Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18868 del 23/11/2016


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 18868 Anno 2017
Presidente: CAVALLO ALDO
Relatore: MANCUSO LUIGI FABRIZIO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
MARTINI ELISABETTA N. IL 10/07/1952
COGGIOLA MARCO N. IL 06/11/1978
avverso la sentenza n. 5816/2014 CORTE APPELLO di TORINO, del
17/09/2015
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 23/11/2016 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. LUIGI FABRIZIO MANCUSO
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.
che ha concluso per

Udito, per la parte civile, l’Avv
Uditi difensor Avv.

Data Udienza: 23/11/2016

Il Pubblico Ministero, in persona del dott. Stafano Tocci, Sostituto
Procuratore generale della Repubblica presso questa Corte, ha concluso
chiedendo il rigetto dei ricorsi.
L’avv. Carlo Cavallo, difensore di Elisabetta Martini, ha concluso
chiedendo l’accoglimento del ricorso.
L’avv. Marco Borio, in difesa di Elisabetta Martini e di Marco
Coggiola, ha concluso chiedendo l’accoglimento dei ricorsi.

difesa di Marco Coggiola, ha concluso chiedendo l’accoglimento del
ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 14 novembre 2014, il Giudice per le indagini
preliminari del Tribunale di Torino, in esito a giudizio abbreviato,
condannava Elisabetta Martini e il figlio Marco Coggiola alla pena di anni
dieci di reclusione, oltre al risarcimento dei danni in favore delle parti
civili, avendo ritenuto gli imputati responsabili del reato, commesso in
Cavour e Pinerolo dal marzo al 3 giugno 2014, dels.etto di tentato
omicidio aggravato in danno di Placida Morardo, anziana zia della Martini,
fatto commesso con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso
somministrando alla persona offesa, nella struttura che la ospitava, in
quattro distinte occasioni, alimenti e bevande nei quali gli imputati
avevano inserito veleno topicida-ratticida contenente

difenacoum

e

alfa-

cloralosio. Il Giudice riconosceva le circostanze aggravanti – cui venivano
ritenute equivalenti le circostanze attenuanti generiche – dell’uso di
sostanze venefiche, della premeditazione e dell’approfittamento di
minorata difesa, nonché, per la Martini, la recidiva. Il compendio
probatorio era costituito, soprattutto, da confessioni degli imputati e da
risultanze di consulenze tecniche.

2. In parziale riforma della predetta sentenza, la Corte di appello
di Torino, con sentenza del 17 settembre 2015, escludeva la
continuazione, ritenendo la condotta unitaria, e rideterminava la pena in
anni otto di reclusione.

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L’avv. Ivan Pupetti, in sostituzione dell’avv. Stefania Gotterio, in

3. L’avv. Marco Borio e l’avv. Carlo Cavallo, in difesa di Elisabetta
Martini e di Marco Coggiola, hanno proposto ricorsi per cassazione, con
atto unitario datato 14 dicembre 2015, articolato in tre motivi.
3.1. Con il primo motivo si deduce, richiamando l’art. 606, comma

1 lett. e), cod. proc. pen., insufficienza, contraddittorietà e manifesta
illogicità della motivazione in ordine alla ritenuta responsabilità degli
imputati per il reato di tentato omicidio. Gli approdi argomentativi

da premesse incomplete e scientificamente inesatte nella valutazione
degli elementi di fatto addotti dalla difesa, nel corso del giudizio, per
dimostrare l’inidoneità oggettiva delle condotte ascritte agli imputati. Le
conclusioni del giudice di appello, pur volendo trarre legittimazione dagli
assunti scientifici contenuti nelle consulenze tecniche di parte prodotte
nel giudizio di primo grado, finiscono, di fatto, con il prendere in
considerazione i soli rilievi dei consulenti della pubblica accusa,
trascurando del tutto le obiezioni sostanziali sollevate dai consulenti della
difesa. Il giudice di appello muove da una ricostruzione storica dei fatti
descrivendo sinteticamente i quattro episodi indicati nel capo
d’imputazione, affermando, con una tesi più corretta rispetto a quella
proposta dal primo giudice, che detti episodi non avrebbero dato origine
ad altrettanti reati di tentato omicidio. Non tiene conto, però, che per il
terzo episodio non vi è riscontro alcuno nelle evidenze probatorie citate a
sostegno delle altre contestazioni. Per i primi due episodi, il giudice di
appello si è basato sui valori del tasso di coagulazione riscontrati sulla
persona offesa in occasione di due ricoveri in ospedale, ma in relazione al
terzo episodio tale prova manca e, inoltre, esso è collocato in un periodo
in cui la persona offesa era ancora ricoverata in ospedale: quindi, anche
la più lieve alterazione dei parametri clinici o delle funzioni vitali sarebbe
stata riscontrata dal personale medico. Sull’argomento, i giudici hanno
fondato il loro convincimento soltanto sulle dichiarazioni autoaccusanti
dell’imputato Coggiola. La sentenza impugnata esplicita come non siano
in discussione la materialità storica dei fatti e l’intento omicidiario
dichiarato dagli imputati, ma trascura quell’insieme di circostanze fattuali
che erano idonee ad impedire, in concreto, il verificarsi dell’evento morte.
La sentenza riporta le affermazioni della Martini, ma da esse può solo
ricavarsi l’elemento soggettivo del reato, non quello oggettivo. Il giudice
di appello non tiene conto dello scarto fra l’intenzione degli imputati, di
provocare la morte con una sorta di avvelenamento progressivo, e la

