Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18867 del 23/11/2016


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 18867 Anno 2017
Presidente: CAVALLO ALDO
Relatore: SANDRINI ENRICO GIUSEPPE

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
VORRARO RAFFAELE N. IL 01/05/1954
avverso la sentenza n. 17/2014 CORTE ASSISE APPELLO di
TORINO, del 15/04/2015
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 23/11/2016 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. ENRICO GIUSEPPE SANDRINI
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. 5 TE – FA .i TO cc i
che ha concluso per ;:t
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Udito, per la parte civile, l’Avv 11,0 P, kyo

C- 15

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Uditi difensor Avv.
LN\p) Vik Lt-d

tA4. t`e.A.0 rt2,

Data Udienza: 23/11/2016

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza in data 15.04.2015 la Corte d’assise d’appello di Torino, in
parziale riforma della sentenza pronunciata il 18.04.2014 dal GUP del Tribunale
di Vercelli, ha concesso all’imputato le attenuanti generiche con giudizio di
equivalenza alle aggravanti, rideterminando in anni 17 mesi 4 di reclusione la
pena inflitta a Vorraro Raffele per i reati, unificati in continuazione, di omicidio
premeditato della moglie Xhafa Donika e di porto illegale in luogo pubblico della
pistola utilizzata per sparare alla moglie, commessi a Vercelli il 24.01.2013, dove

contro più colpi di pistola a seguito di colluttazione, allontanandosi quindi a bordo
di un’autovettura; il Vorraro si era costituito la sera stessa del delitto,
ammettendo la propria responsabilità.
Quanto alla sussistenza dell’aggravante della premeditazione, che aveva
costituito motivo di appello avverso la sentenza di primo grado, la Corte
territoriale valorizzava il movente che aveva animato la condotta dell’imputato,
riconducibile al forte contrasto insorto da mesi tra i coniugi in relazione alla
ripartizione del ricavato della vendita della casa coniugale a seguito di
separazione; l’imputato aveva manifestato un forte atteggiamento aggressivo nei
confronti della donna, la quale aveva riferito al fratello i propri timori sul fatto
che il marito potesse ucciderla; lo stesso Vorraro aveva sollecitato il fratello della
vittima a intervenire perché la situazione non precipitasse, affermando che stava
per uscire di testa; anche l’utilizzo di una pistola semiautomatica, di cui
l’imputato si era procurato la disponibilità, per uccidere la moglie, riscontrava la
predeterminazione del delitto, eseguito a seguito della ricerca dell’occasione
propizia, appostandosi nei pressi della stazione ferroviaria dove la vittima
transitava quotidianamente al ritorno dal lavoro, secondo la dinamica tipica di un
agguato.
2. Ricorre per cassazione Vorraro Raffaele, a mezzo del difensore, deducendo,
con unico motivo vizio di motivazione della sentenza impugnata in ordine alla
/
sussistenza dell’aggravante della premeditazione.
Il ricorrente dà atto dell’esistenza di una situazione di grave tensione tra
l’imputato e la vittima, determinata dall’intromissione dei parenti di quest’ultima
nel rapporto coniugale, e deduce l’assenza di elementi in grado di supportare la
prova che il proposito omicidiario fosse già insorto nel Vorraro nei giorni
precedenti il delitto; rileva l’insufficienza dei timori esternati dalla vittima al
fratello a dimostrare la preesistenza

dell’animus necandi,

valorizzando

l’incompatibilità della premeditazione con le modalità esecutive dell’omicidio,
commesso in pubblico, davanti a numerosi testimoni, sparando tre colpi in
sequenza e fuggendo quindi a bordo della propria autovettura, dopo uno scambio v

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l’imputato aveva affrontato la donna alla stazione ferroviaria, esplodendole

di contumelie e strattonamenti con la vittima (descritti dal teste Capone),
secondo circostanze deponenti per l’insorgenza di un dolo d’impeto; valorizza
l’incompatibilità dell’aggravante con le caratteristiche personologiche del Vorraro,
descritte dalla dott.ssa De Rosa in sede di perizia psichiatrica, portatore di una
carica aggressiva e incline a perdere il controllo, tale da contraddire la
pianificazione razionale del delitto.
Il ricorrente contesta la logicità delle argomentazioni sulle quali la sentenza
impugnata aveva fondato l’affermazione dell’elemento psicologico e di quello

