Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18784 del 25/01/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 18784 Anno 2018
Presidente: VESSICHELLI MARIA
Relatore: ZAZA CARLO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
dalla parte civile POMPONIO DAVIDE nato il 29/12/1967 a CAMPO SAN MARTINO
nel procedimento a carico di:
LUPI ALESSANDRO nato il 02/05/1967 a PONTEDERA
avverso la sentenza del 15/06/2016 del TRIBUNALE di PADOVA

Data Udienza: 25/01/2018

visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Carlo Zaza;
uchto il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale
Pasquale Fimiani, che ha concluso per l’annullamento della sentenza impugnata
agli effetti civili con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di
appello;

1. Davide Pomponio ricorre agli effetti civili avverso la sentenza del 15
giugno 2016 con la quale il Tribunale di Padova, in riforma della sentenza di
condanna del Giudice di pace di Padova del 26 novembre 2014, assolveva
Alessandro Lupi dall’imputazione del reato di diffamazione commesso il 14 luglio
2009 in danno del Pomponio.
Al Lupi, consulente tecnico di parte nominato dalla difesa del Pomponio nella
causa di separazione giudiziale fra lo stesso e la moglie, era contestato l’invio
agli avv.ti Marco Piccolo e Chiara Fenzo di una comunicazione di rinuncia
all’incarico con una nota allegata nella quale si affermava che il Pomponio aveva
indotto il Lupi, con fare minaccioso e aggressivo, a firmare per ricevuta le copie
di una raccomandata.

2.

Il ricorrente, premesso che con la sentenza impugnata si riteneva

implicitamente l’offensività della condotta e che l’assoluzione dell’imputato era
pronunciata per la veridicità del fatto contestato, per la ricorrenza della
scriminante dell’adempimento di un dovere e per la mancanza del presupposto
della comunicazione con più persone, deduce violazione di legge sulla
sussistenza di tali condizioni, rilevando, quanto alla ritenuta veridicità del fatto,
l’insussistenza nella specie di alcuna delle ipotesi che ai sensi dell’art. 596 cod.
pen. ammettono l’imputato alla prova liberatoria. Osserva altresì, quanto alla
scriminante, che il dovere del Lupi di comunicare la cessazione del rapporto
fiduciario con il proprio assistito dipendeva da una mera esigenza di correttezza
e non da una norma, e comunque non consentiva di palesare il contenuto del
colloquio con il Pomponio; e che, a voler condividere il rilievo del Tribunale per il
quale l’invio della nota all’avv. Fenzo era legittimo in quanto trasmesso al
difensore dello stesso Pomponio, anch’egli tenuto al segreto, l’ulteriore missiva
diretta all’avv. Piccolo integrava di per sé il requisito della comunicazione con più
persone, essendo la stessa destinata a far parte del fascicolo di causa e ad
essere vista da altri soggetti.
2

RITENUTO IN FATTO

3. La parte civile ha depositato il 23 gennaio 2018 le proprie conclusioni,
chiedendo l’accoglimento del ricorso e la condanna dell’imputato alla rifusione
delle spese come da nota allegata.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Occorre rilevare in primo luogo che, contrariamente a quanto sostenuto dal
ricorrente, la sentenza impugnata era motivata anche con la ritenuta mancanza
del contenuto diffamatorio dello scritto contestato, nel momento in cui vi si
osservava che tale contenuto si riduceva ad un mero resoconto della
conversazione intervenuta fra il Pomponio ed il Lupi, e che il riferimento ad un
comportamento minaccioso ed aggressivo del primo era meramente descrittivo
dell’atteggiamento tenuto nell’occasione dallo stesso; argomentazioni, queste,
sulle quali nessuna specifica censura è proposta nel ricorso, di conseguenza
generico.
A parte questo, e con riguardo a quanto ulteriormente osservato nella
sentenza impugnata con esplicito riferimento alla subordinata ipotesi che le
espressioni fossero considerate diffamatorie, è manifestamente infondata la
doglianza del ricorrente sull’irrilevanza dei richiamo dei giudici di merito alla
veridicità del fatto oggetto dello scritto, risultante dal confronto fra quest’ultimo
e la registrazione effettuata dal Pomponio del proprio colloquio con il Lupi, per
l’insussistenza nella specie di alcuno dei casi in cui sarebbe ammessa la prova
liberatoria. La Corte Suprema ha avuto infatti modo di chiarire che la
rappresentazione di un fatto vero, con espressioni congrue, non integra il reato
di diffamazione (Sez. 5, n. 9634 del 13/01/2010, Falconieri, Rv. 246890); tanto
rendendo irrilevanti le ulteriori censure del ricorrente sulle peraltro motivate
osservazioni della sentenza impugnata in ordine alla configurabilità della
scrinninante dell’adempimento di un dovere ed all’insussistenza della condizione
della comunicazione dello scritto a più persone.
Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso segue la condanna del
ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della
Cassa delle Ammende che, valutata l’entità della vicenda processuale, appare
equo determinare in euro 2000.

3

Il ricorso è inammissibile.

P. Q. M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 2000,00 in favore della Cassa delle
Ammende.
Così deciso il 25/01/2018

Il Presidente

Depositato (41 CanCel16kgal
Roma, lìlì

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