Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18732 del 16/03/2018


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Penale Sent. Sez. 2 Num. 18732 Anno 2018
Presidente: DIOTALLEVI GIOVANNI
Relatore: DI PAOLA SERGIO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
NISI CATERINA nato il 19/06/1973 a MONDOLFO

avverso la sentenza del 30/06/2015 della Corte d’appello di Ancona
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Sergio Di Paola
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Fulvio
Baldi, che ha concluso chiedendo dichiararsi inammissibile il ricorso
RITENUTO IN FATTO

1. La Corte d’Appello di Ancona, con sentenza in data 30/6/2015, in parziale
riforma della sentenza pronunciata dal Tribunale di Pesaro, in data 9/4/2014, nei
confronti di Caterina Nisi, rideterminava la pena irrogata all’imputata
confermando la statuizione sulla responsabilità per il delitto di cui all’art. 55 d.
leg. 231/2007.
2. Propone ricorso per cassazione la difesa dell’imputata, deducendo con un
unico motivo di ricorso in modo contestuale la violazione della legge penale,
l’inosservanza di norme processuali stabilite a pena d’inutilizzabilità, oltre che la
manifesta contraddittorietà e illogicità della motivazione ai sensi dell’art. 606,
lett. e), cod. proc. pen. in relazione alla ritenuta sussistenza della responsabilità
dell’imputata. Lamenta la difesa che la responsabilità dell’imputata sia stata

Data Udienza: 16/03/2018

predicata sulla scorta del dato del riconoscimento operato da uno dei
verbalizzanti, visionando delle immagini che riprendevano una donna nel
momento in cui usava una carta postamat per effettuare dei prelievi; censurava
l’attendibilità del riconoscimento, fondato solo sulla conoscenza personale
dell’agente di p.g. che poteva indurre in errore il soggetto il quale aveva operato
il riconoscimento, sottolineando anche la scarsa qualità delle immagini, che non
permettevano di osservare in modo nitido il volto della donna, e l’assenza di
elementi caratterizzanti che potessero confortare l’attendibilità del

Aggiungeva la difesa della ricorrente che gli unici elementi certi, distintivi
perché non comuni, riferibili all’imputata (ossia, due tatuaggi presenti l’uno sul
collo e l’altro su uno dei polsi) non erano stati apprezzati dalla visione delle
immagini. Rilevava ancora che i pantaloni e la borsa sequestrati presso
l’abitazione della donna, e ritenuti corrispondenti a quelli ripresi dalle immagini,
non possedevano caratteristiche particolari trattandosi di oggetti di larga
diffusione.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile, in quanto formulato in modo confuso e privo di
puntuali riferimenti ai vizi denunciati, oltre che del tutto generico nelle censure
dirette verso la sentenza impugnata.
2.

La

valutazione dell’attendibilità

del

riconoscimento

non

può

evidentemente costituire oggetto di censura in sede di legittimità, a fronte di una
motivazione coerente e logica che ha fondato il proprio giudizio sul dato della
conoscenza personale del militare che riconobbe l’imputata, prestando servizio
nel piccolo comune ove la Nisi risiedeva all’epoca dei fatti; sulla coincidenza di
più elementi (il volto, la corporatura e gli occhiali da sole indossati) rilevati dal
militare nella visione delle immagini; sulla stessa foggia dei pantaloni indossati
dalla donna che effettuava il prelievo e dei pantaloni rinvenuti e sequestrati
presso l’abitazione dell’imputata. Né a fronte di una statuizione di responsabilità
confermata in entrambi i gradi di giudizio, la ricorrente ha indicato specifici
elementi processuali – allegandone i relativi contenuti – tali da sostenere un
travisamento dei dati probatori acquisti agli atti da parte della Corte d’appello.
Allo stesso modo, è inammissibile la censura che viene rivolta al giudizio
espresso sulla scarsa capacità identificativa dei pantaloni sequestrati, perché di
comune uso e di ampia diffusione nel pubblico, trattandosi di valutazioni di
merito non rilevanti nel giudizio di legittimità.

2

riconoscimento.

3.

La Corte ha, altresì, motivatamente dato conto dell’irrilevanza della

mancata indicazione dei tatuaggi dell’imputata specificando come, per la
posizione sul corpo di quei tatuaggi, fosse evidente che non potessero esser
esaltati dalle immagini per la posizione della telecamera che inquadrava la
donna.
4. All’ inammissibilità del ricorso, consegue la condanna della ricorrente al
pagamento delle spese processuali, nonché, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., valutati i
profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità emergenti dal

ritiene equa, di euro duemila in favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro duemila in favore della cassa delle
ammende.
Così deciso il 16/3/2018

Il Consigli
Ser

estensore
Paola

Il
Giov

dente
Dio allevi
o

ricorso (Corte Cost. 13 giugno 2000, n. 186), al versamento della somma, che

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA