Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 19145 del 08/11/2017


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 19145 Anno 2018
Presidente: FIALE ALDO
Relatore: RENOLDI CARLO

SENTENZA
sul ricorso proposto da
Valeri Valentina, nata a L’Aquila il 24/07/1980,
Polidori Vittorio, nato a L’Aquila il 20/05/1947,
avverso la sentenza del 26/02/2016 della Corte d’appello di L’Aquila;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Carlo Renoldi;
udito il Pubblico Ministero, in persona del sostituto Procuratore generale, dott.ssa
Marilia Di Nardo, che ha concluso chiedendo la declaratoria di inammissibilità dei
ricorsi.
RITENUTO IN FATTO
1. Valentina Valeri, Vittorio Polidori e John Antonio Scarsella erano stati tratti
a giudizio davanti al Tribunale di L’Aquila per rispondere dei reati di cui agli artt.
44, comma 1, lett. C) del d.p.r. n. 380 del 2001, per avere realizzato, in assenza
di permesso di costruire, la prima quale proprietaria e committente dei lavori, il
secondo quale progettista e direttore dei lavori, il terzo quale esecutore dei
lavori, un piano interrato in cemento armato, delle dimensioni di 10 metri per 12
e con altezza di 2,80 metri, chiuso al soffitto da un solaio sul quale poggiava un
manufatto in legno realizzato con i benefici riportati nella delibera n. 58 del 2009
del comune di L’Aquila, che all’art. 5 non prevedeva la realizzazione di superfici
non residenziali (capo a); 181 d.lgs. n. 42 del 2004, per avere, con le opere e i
lavori menzionati, modificato lo stato dei luoghi sottoposti a vincolo ambientale
in assenza della prescritta autorizzazione paesaggistica (capo b); 734 cod. pen.,

Data Udienza: 08/11/2017

per avere alterato le bellezze naturali dei luoghi sottoposti a speciale protezione
dell’Autorità (capo c); fatti accertati in l’Aquila, loc. Casale Signorini, il
18/08/2011. Con sentenza del Tribunale di L’Aquila in data 26/02/2016, i tre
imputati erano stati riconosciuti colpevoli di tutti i reati agli stessi ascritti,
unificati dal vincolo della continuazione e per l’effetto erano stati condannati alla
pena, condizionalmente sospesa, di tre mesi di arresto e di 20.000 euro di
ammenda per ciascuno, con ordine di riduzione in pristino dello stato dei luoghi.
2. Con sentenza emessa in data 26/02/2016, la Corte d’appello di L’Aquila, in

Scarsella dai reati contestati ai capi B) e C) con la formula “perché il fatto non
sussiste”, ritenendo non provata l’esistenza del vincolo ambientale sull’area
interessata dall’intervento edilizio. Per la stessa ragione, dunque, il reato
contestato al capo A) fu riqualificato ai sensi della lett. B) dell’art. 44 del d.P.R.
n. 380 del 2001; e mentre, per il solo Scarsella, la sentenza dichiarò non doversi
procedere per intervenuta prescrizione in relazione a tale capo, per gli altri due
imputati la Corte confermò, invece, le statuizioni della sentenza di primo grado,
rideterminando la pena ad essi inflitta in un mese e quindici giorni di arresto e in
10.000 euro di ammenda.
3. Avverso la sentenza d’appello hanno proposto ricorso per cassazione gli
stessi Valeri e Polidori, a mezzo dei rispettivi difensori fiduciari, avv.ti Rodolfo
Ludovici e Roberto Madama, deducendo quattro distinti motivi di impugnazione,
di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex art.
173 disp. att. cod. proc. pen..
3.1. Con il primo di essi, i ricorrenti lamentano, ai sensi dell’art. 606, comma
1, lett. B) ed E), cod. proc. pen., l’inosservanza o erronea applicazione della
legge extrapenale di cui si deve tenere conto nell’applicazione dell’art. 44 del
d.P.R. n. 380 del 2001, nonché la mancanza e manifesta illogicità della
motivazione in relazione all’affermazione di responsabilità dei due imputati. Sotto
un primo profilo, si eccepisce che la sentenza impugnata, dopo avere ravvisato il
reato nella realizzazione di un volume abusivo, finirebbe per attribuire rilevanza,
contraddittoriamente, alla successiva trasformazione della destinazione d’uso del
manufatto, non riuscendo a spiegare per quali ragioni l’opera non fosse
consentita, dalla normativa di riferimento, in quanto non necessaria quale
basamento della costruzione residenziale in legno. Sotto un secondo profilo,
viene dedotto il travisamento della prova in relazione alla reale destinazione
della struttura edilizia, che nonostante le indicazioni dei testi a difesa e la
attestazione del collaudo e della relazione geologica da esso richiamata, la Corte
avrebbe apoditticamente ritenuto non destinata, con “evidenza solare”, a
costituire il basamento dell’opera lignea.

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parziale riforma della sentenza di primo grado, assolse gli stessi Valeri, Polidori e

3.2. Con il secondo motivo, la difesa dei due imputati si duole, ex art. 606,
comma 1, lett. B) e C), cod. proc. pen., dell’inosservanza di norme processuali
stabilite a pena di nullità in relazione agli artt. 521 e 522 cod. proc. pen. nonché
della violazione degli artt. 157 e 160 cod. pen.. Sotto un primo aspetto si opina
che la condanna sarebbe stata pronunciata non in relazione al basamento in
cemento armato, quanto con riferimento alla successiva trasformazione del
vano, con ciò determinandosi una violazione del principio di correlazione tra
accusa e sentenza. Sotto altro profilo, ove la condotta di reato fosse consistita

trasformazione, la data di commissione della contravvenzione avrebbe dovuto
essere individuata nel 22/10/2010, data del collaudo, con conseguente
prescrizione del reato, così come avvenuto per il coimputato Scarsella.
3.3. Con il terzo motivo, il ricorso deduce, ai sensi dell’art. 606, comma 1
lett. E), cod. proc. pen., la contraddittorietà e la manifesta illogicità della
motivazione in relazione alla posizione processuale dell’imputato Polidori. Ciò in
quanto sarebbe rimasta índimostrata l’affermazione secondo cui il progetto
dell’opera interrata sarebbe stato predisposto proprio per la successiva
utilizzazione abitativa; così come non sarebbe stato provato che la
trasformazione della destinazione d’uso, successiva al collaudo, sia avvenuta
sotto la direzione lavori di Polidori, il quale avrebbe in realtà concluso la sua
opera professionale proprio con il collaudo.
3.4. Con il quarto motivo, l’impugnazione censura, ai sensi dell’art. 606,
comma 1 lett. E), cod. proc. pen., la contraddittorietà e la manifesta illogicità
della motivazione in relazione alla posizione processuale della sola imputata
Valeri, di cui non sarebbe stata dimostrata la responsabilità in relazione alle
opere di trasformazione del fabbricato interrato. Ciò in quanto tra il manufatto in
legno e la struttura in cemento armato vi sarebbe stata, secondo il teste Moroni,
una assoluta separazione (non essendovi alcuna apertura di comunicazione) già
prima del collaudo, sicché avrebbe dovuto escludersi che il fabbricato fosse stato
realizzato, fin dal principio, in vista della sua successiva trasformazione d’uso.
Inoltre, il teste di accusa De Rubeis si sarebbe limitato ad affermare che il vano
interrato era illuminato ma non che vi fosse un impianto elettrico, ben potendo la
luce essere prodotta da un generatore di corrente temporaneo. Analogamente,
non sarebbe stata dimostrata l’esistenza dell’impianto idrico, avendo i testi di
accusa riferito in ordine alla mera presenza di scarichi del manufatto in legno.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. I ricorsi sono manifestamente infondati.
2. Secondo quanto accertato nel corso del giudizio di merito, l’opera in
cemento armato indicata in contestazione non costituiva un volume tecnico,

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nella mera realizzazione del basamento e non nella sua successiva

ovvero “una struttura scatolare” destinata al basamento della costruzione
residenziale in legno. Ciò in quanto, già nel certificato statico dell’opera rilasciato
dal Genio civile il 22/10/2010, il manufatto in cemento armato era stato indicato
come “piano seminterrato” e, già in quella fase, esso presentava delle aperture,
ancorché successivamente tombate. E che il fabbricato non costituisse un
volume tecnico è stato ulteriormente riscontrato alla stregua delle caratteristiche
che lo stesso presentava in occasione del sopralluogo della polizia giudiziaria,
eseguito il 18/08/2011, allorché gli operanti avevano accertato la presenza, nel

prese elettriche, nonché della predisposizione sia di un impianto idrico realizzato
con tubature e pozzetti, sia di un ascensore (v. dichiarazioni dei testi di polizia
giudiziaria Moira Manieri e Alfredo De Rubeis). Tutte circostanze di fatto che, in
maniera assolutamente logica, i giudici di merito hanno ritenuto essere
dimostrative della destinazione del volume ad un uso abitativo e, dunque, della
sua natura di volume non tecnico.
3. A fronte del coerente ragionamento probatorio articolato dai giudici di
merito, le difese dei ricorrenti si appuntano su profili non decisivi, affrontati con
argomentazioni non conferenti.
3.1. Ciò è a dirsi, sotto un primo profilo, con riferimento alle censure, svolte
in particolare nel primo, nel terzo e nel quarto motivo di impugnazione, con le
quali i ricorrenti tentano di disarticolare la ricostruzione compiuta in ordine alla
natura di volume destinato ad uso abitativo. In proposito, quanto alle indicazioni
dei testi a difesa, la Corte territoriale ha motivatamente argomentato in ordine
alla loro inattendibilità, ritenuta alla stregua del rapporto personale con
l’imputata e con la genericità delle relative dichiarazioni. Quanto, poi, alla
destinazione del fabbricato in cemento armato, fin dall’origine, a un uso non
tecnico, la constatazione secondo cui la struttura era seminterrata e presentava,
già inizialmente, delle aperture, è stata dalla Corte valorizzata, ancora una volta
in maniera niente affatto illogica, per inferirne la finalizzazione, fin dal principio,
verso l’uso abitativo, con ciò superandosi le obiezioni difensive svolte, nel terzo e
nel quarto motivo, in relazione alla posizione del progettista e direttore dei lavori
e della stessa committente.
Per quanto, infine, attiene agli ulteriori elementi fattuali ritenuti indicativi
della destinazione abitativa del volume in cemento armato, quali l’illuminazione
elettrica e la predisposizione agli impianti e all’ascensore, i giudici di merito
hanno compiuto un apprezzamento fattuale che non è sindacabile in sede di
legittimità, peraltro attraverso l’evocazione di ipotesi alternative meramente
congetturali (quali la presenza di un generatore di corrente temporaneo).
3.2. Le considerazioni che precedono mostrano la palese infondatezza delle
ulteriori censure relative, da un lato, alla asserita violazione del principio di
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seminterrato, di porte e finestre, nonché di interruttori, lampadine funzionanti e

correlazione tra accusa e sentenza previsto dagli artt. 521 e 522 cod. proc. pen.;
e, dall’altro lato, della supposta contraddittorietà della sentenza nella parte in
cui, dopo avere ravvisato il reato nella realizzazione di un volume abusivo,
finirebbe per attribuire rilevanza alla successiva trasformazione della
destinazione d’uso del manufatto. Va, infatti, ribadito, ancora una volta, come le
sentenze abbiano dato puntualmente conto del ragionamento in base al quale è
stato ritenuto sussistente il reato contestato, ravvisato non nel mero mutamento
di destinazione d’uso del vano seminterrato, quanto piuttosto nel fatto che la

presenza di un seminterrato con aperture, sottoposto a ulteriori interventi di
trasformazione, consistente in impianti di illuminazione ed idrico, predisposizione
di ascensore, presenza di porte e finestre poi tombate) e come, per tale motivo,
la sua realizzazione avrebbe dovuto essere previamente autorizzata.
3.3. Consegue a quanto, ancora da ultimo, osservato, la manifesta
infondatezza dell’ulteriore censura, relativa alla violazione degli artt. 157 e 160
cod. pen.. Infatti, una volta ritenuto che il fabbricato non avesse la natura di
volume tecnico e che esso fosse destinato ad un uso abitativo, la cessazione
della permanenza della contravvenzione può ritenersi realizzata o con la
definitiva ultimazione delle opere, con tutte le rifiniture interne o esterne,
completamento che lo stato del manufatto al momento dell’intervento degli
operanti consentiva pacificamente di escludere; ovvero con l’esecuzione del
sequestro preventivo.
Per tale motivo, la Corte territoriale ha correttamente ritenuto che, alla data
della pronuncia della sentenza di secondo grado (26/02/2016), il termine di
prescrizione, decorrente, per quanto appena osservato, da quella del sequestro
del manufatto (18/08/2011), non fosse ancora spirato.
4. Sulla base delle considerazioni che precedono i ricorsi devono essere,
pertanto, dichiarati inammissibili. Alla luce della sentenza 13 giugno 2000, n.
186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono
elementi per ritenere che «la parte abbia proposto il ricorso senza versare in
colpa nella determinazione della causa di inammissibilità», alla declaratoria
dell’inammissibilità medesima consegue per ciascun ricorrente, a norma dell’art.
616 cod. proc. pen., l’onere delle spese del procedimento nonché quello del
versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente
fissata in 2.000,00 euro.
5. La declaratoria di inammissibilità del ricorso per cassazione per manifesta
infondatezza dei motivi e la conseguente mancata instaurazione di un valido
rapporto di impugnazione, precludono la possibilità di dichiarare le cause di non
punibilità di cui all’art. 129 cod. proc. pen., ivi compresa la prescrizione

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struttura in cemento armato non costituisse un volume tecnico (essendosi in

intervenuta nelle more del procedimento di legittimità (ex plurimis Sez. 2, n.
28848 del 8/05/2013, dep. 8/07/2013, Ciaffoni, Rv. 256463).

PER QUESTI MOTIVI
Dichiara inammissibili í ricorsi e condanna ciascun ricorrente al pagamento
delle spese del procedimento e della somma di euro 2.000,00 (duemila) in
favore della Cassa delle Ammende.

Così deciso in Roma, in data 8/11/2017

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