata alcuna sopravvenienza valutabile in termini di violazione
del contraddittorio posto che non risultano essere avvenute modifiche dell’originaria
imputazione.
Inoltre, persino in sede di secondo giudizio di rinvio in appello, alla difesa è stata
riconosciuta la possibilità, persino sull’accordo dello stesso procuratore generale, di effettuare
ulteriori depositi anche in termini di svolgimento di indagini difensive.
Fra l’altro, anche a voler considerare il tempo materiale che le difese hanno avuto per
ricercare tali documenti, deve comunque rilevarsi che il provvedimento di sequestro risale al
2010 e l’ultimo deposito effettuato dalla difesa risale all’anno 2016, con la conseguenza che il
tempo in cui la difesa ha avuto la possibilità di raccogliere prove documentali può ritenersi
ampiamente congruo.
Ne consegue l’insussistenza dei presupposti per indicare individuare qualsivoglia forma di
violazione del contraddittorio .
8

valutate in sede cautelare.

4.1.2. Nemmeno appare possibile ritenere che sia stato il sopravvenire delle decisioni in
sede di giudizio di merito a far nascere la necessità di depositi ulteriori. Come visto, non
risultando esservi state modifiche della imputazione o delle norme relative ai presupposti per
l’emanazione di misure ablatorie ed essendo stata concretamente data alla difesa la possibilità
di depositi tardivi sino al giudizio di merito che ha originato l’impugnata sentenza, non vi sono i
presupposti perché la difesa possa introdurre elementi nuovi. Infatti, ferma restando la
legittimità delle acquisizioni effettuate nei sei anni di celebrazione della fase di merito del

inerzia della parte. Tra l’altro, nell’articolazione del ricorso, nemmeno si fa riferimento
all’eventuale carattere di novità della documentazione stessa o alla presenza di oggettivi
impedimenti pregressi. Tali caratteri non possono essere ritenuti sussistenti anche in
conseguenza del fatto che si tratta di elementi rappresentativi di vicende patrimoniali
pregresse e non vi è allegazione di elementi indicativi dell’esistenza di eccezionali situazioni
riguardanti la parte ricorrente
Del tutto non condivisibile risulta la prospettazione difensiva anche in relazione al fatto che
le deduzioni relative alla sussistenza di una sproporzione patrimoniale – al di fuori della
sussistenza di uno specifico titolo giustificativo – potessero incentrarsi su una somma o su
un’altra dovendosi rapportare la valutazione giudiziale alla globalità delle disponibilità
patrimoniali del soggetto imputato.
Irrilevante è, con riferimento la vicenda in oggetto, la giurisprudenza richiamata dalla
difesa, in particolare la sentenza della prima sezione di questa Corte in data 18 novembre
2008 in materia di preclusioni in sede di procedimento di prevenzione. Tale irrilevanza non
dipende soltanto dalla diversità del rito ma consegue anche ad una differenza strutturale della
vicenda oggetto del presente giudizio rispetto a quella che ha dato luogo alla sentenza
medesima.
Infatti, nel caso di specie, la corte d’appello era chiamata a svolgere un giudizio in
precedenza non effettuato e a una valutazione dell’intera questione relativa alla confisca e ai
presupposti di essa con la conseguente impossibilità di individuare un nucleo di accertamento
dotato di una sua specifica stabilità e modificabile solo all’esito del sopravvenire di elementi
nuovi.
4.2 il secondo motivo del ricorso LAMPUGNANI risulta parimenti infondato.
In primis, risulta suggestiva ma del tutto priva di fondamento la prospettazione per cui
costituirebbe profilo patologico del provvedimento del merito il superamento delle statuizioni
rese dal tribunale del riesame in sede cautelare. Come già detto, diversi sono i presupposti
delle decisioni nell’una e nell’altra sede e la necessità di un ricalcolo generale derivava
dall’annullamento disposto da questa corte.
Inoltre, non può ritenersi ammissibile la doglianza del ricorrente con cui in sostanza si
lamenta del fatto che non risulterebbe oggetto di accertamento la determinazione delle
modalità con cui il ricorrente avrebbe offerto un contributo causale alla realizzazione

