Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18773 del 06/04/2018


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 18773 Anno 2018
Presidente: DIOTALLEVI GIOVANNI
Relatore: MONACO MARCO MARIA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
BEVILACQUA FRANCESCO MICHAEL nato il 13/02/1997 a CATANZARO

avverso l’ordinanza del 09/01/2018 del TRIB. LIBERTA’ di CATANZARO
sentita la relazione svolta dal Consigliere MARCO MARIA MONACO;
sentite le conclusioni del PG ELISABETTA CENICCOLA per l’inammissibilità.

RITENUTO IN FATTO

Il Tribunale della libertà di CATANZARO, con ordinanza in data 9/1/2018,
rigettava l’istanza di riesame proposta da BEVILACQUA FRANCESCO MICHAEL,
confermando l’ordinanza del Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di
CATANZARO, in data 19/12/2017, che aveva applicato la misura cautelare degli
arresti domiciliari.

1. Propone ricorso per cassazione l’imputato che, a mezzo del difensore,
deduce il seguente motivo.
1.1 Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’art. 274 cod.
proc. pen.. Il ricorrente critica la motivazione quanto alla ritenuta attualità e
concretezza delle esigenze in relazione alla mancata valorizzazione del tempo
trascorso di circa un anno tra i fatti e l’applicazione della misura.
1

Data Udienza: 06/04/2018

F

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile.
1.1 n ricorrente, richiamando alcune sentenze di legittimità, si limita a
censurare l’ordinanza indicando come elemento significativo “il lungo lasso di
tempo trascorso dalla presunta commissione del reato” e non si confronta con gli
argomenti contenuti nella motivazione del provvedimento impugnato.

reiterazione del reato dalle “collaudate modalità con cui è stato commesso il
fatto per cui si procede, che denotano una professionalità nell’organizzazione e
nell’esecuzione del reato” e, confutando direttamente la difesa, “a dispetto della
risalenza del fatto per cui si procede a circa un anno fa, dal coinvolgimento del
Bevilacqua in numerosi ulteriori episodi del medesimo tenore (nell’ordinanza ne
sono riportati altri sei, quattro dei quali successivi a quello per cui si procede in
questa sede), per alcuni dei quali il GIP, pur non potendo emettere la misura
cautelare per assenza della relativa richiesta del PM, ha comunque riconosciuto
la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza”.
Motivazione questa che non risulta affetta da alcun errore
nell’applicazione della legge processuale né da alcun “vizio” motivazionale,
soprattutto considerando che l’attualità e la concretezza delle esigenze cautelari
è stata appunto desunta dalle modalità delle condotte criminose e dalla verifica
della oggettiva reiterazione di atteggiamenti sintomaticamente proclivi al delitto
che, evidentemente, il decorso di un arco temporale non consentono di
escludere.
L’attualità e concretezza delle esigenze cautelari, infatti, non deve essere
concettualmente confusa con l’attualità e concretezza delle condotte criminose
per cui, ai fini della configurabilità dell’esigenza cautelare di cui all’art. 274,
comma 1, lett. c), cod. proc. pen., il concreto pericolo di reiterazione dell’attività
criminosa può essere desunto anche dalla molteplicità dei fatti contestati, in
quanto la stessa, considerata alla luce delle modalità della condotta
concretamente tenuta, può essere indice sintomatico di una personalità proclive
al delitto, indipendentemente dall’attualità di detta condotta e quindi anche nel
caso in cui essa sia risalente nel tempo (Sez. 3, sentenza n. 3661 del
17/12/2013, Rv. 258053, da ultimo cfr. Sez. 2, n. 9501 del 23/02/2016, Rv.
267785).
Diversamente da quanto indicato dal ricorrente, quindi, la motivazione del
provvedimento impugnato, fondata sugli elementi emersi e specificatamente

Il Tribunale, infatti, inferisce l’attualità e la concretezza del pericolo di

rivelatori di allarme sociale e del concreto rischio di recidiva, è esente dalle
violazioni e dai vizi dedotti.
Alla inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente al
pagamento delle spese processuali, nonché, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., valutati
i profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità emergenti dal
ricorso (Corte Cost. 13 giugno 2000, n. 186), al versamento della somma, che
ritiene equa, di euro duemila a favore della cassa delle ammende.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro duemila alla cassa delle ammende.

Così deciso il /04/2018
Il Consiglie

-•
usw
MARCO 177, MONACO

P.Q.M.

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