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enunciati dal giudice di appello sono viziati all’origine, perché muovono

realtà dei fatti che, in ossequio alle risultanze chimico- farmaceutiche e
medico-legali, rendeva irraggiungibile, nelle particolari circostanze del
caso, l’evento morte. Ciò perché l’impiego, pur reiterato, di sostanze
venefiche di natura e quantità analoghe a quelle riscontrate nel caso in
esame, era incontestabilmente inidoneo a cagionare la morte. Le
consulenze tecniche di parte non hanno avallato detto effetto di
«accumulo» farmacologico in relazione alle quantità concretamente

hanno agito, era ed è incontestabilmente irrealizzabile da un punto di
vista scientifico. Ciò si evince dai pareri tecnici in cui si fa riferimento al
ridotto periodo di emivita ed ai tempi relativamente brevi di
assorbimento/espulsione delle sostanze utilizzate, in rapporto all’esiguo
quantitativo impiegato. Lo scarto fra le intenzioni degli imputati e la
realtà materiale è il principale punto di debolezza dell’iter argomentativo
dei giudici. La sentenza impugnata tenta di porre rimedio a detta
incongruenza di fondo facendo riferimento agli argomenti già espressi
nella decisione di primo grado, e riporta il passaggio della relazione del
dott. Gole, consulente tecnico del Pubblico Ministero, nella quale si
afferma che gli esami di laboratorio presentavano gravissime alterazioni
della coagulazione nella persona offesa, con valore dieci volte più alto
rispetto alla normalità e con rischio di emorragie spontanee, anche fatali.
In realtà, il consulente tecnico e, di riflesso, il giudice di appello, è incorso
in travisamento degli elementi di prova, dimenticando di considerare che
la persona offesa, in considerazione della terapia cui era sottoposta, non
partiva da condizioni di coagulazione normale, ma presentava un valore
di partenza assai più elevato rispetto a persone non sottoposte alla
medesima terapia. Tutto ciò si ripercuoteva sulla valutazione del rischio
emorragico e del rischio morte che il giudice di appello vorrebbe
ricollegare all’elevato valore di scoagulazione riscontrato nella persona
offesa. La sentenza è imprecisa e generica nell’affermare, richiamando le
consulenze del medico-legale dott. Gole e del tossicologo dott.
Salomone, che «una assunzione della miscela delle due sostanze è da
ritenere idonea a cagionare la morte» e che «ripetute assunzioni delle
due sostanze erano idonee a mettere a rischio la vita della persona
offesa».

In realtà, per l’ipotesi del tentato omicidio, sarebbe stato

necessario dimostrare l’idoneità in concreto delle azioni perpetrate
rispetto al fine perseguito dagli agenti, riportandosi alla quantità
somministrata ed agli intervalli temporali intercorsi fra le quattro

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impiegate. L’evento perseguito dagli imputati, per il modo in cui essi

somministrazioni. Il giudice di appello ha tenuto conto soltanto delle
conclusioni dei predetti consulenti tecnici del Pubblico Ministero,
sottolineando le loro convergenze, ma non ha considerato le conclusioni,
favorevoli agli imputatiosposte dal loro consulente tossicologico dott.
Petrarulo, secondo le quali la somministrazione del difenacoum, seppure
in minime dosi, protratta nel tempo, se non curata in modo appropriato
può rappresentare un rischio per la salute in un soggetto già debilitato,

salute, in considerazione dei modi e dei tempi di somministrazione. Il
giudice di appello è incorso in errore nell’affermare che i valori di
coagulazione riscontrati nella persona offesa, in occasione di due distinti
ricoveri conseguenti ad altrettante somministrazioni di sostanze
venefiche, dimostrano come l’ingestione ripetuta di esse possa mettere a
rischio la vita della persona. In realtà, l’aumento del valore INR non
implica in sé stesso, in via automatica, un aumentato rischio di morte. Si
potrebbe affermare, invece, che detto elevato valore è tra i fattori
all’origine di un aumentato rischio emorragico, che potrebbe tradursi in
un rischio fatale soltanto in presenza di ulteriori variabili mai accertate
nel caso in esame, come eventi traumatici, ipertensione arteriosa,
pregressi eventi emorragici, neoplasie. Solo la prova di un aumento
concomitante di tali fattori di rischio avrebbe reso attuale e concreto il
pericolo di emorragie fatali per la persona offesa. Sul punto, la sentenza
manca di qualsiasi motivazione. Il giudice di appello, prendendo per
buone le opinioni espresse dal consulente dott. Golè, confonde e
sovrappone piani ben distinti e vorrebbe indurre conclusioni irragionevoli
sulla base di scarsissimi elementi di riscontro raccolti in fase di indagine.
Ne deriva il discutibile sillogismo argomentativo secondo il quale l’elevato
valore di INR implicherebbe, di per sé, la sussistenza di un concreto
rischio di morte. La sovrapposizione logica di concetti tra loro eterogenei
e incompatibili, che si rinviene in sentenza, è resa evidente dalle parole
del consulente tecnico dott. Golè nell’affermare che la persona offesa si
trovava a rischio di emorragie spontanee, anche fatali, a carico di
qualunque organo interno o cerebrale. In realtà, si intreccia il parametro
numerico della coagulazione, il solo misurato e documentato, con rischi di
tutt’altra natura, senza operare alcuna distinzione fra rischio emorragico
tout court e rischio di emorragie fatali. I valori di INR riscontrati
comportano sì un innalzamento del rischio emorragico genericamente
inteso, ma non necessariamente una concreta messa in pericolo del bene

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ma nel caso concreto non sarebbe stata idonea a provocare danni alla

della vita. Affermare che questi piani coincidono è un errore logico, prima
ancora che clinico, poiché è sbagliato legare in modo consequenziale un
evento ad una circostanza che, scientificamente, non ne è la diretta causa
scatenante. Inoltre, la discutibile distinzione del consulente, fra organi
interni e organo cerebrale, appare di difficile comprensione e
meriterebbe, quanto meno, approfondimenti clinici. Con riguardo al
profilo della idoneità degli atti, il giudice di appello afferma il condivisibile

momento anteriore alla condotta, quindi alle ripetute somministrazioni del
veleno topicida, ma non applica correttamente il principio espresso,
perché non considera che i soggetti agenti, nel momento anteriore alle
somministrazioni diverse dalla prima, erano ben consci che la quantità di
sostanza utilizzata, in concreto, era insufficiente ad alterare i parametri
della persona offesa. E ciò anche in ragione del monitoraggio e
dell’assistenza continuativi cui costei era sottoposta, nonché la quasi nulla
probabilità che subisse traumi, seppur minimi, idonei ad innescare eventi
emorragici. Vi è stato poi travisamento delle fonti di prova. Il giudice di
appello ha affermato che la difesa è incorsa in errore ricostruttivo
nell’argomentare circa la scarsa concentrazione di veleno nella mousse di
frutta oggetto della quarta e ultima somministrazione del 3 giugno 2014,
interrotta dall’arrivo della polizia. In realtà, l’errore è del giudice di
appello, non della difesa, che aveva posto in luce la limitata
concentrazione di veleno nell’alimento. Se il giudice di appello avesse
voluto negare rilevanza all’episodio, ritenendolo un tentativo incompiuto,
avrebbe dovuto affermarlo esplicitamente. Delle due l’una: o il fatto è
irrilevante, e va espunto dal giudizio di responsabilità, o è rilevante, e
allora va analizzato in tutte le sue implicazioni.
3.2. Con il secondo motivo si deduce, richiamando l’art. 606,
comma 1 lett. e), cod. proc. pen., mancanza di motivazione in ordine alla
richiesta di esclusione dell’aggravante della premeditazione, di cui all’art.
577, comma 1 n. 3, cod. pen. L’aggravante è stata ritenuta riferendosi
soltanto alle ammissioni degli stessi imputati, senza esporre alcuna
considerazione sulla possibilità di ravvisare gli elementi costitutivi
dell’aggravante stessa che consistono, per un verso, in un apprezzabile
intervallo temporale tra l’insorgenza del proposito criminoso e la sua
attuazione e, per altro verso, nella persistenza della risoluzione
nell’animo dell’agente, senza soluzioni di continuità.

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principio della necessità che essa sia valutata ex ante, cioè riportandosi al

3.3. Con il terzo motivo si deduce, richiamando l’art. 606, comma
1 lett. e), cod. proc. pen., mancanza di motivazione in ordine alla
richiesta di esclusione dell’aggravante della minorata difesa, di cui all’art.
61, n. 5, cod. pen., ed al mancato giudizio di prevalenza delle circostanze
attenuanti generiche sulle aggravanti. La difesa aveva richiesto
l’esclusione delle aggravanti riportandosi alla giurisprudenza di
legittimità, ma il giudice di appello non ha reso motivazione

che la minorata difesa era evidente. Anche il giudizio di prevalenza delle
attenuanti generiche è stato negato affermando soltanto che non poteva
essere superato quello di equivalenza e parlando di condotte illecite,
senza tener conto che era stata ritenuta l’unicità del reato ed era stato
riconosciuto il ravvedimento degli imputati, emergente dal loro percorso
di distacco dal comportamento illecito e, in particolare, da una lettera
manoscritta, indirizzata alla persona offesa formulando rammarico per
quanto commesso.

4. L’avv. Stefania Gottero, in difesa di Marco Coggiola, ha
presentato memoria difensiva, insistendo per l’affermazione della
inidoneità degli atti commessi e, quindi, per la negazione della
configurabilità del reato di tentativo di omicidio .

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. I ricorsi, unitariamente proposti, sono manifestamente
infondati.
Il giudice di appello ha attentamente analizzato le risultanze
disponibili, per tutti gli aspetti toccati ora dalle censure dei ricorrenti.
È compiutamente trattato, nella sentenza impugnata, il profilo
della idoneità degli atti a cagionare la morte della vittima, in ordine al
quale sono richiamate le pertinenti osservazioni dei consulenti tecnici; è
chiarita l’incidenza del veleno, somministrato in plurime occasioni dagli
imputati, sui parametri della coagulazione del sangue della vittima; è
affermato il pericolo reale corso dalla vittima a causa di tali
somministrazioni, anche in considerazione dell’età e del fatto che la
terapia cui la donna era sottoposta nello stesso periodo includeva la
somministrazione di un fluidificante ematico.

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sull’argomento, limitandosi ad affermare che esse erano incontestate e

Nella sentenza

impugnata

è affermata

la sussistenza

dell’aggravante della minorata difesa, che viene indicata come
«evidente» con inequivoco riferimento agli elementi del fatto, esposti
diffusamente nel contesto della motivazione; è chiarito che la
premeditazione è stata ammessa dagli stessi imputati; è spiegato
concisamente che la peculiare gravità delle condotte degli imputati non
consente di superare il giudizio di equivalenza fra le circostanze di

In definitiva, lo sviluppo argomentativo della motivazione posta a
sostegno della sentenza impugnata, esauriente ed immune da vizi logici e
giuridici, è basato su una coerente analisi critica degli elementi disponibili
e sulla loro coordinazione in un organico quadro interpretativo. Detta
motivazione, quindi, supera il vaglio di legittimità demandato a questa
Corte, il cui sindacato deve arrestarsi alla verifica del rispetto delle regole
della logica e della conformità ai canoni legali che presiedono
all’apprezzamento delle circostanze fattuali.
Di contro, le censure formulate nell’interesse degli imputati non
possono trovare accoglimento, perché si risolvono in richieste di analisi
critiche esulanti dai poteri di sindacato del giudice di legittimità, non
palesandosi il relativo apprezzamento motivazionale, nella sua
completezza, come rilevato sopra, né manifestamente illogico, né viziato
da non corretta applicazione della normativa. In proposito, va ricordato
che, secondo assunto non controverso, la valutazione del fatto è compito
riservato al giudice di merito e, in sede di legittimità, tale valutazione può
essere contestata unicamente sotto il profilo della sussistenza,
adeguatezza, completezza e logicità della motivazione, mentre non sono
ammesse le censure che, pure investendo formalmente la motivazione, si
risolvono nella prospettazione di una diversa valutazione delle circostanze
già esaminate da detto giudice. In concreto, i ricorsi propongono, con le
doglianze sinteticamente elencate supra, precluse valutazioni di elementi
di fatto che risultano espressamente già considerati dai giudici del merito
o, comunque, pienamente superati dalle assorbenti osservazioni della
sentenza di appello.

2. In conclusione, i ricorsi devono essere dichiarati inammissibili,
per manifesta infondatezza, in applicazione dell’art. 606, comma 3, cod.
proc. pen.

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opposta valenza.

Ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., i ricorrenti vanno condannati
al pagamento delle spese processuali e, ciascuno, al versamento della
somma di euro 1.500,00 alla Cassa delle ammende, non essendo dato
escludere – alla stregua del principio di diritto affermato da Corte cost. n.
186 del 2000 – la sussistenza dell’ipotesi della colpa nella proposizione
dell’impugnazione.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al
pagamento delle spese processuali e, ciascuno, al versamento della
somma di euro 1.500,00 alla Cassa delle ammende.
Così deciso in Roma il 23 novembre 2016.

P. Q. M.

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