momento in cui l’imputato si _era procurato la pistola utilizzata per sparare alla
/y
vittima, e f‘Ke dall’altro il Vorraro non aveva eseguito alcun particolare
appostamento, dato
dato che la vittima arrivava tutti giorni col treno alla stazione di
Vercelli, che costituiva dunque il luogo ordinario in cui incontrarla; la discussione
che aveva preceduto l’omicidio contraddiceva anch’essa la premeditazione,
essendosi la volontà omicidiaria attualizzata soltanto e proprio a seguito degli
insulti proferiti dalla vittima, ai quali l’imputato aveva reagito; gli scontri avuti in
passato dal Vorraro coi familiari dell’ex coniuge giustificavanoi infine il porto
dell’arma il giorno dell’omicidio, in funzione di difesa da possibili aggressioni.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è infondato e deve essere rigettato.
2. La motivazione con cui la sentenza impugnata ha ritenuto la sussistenza dei
presupposti di fatto della circostanza aggravante della premeditazione ascritta
all’imputato con riguardo all’omicidio della moglie Xhafa Donika (delitto di cui il
Vorraro è reo confesso e non ha contestato la responsabilità) costituisce
esplicazione di un giudizio di merito, che, in quanto puntualmente argomentato
in termini logici e adeguati, coerenti ai principi di diritto affermati da questa
Corte in materia di elementi costitutivi dell’aggravante prevista dall’art. 577
primo comma n. 3 cod. pen., non è sindacabile dal giudice di legittimità.
Costituisce ius receptum nell’elaborazione giurisprudenziale di questa Corte (da
ultime, ex multis, Sez. 5 n. 42576 del 3/06/2015, Rv. 265149; Sez. 5 n. 34016
del 9/04/2013, Rv. 256528; Sez. Un. n. 337 del 18/12/2008, Rv. 241575) che
gli elementi costitutivi della premeditazione sono rappresentati da un
apprezzabile intervallo temporale che deve intercorrere tra l’insorgenza del
proposito delittuoso e la sua attuazione, tale da consentire all’agente una
ponderata riflessione sulla decisione presa e sull’opportunità del recesso
(elemento c.d. cronologico), e dalla natura ferma e irrevocabile della risoluzione
criminosa, che deve perdurare senza soluzione di continuità nell’animo
dell’agente fino alla commissione del delitto (elemento c.d. ideologico).
La Corte territoriale ha ricavato la prova della sussistenza dei suddetti elementi,

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cronologico dell’aggravante, rilevando} da un lato che non era stato accertato il

sia dall’esistenza di un movente delittuoso risalente di alcuni mesi, rappresentato
dal forte contrasto insorto tra il Vorraro e la moglie in relazione alla richiesta
della donna di ripartire il ricavato della vendita della casa di Imperia (che
l’imputato assumeva acquistata con denaro di sua esclusiva pertinenza) a
seguito della separazione dei coniugi; sia dalla pregressa manifestazione di un
comportamento aggressivo (e progressivamente ingravescente) del Vorraro nei
confronti della donna, che aveva indotto quest’ultima a esternare ai propri
familiari e conoscenti il timore che il marito le sparasse e la uccidesse; sia
dall’acquisita disponibilità da parte dell’imputato della pistola utilizzata per

commettere l’omicidio, ritenuta significativa di una preventiva attività di ricerca
dell’arma; sia dall’esecuzione del delitto secondo modalità riconducibili alla
predisposizione di un agguato, essendosi il Vorraro appostato davanti alla
stazione ferroviaria, dove la vittima era solita transitare facendo ritorno dal
lavoro, già munito della pistola utilizzata nel contesto per sparare alla Xhafa.
La valutazione coordinata di tali elementi di fatto operata dalla sentenza
impugnata, agli effetti della capacità dimostrativa ad essi attribuita in ordine alla
risalenza, alla maturazione e alla permanenza della risoluzione delittuosa, per
una durata temporale non esattamente determinabile ma comunque
apprezzabile anche nella sua ferma e costante ingravescenza, non è inficiata da
alcuna illogicità o contraddizione; gli argomenti spesi dal ricorrente per
contrastarne il significato probatorio si risolvono, pertanto, nella prospettazione
di una diversa, possibile, lettura, in punto di fatto, del medesimo compendio
indiziario, intesa a supportare la tesi alternativa dell’insorgenza di un dolo
d’impeto, piuttosto che quella dell’attuazione di una decisione premeditata,
secondo lo schema tipico di una censura di merito che non può trovare ingresso
nel giudizio di legittimità.
La decisione di commettere l’omicidio in un luogo pubblico (rappresentato,
peraltro, dalla stazione ferroviaria di una piccola città di provincia – Vercelli nella tarda ora serale di una giornata invernale: le 20.40 del 24.01.2013), senza
particolari accorgimenti posti in essere dall’imputato per non farsi riconoscere, e
la circostanza che gli spari fossero stati preceduti da una breve colluttazione
allorchè il Vorraro si era avvicinato alla vittima (colpendola, sulla scorta degli
accertamenti balistici, da distanza ravvicinatissima, nell’ordine di circa 20 cm)
non sono di per sé incompatibili con la natura premeditata dell’omicidio, non
valendo a neutralizzare la ritenuta sintomaticità della causale, delle precedenti
manifestazioni del proposito delittuoso, della ricerca del mezzo di esecuzione del
reato (la pistola), della scelta del luogo e del momento propizio per la riuscita del
delitto.
Anche l’argomento critico svolto dalla difesa sulla base delle caratteristiche

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personologiche del Vorraro, portatore di un disturbo della personalità che la
perizia espletata nel corso del giudizio di merito ha ritenuto comunque
ininfluente sull’imputabilità, integra una deduzione di fatto inidonea a scalfire la
tenuta logica della motivazione della sentenza gravata, tanto più che anche
l’eventuale ricorrenza di un vizio di mente del soggetto non sarebbe di per sé
incompatibile – alla stregua del costante orientamento di questa Corte – con la
sussistenza dell’aggravante della premeditazione, ove questa non si risolva nella
manifestazione stessa dell’infermità psichica da cui è affetto l’imputato (Sez. 1 n.

3. Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle
spese processuali, nonché a rifondere alle parti civili costituite, il cui difensore è
comparso in udienza rassegnando le proprie conclusioni, le spese sostenute in
questo giudizio, che si liquidano nella misura indicata nel dispositivo.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali,
nonché alla rifusione in favore delle parti civili costituite delle spese del presente
giudizio, che si liquidano in complessivi euro 4.800,00 oltre IVA, CPA e spese
generali.
Così deciso il 23/11/2016

25608 del 21/05/2013, Rv. 255917).

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