Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18846 del 26/01/2017


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 18846 Anno 2017
Presidente: CAVALLO ALDO
Relatore: MENGONI ENRICO

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Xhaferri Gazment, nato in Albania il 16/9/1980

avverso la sentenza del 16/4/2015 del Tribunale di Ascoli Piceno;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
sentita la relazione svolta dal consigliere Enrico Mengoni;
lette le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto
Procuratore generale, che ha concluso chiedendo dichiarare inammissibile il
ricorso

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 16/4/2015, il Giudice per le indagini preliminari del
Tribunale di Ascoli Piceno, pronunciandosi in sede di rinvio in esito alla decisione
di questa Corte Suprema data 25/11/2014, ordinava l’espulsione di Gazment
Xhaferri dal territorio dello Stato, a pena espiata (con riguardo a plurimi delitti di
cui all’art. 73, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309), in quanto soggetto pericoloso.
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2. Propone ricorso per cassazione le-~so, a mezzo del proprio difensore,
deducendo – con unico motivo – la violazione degli artt. 86, d.P.R. n. 309 del

Data Udienza: 26/01/2017

1990, 19, comma 2, lett. c) e d), d. Igs. 25 luglio 1998, n. 286. Il G.i.p., nel
provvedere nel senso indicato, non avrebbe valutato plurimi elementi ostativi
all’espulsione dal territorio, quali 1) la presenza di legami familiari con il fratello
Edmond Xhaferri, cittadino italiano; 2) il rapporto di convivenza con il figlio
Daniel, nato nel 2013, erroneamente negato dal provvedimento in esame. E con
la precisazione, quanto a tale ultimo profilo, che la necessità di mantenere il
rapporto familiare con un figlio prescinde dall’aver – questi – raggiunto il sesto

3. Con requisitoria scritta del 29/7/2016, il Procuratore generale presso
•te
questa Corte ha chiesto ichiarare inammissibile il ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO
4. Il gravame risulta manifestamente infondato.
Osserva la Corte, infatti, che la sentenza impugnata, recependo il decisum di
questo Giudice di legittimità, ha esaminato non soltanto gli elementi a sostegno
di un giudizio di pericolosità sociale (estranei al presente ricorso), riconoscendoli,
ma anche l’eventuale sussistenza di cause ostative, di cui all’art. 19, d. Igs. n.
286 del 1998; ed al riguardo ha redatto una motivazione congrua, fondata su
concreti elementi oggettivi e priva di ogni dedotta violazione di legge.
5. In particolare, quanto alla previsione di cui al citato art. 19, comma 2,
lett. c) – a mente del quale non è consentita l’espulsione, salvo nei casi di
provvedimento amministrativo

ex art. 13, comma 1, stesso decreto, degli

stranieri conviventi con parenti entro il secondo grado o con il coniuge, di
nazionalità italiana – il G.i.p. di Ascoli Piceno ha osservato che lo Xhaferri non
conviveva con il figlio (nato il 4/7/2013), «come dichiarato e ribadito dalla difesa
dell’imputato nel corso dell’udienza preliminare». Quel che, peraltro, il ricorrente
nega, allegando un certificato di residenza, ma pur confermando che all’udienza
del 16/4/2015 era stato dichiarato «diversamente».
Asserzione in fatto, dunque, che questa Corte non è legittimata ad
esaminare e che, soprattutto, non risulta idonea a confutare la conclusione del
provvedimento sul punto.
6. Del pari, con riguardo all’art. 19, comma 2, lett. d), d. Igs. n. 286 del
1998, si osserva che lo stesso vieta l’espulsione – ancora esclusa la fattispecie di
cui all’art. 13, comma 1 – nei confronti delle donne in stato di gravidanza o nei
sei mesi successivi la nascita del figlio; ipotesi che – giusta sentenza della Corte
costituzionale n. 376 del 27/7/2000 – ricomprende oggi anche il marito
convivente della donna, nelle condizioni appena indicate. Orbene, pronunciandosi
sul punto, l’ordinanza impugnata ha evidenziato che il figlio dello Xhaferri – nato,
si ribadisce, il 4/7/2013 – aveva ben superato i sei mesi di vita alla data del

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mese di vita, inerendo lato sensu alla minore età.

medesimo provvedimento, ossia al 16/4/2015, sì da non consentire
l’applicazione della deroga. Né, peraltro, la citata pronuncia della Corte
costituzionale può esser interpretata estensivamente sino a ricomprendervi il
figlio minore tout court, come invece dedotto dal ricorrente; come ben si legge
nella stessa decisione, infatti, «esiste un principio di paritetica partecipazione di
entrambi i coniugi alla cura e all’educazione della prole, senza distinzione o
separazione di ruoli tra uomo e donna, ma con reciproca integrazione di essi, in
forza del quale deve ritenersi costituzionalmente illegittima la norma de qua

marito convivente della donna incinta o della donna che abbia partorito da non
oltre sei mesi; la presenza del padre è infatti essenziale nel delicato periodo
preso in considerazione dal legislatore quando ha stabilito, all’art. 17, comma 2

della legge (n. 40 del 1998, poi sostituito dall’art. 19, comma 2, in esame,
n.d.e.), la particolare tutela della madre e del bambino». Un’interpretazione

fedele alla lettera ed alla ratio della norma, dunque, ed in forza della quale non si
può accedere all’invocata applicazione estensiva della stessa, tale da
ricomprendervi in toto la minore età del figlio; in tal caso, infatti, l’esigenza di
una adeguata disciplina di gestione dei flussi migratori, soddisfatta anche
attraverso l’espulsione dal territorio nazionale di un soggetto pericoloso o
comunque irregolare sotto il profilo amministrativo, verrebbe

tout court

vanificata dalla necessità di mantenere comunque integro il rapporto familiare
genitori/figlio, anche allorquando l’età di quest’ultimo consentirebbe, invece, di
concedere priorità alla diversa esigenza di carattere pubblico.
7. Da ultimo, quanto alla dedotta, mancata valutazione del rapporto del
ricorrente con il fratello Edmond, ancora nell’ottica dell’art. 19, comma 2, lett.
c), osserva il Collegio che non risulta neppure richiamato il presupposto per
l’applicazione di questa, ossia il rapporto di convivenza tra i due; il ricorso,
infatti, riferisce esclusivamente – ed in termini generici – di «legami familiari nel
territorio dello Stato con il proprio fratello Xhaferri Edmond, che è cittadino
italiano», sì da far risultare la circostanza del tutto irrilevante nell’esame della
questione in oggetto. E fermo restando – conclusivamente e con portata decisiva
– che questa Corte Suprema, con la citata sentenza del 25/11/2014, aveva
annullato con rinvio la precedente decisione di merito limitatamente alla verifica
dei presupposti di applicabilità del divieto di espulsione ai sensi dell’art. 19,
comma 2, lett. d), d. Igs. n. 286 del 1998, con esclusione esplicita del profilo ex
lett. c) qui in esame; non più riproponibile, dunque, nella presente sede.
8. Il ricorso, pertanto, deve essere dichiarato inammissibile. Alla luce della
sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella
fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che «la parte abbia proposto il

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nella parte in cui non prevede un divieto di espulsione anche nei riguardi del

ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di
inammissibilità», alla declaratoria dell’inammissibilità medesima consegue, a
norma dell’art. 616 cod. proc. pen., l’onere delle spese del procedimento nonché
quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende,
equitativamente fissata in euro 2.000,00.
P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle

ammende.
Così deciso in Roma, il 26 gennaio 2017

nsigliere estensore

Il Presidente

spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle

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