Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18761 del 01/03/2017


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 18761 Anno 2017
Presidente: DIOTALLEVI GIOVANNI
Relatore: FILIPPINI STEFANO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
DE BIASIO GIANLUCA nato il 20/12/1982 a PALERMO

avverso l’ordinanza del 02/12/2016 del TRIB. LIBERTA’ di PALERMO
sentita la relazione svolta dal Consigliere STEFANO FILIPPINI;
sentite le conclusioni del PG SANTE SPINACI per il rigetto del ricorso.

Udit i difenso Avv.;
(/

Data Udienza: 01/03/2017

RITENUTO IN FATTO
1. Con ordinanza del 7.11.2016 il Giudice per le indagini preliminari del
Tribunale di Palermo applicava nei confronti di DE BIASIO Gianluca la misura
cautelare della custodia in carcere in relazione ai reati di rapina aggravata in
concorso e porto d’arma comune da sparo.
1.1. Avverso tale provvedimento proponeva istanza di riesame l’indagato,
contestando la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze

1.2.

Il Tribunale di Palermo, sezione del riesame, con ordinanza del

2.12.2016, rigettava l’istanza confermando la misura in atto.
2.

Ricorre per Cassazione l’indagato, per mezzo del suo difensore di

fiducia, sollevando i seguenti motivi:
2.1. violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla gravità
indiziaria rispetto ai reati ascritti, dal momento che gli elementi a carico sono
vaghi e poco puntuali. Invero, non sono decisive le circostanze che l’indagato
possegga un motociclo e un casco di tipo e colore analogo a quelli usati per la
rapina, dato che trattasi di modelli od oggetti assai comuni; nessuno dei
rapinati ha saputo individuare il De Biasio come uno degli autori del reato;
non è significativa la risultanza delle posizioni assunte sul territorio dal
cellulare dell’indagato, essendo la rilevazione delle celle telefoniche solo
approssimativa; non viene spiegato come cinque rapinatori abbiano potuto
utilizzare solo due motoveicoli.
2.2. violazione di legge e vizio di motivazione del provvedimento impugnato
in relazione alla inidoneità, nel caso concreto, della misura degli arresti

domiciliari con la procedura di controllo del braccialetto elettronico; infatti il
TDL, una volta acquisita l’indisponibilità dello strumento tecnologico, non ha
valutato la idoneità o meno della misura meno afflittiva. Inoltre, è carente la
valutazione della attualità del pericolo di recidiva e, a proposito della misura
degli arresti domiciliari semplici, si formulano ipotesi relative a rischio di
evasione o sulla possibilità di reperire armi che appaiono puramente
ipotetiche.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è fondato su motivi manifestamente infondati e deve essere,
pertanto, dichiarato inammissibile. È anzitutto necessario chiarire i limiti di
sindacabilità da parte di questa Corte dei provvedimenti adottati dal giudice
del riesame in tema di libertà personale. Secondo l’orientamento di questa
Corte, che il Collegio condivide, l’ordinamento non conferisce alla Corte di

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cautelari.

Cassazione alcun potere di revisione degli elementi materiali e fattuali delle
vicende indagate, ivi compreso lo spessore degli indizi, né alcun potere di
riconsiderazione delle caratteristiche soggettive dell’indagato, ivi compreso
l’apprezzamento delle esigenze cautelari e delle misure ritenute adeguate,
trattandosi di apprezzamenti rientranti nel compito esclusivo e insindacabile
del giudice cui è stata chiesta l’applicazione della misura cautelare, nonché
del tribunale del riesame. Il controllo di legittimità sui punti devoluti è, perciò,

testo di esso sia rispondente a due requisiti, uno di carattere positivo e l’altro
negativo, la cui presenza rende l’atto incensurabile in sede di legittimità: 1)
l’esposizione delle ragioni giuridicamente significative che lo hanno
determinato; 2) – l’assenza di illogicità evidenti, ossia la congruità delle
argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento. (sez. 6 n.
2146 del 25.05.1995, Rv. 201840; sez. 2 n. 56 del 7/12/2011, Rv. 251760).
Inoltre il controllo di legittimità sulla motivazione delle ordinanze di riesame
dei provvedimenti restrittivi della libertà personale è diretto a verificare, da
un lato, la congruenza e la coordinazione logica dell’apparato argomentativo
che collega gli indizi di colpevolezza al giudizio di probabile colpevolezza
dell’indagato e, dall’altro, la valenza sintomatica degli indizi. Tale controllo,
stabilito a garanzia del provvedimento, non involge il giudizio ricostruttivo del
fatto e gli apprezzamenti del giudice di merito circa l’attendibilità delle fonti e
la rilevanza e la concludenza dei risultati del materiale probatorio, quando la
motivazione sia adeguata, coerente ed esente da errori logici e giuridici. In
particolare, il vizio di mancanza della motivazione dell’ordinanza del riesame
in ordine alla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza non può essere
sindacato dalla Corte di legittimità, quando non risulti “prima facie” dal testo
del provvedimento impugnato, restando ad essa estranea la verifica della
sufficienza e della razionalità della motivazione sulle questioni di fatto. (sez.
1 n. 1700 del 20.03.1998, Rv. 210566; Sez. 2, n. 56 del 07/12/2011, Rv.
251761 ). Tanto precisato, sul caso di specie deve rilevarsi quanto segue.
2. Il provvedimento impugnato non presenta i vizi denunciati con il ricorso.
Specificamente nell’ordinanza si dà atto adeguatamente della sussistenza del
presupposto cautelare di cui all’art. 273 cod. proc. pen., sul quale
essenzialmente si concentra il ricorso, rilevandosi come i fatti enunciati nella
provvisoria imputazione emergono da una pluralità di indizi analiticamente
riportati alle pagg. 3-5 del provvedimento impugnato (disponibilità di
motociclo e casco analoghi per tipo e colore con quelli utilizzati da uno dei

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circoscritto all’esclusivo esame dell’atto impugnato al fine di verificare che il

rapinatori ripreso dalle telecamere; corrispondenza della particolare
marmitta montata sulla moto nella disponibilità dell’indagato con quella
ripresa dalle telecamere; compatibilità dei percorsi effettuati dal De Biasio,
ricostruiti attraverso i contatti con le celle telefoniche del telefono da lui
utilizzato, con quelli compiuti dai rapinatori; identità tra il casco sequestrato
all’indagato con quello con quello utilizzato per altra rapina in data 1.8.2015
per la quale l’indagato ha reso confessione; intercettazione telefonica dalla

corso del fatto in esame). Tutti questi elementi sono stati attentamente e
logicamente esaminati da parte del TDL, con motivazione adeguata che
dunque supera indenne il sindacato di legittimità. Né la difesa ha evidenziato
o introdotto elementi capaci di disarticolare il ragionamento indiziario.
3. A proposito, poi, della adeguatezza della misura custodiale massima, e
della attualità delle esigenze cautelari, ravvisata dal TDL, osserva il Collegio
che questa Corte ha già affermato come il requisito in parola (introdotto
nell’art. 274, lett. C, cod. proc. pen. dalla legge 16 aprile 2015, n. 47) non va
equiparato all’imminenza del pericolo di commissione di un ulteriore reato,
ma sta invece ad indicare la continuità del “periculum libertatis” nella sua
dimensione temporale, che va apprezzata sulla base della vicinanza ai fatti in
cui si è manifestata la potenzialità criminale dell’indagato, ovvero della
presenza di elementi indicativi recenti, idonei a dar conto della effettività del
pericolo di concretizzazione dei rischi che la misura cautelare è chiamata a
realizzare (Sez. 2, n. 18744 del 14/04/2016, Rv. 266946). Si ritiene, invero,
che la sussistenza di un pericolo “attuale” di reiterazione del reato vada
esclusa qualora la condotta criminosa posta in essere si riveli del tutto
sporadica ed occasionale, dovendo invece essere affermata qualora – all’esito
di una valutazione prognostica fondata sulle modalità del fatto, sulla
personalità del soggetto e sul contesto socio-ambientale in cui egli verrà a
trovarsi, ove non sottoposto a misure – appaia probabile, anche se non
imminente, la commissione di ulteriori reati (Sez. 2, n. 44946 del
13/09/2016, Rv. 267965). Nella specie, il TDL ha evidenziato sia gli
allarmanti precedenti penali specifici dell’indagato, sia le particolari modalità
del fatto, indicative non solo di attenta programmazione della condotta, ma
anche di spregiudicatezza, violenza, freddezza e competenza specifica.
Quanto, da ultimo, alla questione relativa alla eventuale adeguatezza di
misure meno afflittive, rileva il Collegio che, secondo il condiviso
orientamento di legittimità (cfr., Sez. U, n. 20769 del 28/04/2016) , gli arresti

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quale emerge un colloquio avente ad oggetto una busta oggetto di rapina nel

domiciliari con braccialetto elettronico non costituiscono una nuova ed
autonoma misura cautelare, configurando il mezzo tecnico previsto dall’art.
275 bis cod.proc.pen. un nuovo strumento di controllo, applicabile, nei casi
previsti dal legislatore, alle misure cautelari esistenti. Sicché il giudice,
investito da una richiesta di applicazione della misura cautelare degli arresti
donniciliari con il c.d. braccialetto elettronico o di sostituzione della custodia
cautelare in carcere con la predetta misura, deve, preliminarmente,

e, in caso di esito negativo, dato atto della impossibilità di adottare tale
modalità di controllo, valutare la specifica idoneità, adeguatezza e
proporzionalità di ciascuna delle misure, in relazione alle esigenze cautelari
da soddisfare nel caso concreto.
Ciò posto, deve notarsi che il TDL, nel caso di specie, ha pedissequamente
seguito il citato insegnamento di legittimità, dando prima atto della concreta
indisponibilità dello strumento elettronico in questione, per poi diffusamente
argomentare sul come la misura dei soli arresti domiciliari risulti palesemente
inadeguata a fronteggiare l’elevato rischio di recidiva specifica per effetto
delle citate modalità di commissione della grave condotta di cui è accusato,
dei numerosi precedenti specifici, della disponibilità di un’arma non rinvenuta
e della personalità trasgressiva. In presenza di idonea e logica motivazione,
non vi è spazio per censure di legittimità al riguardo.
4. Ai sensi dell’articolo 616 cod. proc. pen., con il provvedimento che
dichiara inammissibile il ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve
essere condannata al pagamento delle spese del procedimento nonché al
pagamento in favore della cassa delle ammenda della somma di C 1.500,00.
4.1. Inoltre, poiché dalla presente decisione non consegue la rimessione in
libertà del ricorrente, deve disporsi – ai sensi dell’articolo 94, comma 1 ter,
delle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale – che copia
della stessa sia trasmessa al direttore dell’istituto penitenziario in cui
l’indagato si trova ristretto perché provveda a quanto stabilito dal comma 1
bis del citato articolo 94.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di C 1.500,00 alla Cassa delle ammende.

4

accertare la disponibilità del congegno elettronico presso la polizia giudiziaria

Manda alla cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94, comma 1 ter
disp-att. cod. proc. pen.

Così deciso, il 1.3.2017.

CANCELIIR

Il Consigliere estensore

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