Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18766 del 22/03/2018


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 18766 Anno 2018
Presidente: IASILLO ADRIANO
Relatore: DI PISA FABIO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
KOVALESKA OLENA nato il 31/03/1990 a KIEV( UCRAINA)

avverso l’ordinanza del 21/12/2017 del TRIB. LIBERTA’ di SALERNO
sentita la relazione svolta dal Consigliere FABIO DI PISA;
sentite le conclusioni del PG FULVIO BALDI il quale ha concluso per l’inammissibilità del
ricorso;
udito il difensore dell’ indagata il quale ha concluso riportandosi ai motivi

RITENUTO IN FATTO

1. Con provvedimento in data 21/12/2017 il Tribunale di Salerno confermava
l’ordinanza del 24/10/2017 con la quale il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di
Nocera Inferiore aveva applicato a KOVALEVSKA Olena la misura degli arresti domiciliari
perché indagata per i reati di cui agli artt. 110, 81, 628 commi 1 e 3, 61 n.11, 582, 585, 605 e
61 n. 2 di cui al capo di incolpazione provvisoria.
Il Tribunale riteneva che era emersa una solida piattaforma indiziaria idonea a
dimostrare che la predetta risultava coinvolta nel progetto finalizzato a perpetrare in danno di

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Data Udienza: 22/03/2018

tali Langella Aniello e Nastri Beniamina i reati di rapina, lesioni e sequestro di persona, avendo,
fra l’ altro, la disponibilità dell’ appartamento ove erano stati commessi i reati in questione.

2. Avverso la suddetta ordinanza l’ indagata propone ricorso per cassazione, a mezzo
del proprio difensore, deducendo due motivi:
a. violazione di legge e difetto di motivazione in ordine alla ritenuta sussistenza dei
gravi indizi di colpevolezza quanto ai reati contestati.
Nel richiamare analiticamente i singoli elementi indiziari posti a fondamento della

di pregio alcuno in quanto frutto di valutazioni contraddittorie e manifestamente illogiche
basate su collegamenti forzati e su mere illazioni.
Lamenta che il Tribunale del riesame si era limitato a ritenere sussistenti i gravi indizi di
colpevolezza attraverso un mero richiamo delle argomentazioni di cui alli ordinanza genetica ed
aveva erroneamente valorizzato le dichiarazioni delle asserite parti offese Langella e Nastri in
difetto di ogni elemento di riscontro, laddove non era emerso alcun elemento da cui desumere
che la ricorrente, con la propria condotta, avesse partecipato, quale concorrente, ai reati in
contestazione;
b. violazione di legge sotto il profilo alla adeguatezza della misura non risultando
esplicitate le ragioni per le quali non poteva essere adottata una misura meno gravosa, quale l’
obbligo di dimora ovvero il divieto di espatrio, idonea al soddisfacimento delle esigenze
cautela ri.
CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile in quanto manifestamente infondato.

2. Va osservato che con il primo motivo si contesta, sostanzialmente, la valutazione di
merito compiuta dai giudici con riferimento ai gravi indizi di colpevolezza, senza considerare
che alla Corte di Cassazione è preclusa la rilettura di altri elementi di fatto rispetto a quelli
posti a fondamento della decisione impugnata e l’autonoma adozione di nuovi o diversi
parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti medesimi, ritenuti maggiormente plausibili o
dotati di una migliore capacità esplicativa, dovendosi essa limitare a controllare se la
motivazione dei giudici di merito sia intrinsecamente razionale e capace di rappresentare e
spiegare l’iter logico seguito.
Nella specie, la ricorrente si limita a proporre una lettura riduttiva degli elementi di fatto
posti a base del provvedimento di rigetto, valorizzando un generico deficit dell’apparato
motivazionale, che in realtà appare adeguato ai motivi proposti nell’atto di impugnazione.
Risulta, pertanto, evidente che queste doglianze introducono censure che non possono
trovare ingresso nel giudizio di legittimità. D’altronde il giudice di merito non è tenuto a
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ordinanza impugnata deduce che le argomentazioni del provvedimento impugnato erano prive

compiere un’analisi approfondita di tutte le deduzioni delle parti e a prendere in esame
dettagliatamente tutte le risultanze processuali, essendo sufficiente che, anche attraverso una
valutazione globale di quelle deduzioni e risultanze, spieghi, in modo logico ed adeguato, le
ragioni del convincimento, dimostrando che ogni fatto decisivo è stato tenuto presente, sì da
potersi considerare implicitamente disattese le deduzioni difensive che, anche se non
espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata (Sez. 4, n.
26660 del 13/05/2011, Caruso, Rv. 250900).

del reato contestato (secondo i criteri di cui all’art. 192 cod. proc. pen.) ma solo la sussistenza
dei gravi indizi di colpevolezza. Questo Collegio, in particolare, condivide il maggioritario
indirizzo giurisprudenziale secondo il quale “in tema di misure cautelari personali, la nozione di
gravi indizi di colpevolezza di cui all’art. 273 c.p.p. non si atteggia allo stesso modo del termine
indizi inteso quale elemento di prova idoneo a fondare un motivato giudizio finale di
colpevolezza. Pertanto, ai fini dell’adozione di una misura cautelare, è sufficiente qualunque
elemento probatorio idoneo a fondare un giudizio di qualificata probabilità sulla responsabilità
dell’indagato in ordine ai reati addebitatigli e gli indizi non devono essere valutati secondo gli
stessi criteri richiesti per il giudizio di merito dall’art. 192 c.p.p., comma 2, come si desume
dall’art. 273 c.p.p., comma 1 bis, che richiama i commi terzo e quarto dell’art. 192 c.p.p., ma
non il comma 2 dello stesso articolo che richiede una particolare qualificazione degli indizi (non
solo gravi ma anche precisi e concordanti)”: Cass. 36079/2012 Rv. 253511;
Cass. 7793/2013 Rv. 255053; Cass. 18589/2013 Rv. 255928; Cass. 16764/2013 Rv. 256731.
Occorre ancora ricordare che la scelta e la valutazione delle fonti di prova rientrano tra
i compiti istituzionali del giudice di merito e sfuggono al controllo del giudice di legittimità se
adeguatamente motivate e immuni da errori logico-giuridici. Invero a tali scelte e valutazioni
non può infatti opporsi, laddove esse risultino, come nella specie, correttamente motivate, un
diverso criterio o una diversa interpretazione, anche se dotati di pari dignità (Cass. Penale sez.
6^, 3000/1992, Rv. 192231 Sciortino).
2.2. Inoltre va sottolineato che il ricorso per cassazione, il quale deduca insussistenza
dei gravi indizi di colpevolezza e, pertanto, assenza delle esigenze cautelari è ammissibile
soltanto se denuncia la violazione di specifiche norme di legge, ovvero la manifesta illogicità
della motivazione del provvedimento, secondo i canoni della logica ed i principi di diritto, ma
non anche quando -come nel caso di specie- propone e sviluppa censure che riguardano la
ricostruzione dei fatti, ovvero che si risolvono in una diversa valutazione delle circostanze
esaminate dal giudice di merito (Cass. pen. sez. 5^, 46124/2008, Rv.241997, Magliaro.
Massime precedenti Vedi: N. 11 del 2000 Rv. 215828, N. 1786 del 2004 Rv. 227110, N. 22500
del 2007 Rv. 237012, N. 22500 del 2007 Rv. 237012).
Nella fattispecie in esame nessuna di tali due evenienze -violazione di legge o vizio di
motivazione rilevante ex art. 606 cod. proc. pen., comma 1, lett. e) – risulta essersi verificata,
a fronte di una motivazione che è stata in concreto diffusamente prospettata in modo logico,
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2.1. In punto di diritto va rilevato che, nella fase cautelare, si richiede non la prova piena

senza irragionevolezze, con completa e coerente giustificazione di supporto alla affermata
persistenza della misura e della sua adeguatezza.

3. Osserva il Collegio che i giudici del riesame hanno esaminato la condotta delittuosa
della ricorrente ricostruita attraverso un compendio indiziario, connotato della necessaria
gravità, tratto: dalle dichiarazioni delle persone offese; dai rapporti e dai frequenti contatti con
gli altri soggetti coinvolti nella vicenda fra cui il marito; dalla contraddizioni fra quanto

plausibilità della versione fornita dalla ricorrente che si trovava all’ interno del appartamento
ove si sono verificati i fatti per cui è causa ove aveva ospitato la vittima; dalla condotta posta
in essere subito dopo i fatti dalla medesima la quale, unitamente al marito suo complice, aveva
provveduto a chiudere il bar che gestivano insieme ad Eboli per farvi ritorno oltre due mesi
dopo l’ occorso.
Da tutte le circostanze di fatto indicate il tribunale, dando conto adeguatamente delle
ragioni della propria decisione (v. ff. 6/8), ha ritenuto sussistente a carico della ricorrente una
solida piattaforma indiziaria con riferimento alle condotte contestate e ha ancorato il proprio
giudizio a elementi specifici risultanti dagli atti, dalla cui valutazione globale ha tratto un
giudizio in termini di qualificata probabilità circa l’attribuzione dei reati de quibus alla predetta,
restando preclusa, in questa sede, la rilettura delle circostanze di fatto poste a fondamento
della ordinanza impugnata, laddove la motivazione risulti immune da evidenti illogicità ed
interne contraddizioni, come nella fattispecie in esame.
Tale grave quadro indiziario, basato su una serie di riscontri, non risulta, del resto, per
nulla inficiato dalle censure formulate dalla ricorrente basate su alcune asserite incongruenze
assai poco significative.

4. Manifestamente infondato è anche il motivo relativo al requisito di adeguatezza della
misura.
Sul punto il Tribunale del riesame ha puntualmente evocato in modo specifico e
dettagliato, con una motivazione congrua ed adeguata (v. f. 6) e, pertanto, non censurabile in
questa sede, le ragioni per le quali, tenuto conto della gravità dei reati, delle allarmanti
modalità delle condotte e dei possibilità di contatti con i complici (uno non identificato ed altro
resosi irreperibile) non era possibile adottare una misura meno afflittiva.

5. Per le considerazioni esposte, dunque, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.
Alla declaratoria d’inammissibilità consegue, per il disposto dell’art. 616 cod. proc. pen., la
condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché al pagamento in
favore della Cassa delle Ammende di una somma che, ritenuti e valutati i profili di colpa
emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in euro duemila.

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dichiarato dalla ricorrente e le risultanze delle indagini della P.G.; dalla scarsa o nulla

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese
processuali e della somma di euro duemila alla Cassa delle Ammende.

Così deciso in Roma, il 22 Marzo 2018

II presidente

II consigliere estensore

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