Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18664 del 07/03/2018


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 18664 Anno 2018
Presidente: FUMU GIACOMO
Relatore: RANALDI ALESSANDRO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
ESPOSTI DENIS nato il 14/03/1983 a REGGIO EMILIA

avverso la sentenza del 06/12/2016 della CORTE APPELLO di BOLOGNA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere ALESSANDRO RANALDI
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore ELISABETTA
CENICCOLA che ha concluso per l’inammissibilita del ricorso.

Data Udienza: 07/03/2018

FATTO E DIRITTO

1. Con sentenza del 6.12.2016 la Corte di appello di Bologna ha confermato
la sentenza di primo grado che, in sede di rito abbreviato, ha condannato Denis
Esposti, concessa l’attenuante di cui all’art. 62 n. 4 cod. pen. equivalente alle
contestate aggravanti, alla pena di mesi 10 di reclusione ed C 300 di multa per il
reato di furto pluriaggravato (fatto del 30.7.2010).

dell’imputato, lamentando quanto segue.
I) Vizio di motivazione, in relazione alla dubbia genuinità di verbali di s.i.t.
dei testi Campagna e Giroldi, in tutto e per tutto sovrapponibili e quindi
inattendibili quanto al riconoscimento del prevenuto.
II) Vizio di motivazione, relativamente al silenzio serbato dalla Corte di
appello sulla decisione del primo giudice di disporre ex art. 441, comma 5, cod.
proc. pen. l’audizione del teste Campagna, salvo poi revocare immotivatamente
l’ordinanza ammissiva in questione.
III) Violazione di legge processuale, per avere il giudicante utilizzato un atto
patologicamente nullo costituito dal verbale di sommarie informazioni assunte
dall’Esposti ai sensi dell’art. 351 cod. proc. pen.
IV) Vizio di motivazione, in punto di trattamento sanzionatorio, stante
l’eccessività della pena irrogata nonostante il bilanciamento per equivalenza
dell’attenuante con le aggravanti, nonché la illogicità e contraddittorietà della
motivazione con riferimento all’utilizzo dei criteri previsti dall’art. 133 cod. pen.

3. Il ricorso è inammissibile per genericità e manifesta infondatezza dei
motivi dedotti.

4. Quanto alla censura sub I), è evidente che il ricorrente pretende una
valutazione di attendibilità degli atti istruttori (verbali di s.i.t., rispettivamente
del 2 e del 6 agosto 2010) utilizzati in sede di merito che non è consentita in
sede di legittimità, dovendosi qui ribadire che, secondo il consolidato
orientamento della Suprema Corte, il vizio logico della motivazione deducibile in
sede di legittimità deve risultare dal testo della decisione impugnata e deve
essere riscontrato tra le varie proposizioni inserite nella motivazione, senza
alcuna possibilità di ricorrere al controllo delle risultanze processuali; con la
conseguenza che il sindacato di legittimità «deve essere limitato soltanto a
riscontrare l’esistenza dì un logico apparato argomentativo, senza spingersi a
verificare l’adeguatezza delle argomentazioni, utilizzate dal giudice del merito

2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore

per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni
processuali» (in tal senso, ex plurimis, Sez. 3, n. 4115 del 27.11.1995, dep.
1996, Rv. 20327201).
Non è certo questa la sede in cui è possibile rilevare la dedotta ed
asseritamente “insolita” identità nei termini, nella punteggiatura e negli errori
grammaticali dei due atti di indagine indicati, per inferirne la loro inattendibilità.
E ciò a fronte di una sentenza che ha congruamente e logicamente motivato in
ordine alla responsabilità del prevenuto, ricavandola non soltanto dai verbali di

parte del Campagna e dalle s.i.t. da costui rese in data 8.2.2011, in cui ribadiva
di avere visto la prima volta i due soggetti che si aggiravano tra le macchine del
parcheggio e di essersi avvicinato ad essi per avvisarli che aveva capito le loro
intenzioni e che era meglio se si fossero allontanati.

5. La censura in ordine al silenzio serbato dalla Corte di appello sulla
decisione del primo giudice di disporre ex art. 441, comma 5, cod. proc. pen.
l’audizione del teste Campagna, salvo poi revocare tale decisione, non aggiunge
alcun elemento specifico idoneo a riscontrare il dedotto vizio motivazionale,
trattandosi di vicenda processuale priva di rilevanza e neutra rispetto
all’accertamento di responsabilità, come tale inidonea ad inficiare il coerente e
razionale percorso argomentativo della sentenza impugnata.

6. Quanto al terzo motivo, dalla mera lettura della sentenza impugnata si
evince che la Corte di appello non ha affatto utilizzato, ai fini della decisione, le
dichiarazioni rese alla P.G. dall’imputato, ma ha desunto il grave elemento
indiziante, rappresentato dall’essere l’Esposti il proprietario dell’auto da cui si
allontanarono i due autori del furto, dagli stessi accertamenti di P.G. che, tramite
il numero di targa riferito dai testimoni, risalì alla persona dell’odierno imputato;
al riguardo è stato anche evidenziato che la persona che era alla guida dell’auto
in occasione del furto aveva sembianze del tutto compatibili con quelle del
prevenuto e che mai costui ha addotto spiegazioni alternative al riguardo, né
risultano denunce di furto del veicolo.

7. Quanto alle censure in merito al trattamento sanzionatorio, è appena il
caso di rilevare che la pena irrogata non supera la media edittale, per cui nel
caso trova applicazione il costante principio affermato da questa Corte di
legittimità secondo cui la graduazione della pena, anche in relazione agli aumenti
ed alle diminuzioni previsti per le circostanze aggravanti ed attenuanti, rientra
nella discrezionalità del giudice di merito, il quale, per assolvere al relativo

individuazione fotografica ma anche dagli esiti della ricognizione personale da

obbligo di motivazione, è sufficiente che dia conto dell’impiego dei criteri di cui
all’art. 133 cod. pen. con espressioni del tipo: “pena congrua”, “pena equa” o
“congruo aumento”, come pure con il richiamo alla gravità del reato o alla
capacità a delinquere, essendo, invece, necessaria una specifica e dettagliata
spiegazione del ragionamento seguito soltanto quando la pena sia di gran lunga
superiore alla misura media di quella edittale (Sez. 2, n. 36104 del 27/04/2017,
Mastro e altro, Rv. 27124301).

nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte cost. sent. n.
186/2000), alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali
consegue quella al pagamento della sanzione pecuniaria, nella misura indicata in
dispositivo.
P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di duemila euro alla cassa delle
ammende.
Così deciso il 7 marzo 2018

Il Consigliere estensore
Ales

o Ranaldi

Il Presidente
Gia

o Fumu

8. Stante l’inammissibilità del ricorso, e non ravvisandosi assenza di colpa

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