G-

9

processo, l’omesso deposito di ulteriore documentazione non può che imputarsi a inescusabile

dell’illecito. Infatti, la condanna del ricorrente per i fatti di cui al capo 35 non è stata
pronunciata con la sentenza oggetto del ricorso che ha dato vita alla presente fase
processuale. In conseguenza di ciò, tali profili non possono essere oggetto di contestazione
essendosi formato il giudicato sul punto.
Nemmeno può individuarsi il palese errore di calcolo affermato dalla difesa con riferimento
al profitto conseguente alla commissione dei delitti di cui al capo 35) della imputazione. La
quantificazione di tale profitto nella misura di euro 1.048.456,00 risulta essere stata operata

3 della ordinanza 29 dicembre-30 dicembre 2010 del tribunale del riesame di Milano, in atti).
Nella sentenza oggetto di impugnazione, peraltro, non si fa riferimento ai valori di cui al capo
di imputazione ma alla presenza di un ammontare ammesso (così letteralmente la sentenza
impugnata alla pagina 21) di euro 1.048.000, con ciò facendosi riferimento a profili diversi
dalla mera lettera del capo d’imputazione ma a profili attinenti alla pregressa attività istruttoria
a cui, nella formulazione del ricorso, non si fa nemmeno riferimento e che non possono
nemmeno essere considerati oggetto di contestazione. In sostanza, la determinazione del
profitto relativo al capo 35) non deriva dalla mera sommatoria delle poste richiamate in tale
capo di imputazione ma dal richiamo ad accertamenti effettuati in sede merito e afferenti alla
penale responsabilità la cui contestazione avrebbe imposto alla difesa di riportare
specificamente ed allegare gli atti da cui desumere la sussistenza di elementi diversi ferma
restando l’impossibilità – in questa sede – di procedere a una nuova valutazione del contenuto
della definitivamente accertata penale responsabilità.
Alle stesse conclusioni deve giungersi con riferimento alla doglianza relativa alla “mancata
conoscenza” da parte della difesa della identità e delle dichiarazioni del teste Dania posto che,
al fine di lamentare un travisamento del contenuto dell’istruttoria precedente, il ricorrente
avrebbe dovuto allegare o richiamare i verbali delle attività istruttorie svolte nelle fasi
precedenti – segnatamente in relazione alla escussione delle parti offese del capo più volte
richiamato – nella loro completezza.
4.3 Il terzo motivo di ricorso LAMPUGNANI è generico e comunque manifestamente
infondato.
L’articolazione del motivo di ricorso nemmeno fa riferimento agli specifici punti della
decisione che ritiene frutto della violazione del principio devolutivo. Non è possibile di
conseguenza determinare quali siano le modalità con cui la Corte territoriale avrebbe
perpetrato la denunciata violazione. Fra l’altro, è la stessa difesa ad affermare che l’esito finale
risulta essere favorevole all’imputato e a evidenziare come il pregresso annullamento avesse
travolto l’intera motivazione sul giudizio di sproporzione: si tratta di caratteri della decisione e
dei presupposti della decisione che escludono la possibilità di ipotizzare una reformatio in peius
né – più in generale – alcun superamento del devoluto.
Come più volte segnalato, i presupposti del giudizio imponevano infatti una rinnovazione
della valutazione in ordine alle disponibilità patrimoniali e alla sussistenza di una eventuale
10

sin dalla pronuncia del tribunale del riesame più volte richiamata dalla difesa (confronta pagina

sproporzione rispetto alle fonti lecite di approvvigionamento. Tale valutazione è stata
effettuata sulla base della documentazione e dei mezzi di prova offerti dalle parti in
contraddittorio. La sussistenza di un contraddittorio risulta incontestata ed è palesata dal fatto
che parte della documentazione (non ultime le integrazioni difensive) sono state introdotte
sull’accordo delle parti. La presenza di una base di giudizio “integrata” implica di per sé che i
termini della decisione dovessero essere diversi rispetto ai gradi precedenti: sotto questo
aspetto, l’accettazione del contraddittorio ad opera di entrambe le parti in ordine alle

dalla Corte territoriale e – ancor più – non permette di ritenere che – fermo il vincolo negativo
in ordine all’applicazione di una sanzione più grave, si potesse affermare la sussistenza di un
vincolo nei calcoli intermedi o l’impossibilità di valutare l’integralità dei depositi ai fini della
determinazione della base di calcolo. .
4.4. Il quarto motivo di ricorso della difesa LAMPUGNANI risulta inammissibile.
La richiesta integrazione testimoniale – avente ad oggetto l’escussione in qualità di testi
dei soggetti che avevano emesso i titoli di credito al fine di accertare quale fosse il rapporto
sottostante – è stata respinta sulla base del fatto che mancava la capitolazione delle domande
da svolgere e che la difesa nemmeno aveva allegato quale fosse il rapporto sottostante di cui
chiedeva l’accertamento.
L’articolazione del motivo di ricorso si incentra sul riferimento – fatto nell’ambito del
provvedimento di reiezione della istanza istruttoria – alle ragioni per cui la stessa istanza era
stata rigettata in primo grado e in particolare sul fatto che sarebbe stato travisato il motivo per
cui lo stesso mezzo istruttorio non era stato ammesso in primo grado.
Deve rilevarsi tuttavia che la motivazione a fondamento del rigetto, in quanto attinente
alla mancata indicazione delle circostanze di fatto di cui si chiedeva la prova e segnatamente
alla mancata indicazione del rapporto sottostante l’emissione del titolo di credito dedotto in
giudizio, anche considerata isolatamente, risulta pienamente idonea a fondare il rigetto. In
questo senso, la concreta articolazione del motivo risulta inoltre irrilevante in quanto non
incentrata sui motivi per cui – nella decisione impugnata – vi è stato il rigetto della richiesta e
quindi non ha ad oggetto alcun effettivo profilo decisorio del provvedimento impugnato.
4.5 D quinto motivo del ricorso Lampugnani risulta essere inammissibile.
Al fine di affermare la sussistenza di una omessa pronuncia, il ricorrente avrebbe dovuto
indicare la rilevanza del documento ai fini di un possibile provvedimento a sé favorevole. Tale
requisito, in un giudizio quale quello in concreto svolto dalla corte d’appello, riguardante le
entrate e le uscite patrimoniali di circa un decennio e senza che in tale decennio vi siano state
effettive entrate aggiuntive (cfr. pag. 3 della memoria integrativa depositata dalla difesa in
data 31 maggio 2017) non appare soddisfatto. Infatti, la questione relativa alla vendita
dell’immobile non può infatti essere considerata in maniera sganciata dal modo e del momento
in cui l’immobile è entrato nella disponibilità dell’imputato. Infatti, solo all’esito della
considerazione della preventiva valutazione del fatto che l’acquisto sia avvenuto in epoca
11

integrazioni istruttorie determina la piena legittimità del procedimento motivazionale seguito

precedente a quella oggetto di valutazione e che comunque vi sia la possibilità di ritenere
legittimo l’acquisto medesimo sarebbe possibile affermare la sussistenza di una omessa
valutazione rilevante . Nel caso di specie, il ricorrente non ha dato conto in sede di
articolazione del motivo di ricorso della rilevanza del documento di cui ha affermato la mancata
valutazione nell’ambito del giudizio e – di conseguenza – non è possibile a questa Corte di
valutare la sussistenza di un concreto interesse a ricorrere. Infatti, al giudice di legittimità
spetta verificare, senza possibilità di accesso agli atti, ma attraverso il raffronto tra la richiesta

risposta, se la prova, in tesi risolutiva, sia effettivamente tale e se quindi la denunciata
omissione sia idonea a inficiare la decisione di merito (Sez. U, Sentenza n. 45276 del
30/10/2003 Rv. 226093).
4.6 Quanto ai motivi nuovi depositati il 29 settembre 2017, deve rilevarsi preliminarmente
l’inammissibilità del deposito di nuovi documenti. Infatti, nel giudizio di legittimità possono
essere prodotti esclusivamente i documenti che l’interessato non sia stato in grado di esibire
nei precedenti gradi di giudizio, sempre che essi non costituiscano nuova prova e non
comportino un’attività di apprezzamento circa la loro validità formale e la loro efficacia nel
contesto delle prove già raccolte e valutate dai giudici di merito (Sez. 3, Sentenza n. 5722 del
07/01/2016 Rv. 266390).
Nel caso di specie, il ricorrente chiede l’annullamento di una sentenza resa all’esito di
molteplici gradi di giudizio di merito in cui la parte è stata messa nelle condizioni di svolgere
senza limiti le proprie difese sulla base di documento che la stessa parte non ha depositato in
precedenza pur avendone avuto la possibilità e si richiama alla necessità di ottenere la
massima estensione delle garanzie difensive per poter contrastare le deduzioni della Corte di
appello nel provvedimento impugnato. Al proposito, deve rilevarsi, in primo luogo, che
eventuali violazioni del diritto di difesa si commisura alla presenza di ingiustificate preclusioni o
alla violazione del principio di parità fra le parti. Tali violazioni non possono comunque ritenersi
conseguenti alla formulazione della motivazione di un provvedimento reso all’esito di un
giudizio in cui le parti hanno potuto tempestivamente articolare le proprie richieste istruttorie
rispetto a una imputazione che non è stata successivamente modificata e poi continuare a
integrare i propri depositi e le proprie produzioni documentali per oltre sei anni e sino all’ultimo
giudizio di rinvio al di fuori di qualsivoglia effettivo ed oggettivo impedimento pregresso.
Ne consegue l’inammissibilità del richiesto deposito documentale e delle doglianze su tali
depositi fondate.
Quanto ai rimanenti profili, deve rilevarsi come la doglianza articolata si incentri in
sostanza sul fatto che la Corte avrebbe utilizzato i depositi effettuati dalla difesa dell’imputato
ricorrente contro il ricorrente stesso. Deve però rilevarsi che tutti i depositi documentali
effettuati dalle parti avevano la dichiarata finalità di permettere la ricostruzione del patrimonio
dell’imputato e la[lelldeterminazione dell’eventuale giudizio di sproporzione e che non esiste
nell’ordinamento processuale alcun principio di inutilizzabilità dei depositi della difesa in senso
12
(fr

di valutazione della prova e il provvedimento impugnato che abbia omesso di dare ad essa

deteriore alla difesa posto che un tale principio non esiste nemmeno per le dichiarazioni
dell’imputato. Nemmeno il ricorrente può dolersi che vi sia stato un mutamento dell’oggetto
del giudizio, posto che già nella sentenza di annullamento con rinvio vi era la specifica
indicazione del fatto che “l’espressione utilizzata dalla Corte di legittimità .. «nuovo esame sul
punto relativo al titolo in forza del quale è stato assunto il provvedimento»., è chiaramente
una espressione di sintesi che tende ad evocare la necessità di una compiuta ricognizione, ove
si ritenga possibile la variazione del titolo in sede decisoria, dei presupposti probatori che, nel
caso specifico, giustificano la ablazione”. Non sussiste infine alcun profilo di reformatio in peius

della somma oggetto di confisca.
5. Anche il ricorso del Procuratore Generale deve essere rigettato.
Quanto al primo motivo, così come affermato in relazione al quinto motivo della difesa
Lampugnani, il ricorrente avrebbe dovuto indicare la decisività del documento ai fini di un
possibile provvedimento di annullamento. Neanche in questo caso tale requisito, in un giudizio
quale quello in concreto svolto dalla corte d’appello, riguardante le entrate e le uscite
patrimoniali di circa un decennio e senza che in tale decennio vi siano state effettive entrate
integrative (cfr. pag. 3 della memoria integrativa depositata dalla difesa in data 31 maggio
2017) appare soddisfatto. Infatti, la questione relativa alla vendita dell’immobile non può
infatti essere considerata in maniera sganciata dal modo e del momento in cui l’immobile è
entrato nella disponibilità dell’imputato. Infatti, solo all’esito della considerazione della
preventiva valutazione del fatto che l’acquisto sia avvenuto in epoca precedente a quella
oggetto di valutazione e che comunque vi sia la possibilità di ritenere legittimo l’acquisto
medesimo sarebbe possibile affermare la sussistenza di una omessa valutazione rilevante . Nel
caso di specie, il ricorrente non ha dato conto in sede di articolazione del motivo di ricorso
della rilevanza del documento di cui ha affermato la mancata valutazione nell’ambito del
giudizio e – di conseguenza – non è possibile a questa Corte di valutare la sussistenza di un
concreto interesse a ricorrere non potendo questo giudice operare una diretta valutazione dei
singoli elementi dell’istruttoria.
Il secondo motivo, in ordine alla rilevanza o meno delle dichiarazioni testimoniali e degli
assegni risulta di fatto proporre un sindacato sulla logicità della motivazione del
provvedimento impugnato sulla base di una diretta rilevanza della svolta istruttoria senza
l’allegazione dei verbali dell’istruttoria medesima.
Da quanto sopra esposto consegue il rigetto dei ricorsi e la condanna delle parte private
ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti privati al pagamento delle spese processuali
Così deciso in Roma,
il 18 ottobre 2017

DEPOSITATO IN CANCELLERIA

posto che – all’esito del giudizio imposto in sede di rinvio – vi è stata una ulteriore riduzione

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA