Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18661 del 07/03/2017


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 18661 Anno 2017
Presidente: ZAZA CARLO
Relatore: LIGNOLA FERDINANDO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
CEZZA DOMENICO nato il 18/08/1968 a MAGLIE

avverso la sentenza del 26/06/2014 della CORTE APPELLO di BARI
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 07/03/2017, la relazione svolta dal Consigliere
FERDINANDO LIGNOLA
Udito_il_Rrocuratore Generale in persona del MARILIA DI NARDO
che ha concluso per

Data Udienza: 07/03/2017

Il Sostituto Procuratore generale della Corte di cassazione, dott.ssa Marilia
Di Nardo, ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 26 giugno 2014, la Corte d’appello di Bari confermava
quella del locale Tribunale, con la quale Cezza Domenico, esercente l’attività di
concessionario di auto, era condannato a 10 mesi di reclusione per i reati di

uso di atto falso, in relazione alla falsificazione di un atto di trasferimento di
proprietà di un autocarro, realizzato apponendo la falsa firma del veditore Morelli
Lorenzo e del notaio, al fine di disporre di un valido titolo di proprietà per cedere
ulteriormente il veicolo a Pellegrino Alfredo; il veicolo era stato ceduto in
comodato al Cezza, con l’impegno di trasferire la proprietà al pagamento totale
del prezzo di 42.000€ oltre iva.
2. Propone ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, avv. Umberto
Leo, denunciando vizio di motivazione in relazione al reato di truffa, poiché a ben
vedere la vicenda andava qualificata come mero inadempimento di una
obbligazione civile, peraltro solo parziale, per non avere il Cezza onorato alcune
cambiali, il che consentiva di escludere il dolo del reato di truffa; né il giudice di
appello avrebbe potuto riqualificare il fatto in termini di appropriazione indebita,
in mancanza di una formale costituzione in mora nonchè della fissazione di un
termine per la restituzione.
Si contesta inoltre l’eccessività della sanzione penale e il diniego della
attenuanti generiche, che andavano riconosciute per adeguare la sanzione al
fatto concretamente considerato.
3. Il processo è stato assegnato inizialmente alla Settima sezione di questa
Corte e fissato per l’udienza del 24 maggio 2016, data in cui è stato rimesso alla
Quinta sezione penale e fissato per l’udienza odierna.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il primo motivo di ricorso, relativo all’affermazione di responsabilità per il
delitto di truffa, è manifestamente infondato; la motivazione della sentenza
impugnata chiarisce con argomentazioni non manifestamente illogiche, né
contraddittorie, che la condotta dell’imputato non si è limitata ad un mancato
pagamento, ma è consistita nella falsificazione delle firme del Morelli e del timbro
2

truffa e falsità in scrittura privata, così riqualificata l’originaria contestazione di

e della firma del notaio; in tal modo è risultata evidente l’intenzione del Cezza di
truffare il Morelli, alienando il veicolo senza pagare la somma pattuita, così
procurandosi un illegittimo guadagno.
Con riferimento al trattamento sanzionatorio ed al diniego delle circostanze
attenuanti generiche, va ricordato che queste statuizioni sono rimesse alla
discrezionalità del giudice di merito, per cui non vi è margine per il sindacato di
legittimità quando la decisione sia motivata in modo conforme alla legge e ai
canoni della logica. Nel caso di specie la Corte d’Appello non ha mancato di

negativa personalità del prevenuto, gravato da numerosi e gravi precedenti (per
ricettazione, associazione a delinquere, bancarotta fraudolenta, appropriazione
indebita); siffatta linea argomentativa non presta il fianco a censura, rendendo
adeguatamente conto delle ragioni della decisione adottata e d’altra parte non è
necessario, a soddisfare l’obbligo della motivazione, che il giudice prenda
singolarmente in osservazione tutti gli elementi di cui all’art. 133 cod. pen.,
essendo invece sufficiente l’indicazione di quegli elementi che nel discrezionale
giudizio complessivo, assumono eminente rilievo.
3. In conclusione il ricorso è inammissibile; alla rilevata inammissibilità del
ricorso conseguono le statuizioni di cui all’art. 616 cod. proc. pen., con condanna
del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro
2.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese del procedimento e della somma di €2.000,00 a favore della cassa delle
ammende.
Così deciso in Roma, il 7 marzo 2017
Il consigliere estensore

Il presidente

motivare la propria decisione, facendo riferimento all’intensità del dolo ed alla

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